eroCaddeo

Recensione di “Scrivimi quando arrivi (punto)“, l’album d’esordio di EroCaddeo, artista secondo classificato a X Factor 2025.

È stato il vincitore morale dell’ultima edizione di X Factor, nonché l’artista che ha dato al talent di Sky la possibilità di tornare a fare la voce grossa nelle classifiche, con il suo inedito “Punto” che ha debuttato al dodicesimo posto su Spotify, piattaforma dove ha già raccolto oltre cinque milioni di ascolti. Un risultato inaspettato non perché il pezzo non sia effettivamente forte ma perché, da quelle parti, un successo simile non si vedeva dal 2018 con Anastasio ed era, quindi, inevitabile avere una certa curiosità nei confronti dell’album di debutto di EroCaddeo, sia per trovare una conferma dell’attenzione che il pubblico ha mostrato da subito verso il cantautore sardo, sia per vedere se ci fosse altra carne al fuoco oltre a “Punto“. E sì, la risposta a entrambi i quesiti è assolutamente positiva.

Perché “Scrivimi quando arrivi (punto)” – questo il titolo del progetto – è, da una parte, entrato direttamente al quarto posto della classifica FIMI dei dischi più venduti in Italia, a dimostrazione di un artista che è stato capace di costruirsi una fanbase solida interessata non solo ad ascoltarlo ma anche a comprare il suo album (cosa che non accade più nemmeno agli artisti che escono dal più seguito Amici), e, dall’altra, ha confermato la sensibilità autorale di un cantautore capace di intercettare le emozioni dell’ascoltatore con una scrittura contraddistinta da esperienze personali e da elementi presi dalla vita quotidiana, semplice ma altrettanto efficace.

Scrivimi quando arrivi (punto)” non è il classico ep post-talent ma un album di inediti vero e proprio, con una sola cover nel finale rappresentata dalla sentita interpretazione di “No potho reposare“, omaggio alla terra d’origine dell’artista. Le canzoni seguono tutte lo stesso filone di “Punto“, qui arricchita di un outro che vuole chiudere definitivamente ciò che poteva sembrare ancora aperto (“E se è vero che è finita e che siamo stati bene mentre sbagliavamo tutto, prima o poi avremo il coraggio di metterci un punto“), dando così vita a un lavoro compatto, intimo e personale che sa, però, essere anche universale perché EroCaddeo non parla solo di sé stesso, ma di un’intera generazione che vive nell’incertezza, nell’amore visto come una possibilità fragile, nell’instabilità emotiva e nelle contraddizioni.

Dopo una intro che si muove tra pianoforte e archi ed è perfetta per anticipare le atmosfere rarefatte del progetto, “Parlo ancora di te” apre all’ascolto con quella sensazione di malinconia tipica dei primi momenti vissuti dopo la fine di un amore e fa i conti con una presenza ancora fissa nella mente (“Quando esco gli altri dicono che forse dovrei smettere, ma parlo ancora di te“), mentre “Metti che domani te ne vai” mette in luce la precarietà dei rapporti dell’oggi, con il pensiero di realizzare i propri sogni insieme (“Metti che oggi vinciamo alla SNAI“) che si scontra con il timore che tutto possa all’improvviso finire.

Sono proprio queste contraddizioni a minare la stabilità dei rapporti cantati da EroCaddeo che, in “Cani“, canta “a volte mi uccidi, ma poco dopo riesci pure a guarirmi“, con un senso di disperazione contrapposto, quindi, a un benessere ritrovato grazie alle cose più semplici (“Non ci servono i cognomi sul citofono, un letto un po’ più comodo per sentirci a casa. A noi bastava anche un B&B vicino all’autogrill“) che tornano anche in “Luglio“, dove il protagonista è disposto a tutto pur di soddisfare la propria amata e ciò che le promette è tutt’altro che impossibile da realizzare (“Ma io farei per te la coda a un concerto a fine luglio anche senza biglietto, passerei il sabato a cercare parcheggio all’ora di punta tra le vie del centro“).

Cinque minuti” è, invece, una dedica a una persona importante però assente dalla platea di un proprio concerto e fa i conti con le pressioni del proprio mestiere e con la paura di non essere abbastanza (“Anche se non farò mai successo, io ti aspetto qui“). Si cerca, quindi, la vicinanza dell’altro trovando, però, solo quel vuoto affettivo preponderante in “Gravità zero” (“E sembra che sia più forte di te, ma riesci a farmi stare male tutte le volte“). Se i rapporti centrali in queste due canzoni possono comunque darsi una nuova possibilità, quello di “Odio il caffè” rimette in primo piano la fine, con la caduta di una tazzina di caffè che porta a ripensare ai momenti più belli vissuti in casa con la propria amata e la sensazione che ne scaturisce è in sospeso tra la nostalgia dell’assenza e una rabbia arresa (“Ma ora odio il caffè, la mattina e il weekend, ma l’odore di casa mi ricorda ancora com’è svegliarsi senza di te“).

Scrivimi quando arrivi (punto)” appare, così, come un diario personale, denso di emotività e pensato per sfogare i propri dolori con una totale sincerità. È la fotografia di un artista che ha deciso di muovere i primi passi nel mainstream senza inseguire strade più commerciali e conveniente, ma puntando unicamente sulla propria anima e sulla propria urgenza comunicativa. Deve sicuramente ancora crescere e, soprattutto, mostrare una maggior versatilità sia nei testi che nei suoni, ma ha già messo un ottimo primo mattoncino su una carriera che ha tutte le possibilità per essere lunga e importante. Glielo auguriamo.

📢 Segui iMusicFun su Google News:
Clicca sulla stellina ✩ da app e mobile o alla voce “Segui”

🔔 Non perderti le ultime notizie dal mondo della musica italiana e internazionale con le notifiche in tempo reale dai nostri canali Telegram e WhatsApp.