J-AX

Recensione di “Vita morte miracoli“, nono album in studio da solista di J-Ax disponibile da venerdì 4 settembre

Non è l’album più bello di J-Ax e, molto probabilmente, non sarà neanche tra i suoi più venduti, ma è il più sincero che poteva pubblicare in questo momento della sua carriera: è questa la sensazione che subentra ascoltando “Vita morte miracoli“, nono album in studio da solista del rapper milanese che porta le sue barre nel mondo country, genere che il nostro ha sempre ascoltato e apprezzato e che, in questo progetto, è riuscito ad approcciare con una grande versatilità, coniugandole in quelle che sono tutte le anime della sua proposta artistica, dal rap crudo a quello più personale e intimo, fino al pop radiofonico e al rock.

Azzeccata è stata la scelta dei singoli pensati per anticipare la natura di un lavoro molto ben incastrato nell’attualità, con il ritratto tagliente del nostro Paese protagonista di “Italia starter pack” che è stato tra i pochi brani dell’ultimo Festival di Sanremo a mantenere una buona tenuta nelle classifiche e con l’inno pacificista di “Hippy ya yo (però anche no)” che ha molto ben performato quest’estate nelle radio, conquistando il primo posto nella classifica di Earone. Pezzi che riescono entrambi nell’obiettivo di far divertire e, allo stesso tempo, riflettere, ai quali fa da ideale successore “Vita morte miracoli“, la title-track attualmente in radio che racconta la volontà di vivere anche davanti al caos che regna nel mondo esterno (“Poi leggi di bilancio che l’Europa dice: oh, ma ti vuoi comprare questa bomba, bro? Che ti serve più di pane ed acqua, prendi questi soldi e fatti il debito, togli il futuro ai figli e dallo ai nazi su TikTok“).

Quello che ci troviamo di fronte è, infatti, un progetto che, pur essendo meno ricco di parole rispetto al passato perché, se prima erano quelle a rappresentare il focus, oggi ad avere la stessa importanza sono anche gli arrangiamenti carichi di suoni e di strumenti, conferma tutta la necessità da parte di J-Ax nel continuare a raccontare il presente con lo sguardo pungente di sempre, e ciò appare evidente anche dalla traccia di apertura, “Odio la gente“: è la classica canzone-elenco in cui l’Articolo 31 stila una lista di tutto ciò che odia, spesso con un tono provocatorio (“Odio i preti a catechismo che me l’hanno messo dentro“) e trovando l’occasione, tra le altre, anche per tornare a sottolineare il suo essere libertario (“Odio chi ha il busto di Benito, chi ha la sciarpa del PD, un filippino e due libri di Marx“).

È una delle canzoni che sembra tra le più adatte anche alla dimensione dal vivo insieme alla trascinante “Bestie” e alla casinara “Pogo“, che celebrano entrambe il piacere di risultare fuori dagli schemi, rispettando la propria identità e ribellandosi alle mode e alle logiche di mercato (“Non punto alle teenager per aumentare le vendite“), mentre sono meno riuscite “Tutti ammale“, che cerca di fare una satira sulla vacanza italiana senza però una grande incisività, e “Alla faccia di“, classica invettiva contro hater e rosiconi che si rivela un filino scontata.

Quello che emerge dall’ascolto di “Vita morte miracoli” è un J-Ax guidato unicamente dalla passione, che ha scelto di proporsi in una veste che lo diverte e che continua a mantenere la volontà di sperimentare anche dopo tantissimi successi, risultando oggi del tutto svincolato dall’ossessione dei numeri e del successo facile e, a confermarlo, c’è anche la scelta dei featuring, strategia principe dell’attuale discografia qui spesa però per una sola traccia, “Niente per niente“, proposta per giunta con un’artista fuori dal giro delle grandi case discografiche, Paola Folli, ritrovata 30 anni dopo il successo di “Domani” per una collaborazione che, a differenza della maggior parte delle collaborazioni dell’oggi, nasce dall’affetto e dal legame con la storia degli Articolo 31 e non dall’obiettivo di raccogliere più stream su Spotify.

Una totale sincerità che emerge anche nei tanti brani più personali, come le dediche alla moglie prima nell’ironica “F.R.&.GNA“, dove J-Ax scherza sul fatto di non saper fare “le ballate come Tananai“, e poi nella delicata “Segreto” dove, invece, dimostra di saperci fare eccome anche con le ballatone più classiche, proponendosi in una veste del tutto inedita che celebra l’amore maturo e il rapporto che riesce a mantenere la stessa forza anche dopo tanti anni insieme (“La gente ha paura del tempo che passa, con gli anni si cambia, poi ti guardo in faccia, per me tu sei sempre la stessa ragazza, quella che mi ha preso il cuore di peso“).

Molto intensa è anche la dedica al padre in “Ciao papà“, dove una lettera scritta al proprio genitore diventa un’occasione per riflettere sulle lezioni dei genitori che si capiscono veramente solo da adulti, ma anche per ricordare i tempi in cui erano loro a fare sacrifici e a lavorare duramente per garantire un futuro al figlio, mentre oggi è lui che può pensare a loro (“Ciao papà, guarda qua quanti zero c’ho sul conto adesso anche se non lo avresti mai detto, chiama in banca che al mutuo non ci devi più pensare“).

Particolarmente riuscito è anche il brano in cui J-Ax parla di se stesso, “Pelle, ossa & All Star“, con un autoritratto che si può riassumere in un solo verso: “Sono stato tutto, ma sempre lo stesso“. È il riassunto di un percorso in cui l’Articolo 31, soprattutto da solista, ha preso strade non sempre coerenti con le sue dichiarazioni e che hanno anche deluso alcuni suoi fan, ma le ha sempre attraversate con la stessa onestà con cui oggi, invece di cavalcare ricette più comode e convenienti, si propone in un genere praticamente inesistente nel mainstream.

Tra tanti pezzi assolutamente da promuovere, ce n’è però uno che è, di gran lunga, il più riuscito di questo disco, nonché uno dei testi migliori scritti da J-Ax nella sua carriera: “Scusami Dio“. Scritto su una base composta dall’amico e storico produttore – scomparso a gennaio 2025 – Fausto Cogliati, che viene anche citato nel brano (“hai ucciso Fausto che era buono come il pane, perchè invece non fai fuori gli assassini e i dittatori?“), è, a tutti gli effetti, un dissing a Dio nell’unico brano del disco che mette da parte le atmosfere country per proporre un rap duro e crudo che si interroga sul perché delle troppe sofferenze inflitte agli innocenti e sul silenzio, da parte della figura divina, davanti al troppo dolore che c’è oggi nel mondo.

Quando ha iniziato a girare la voce di un album country da parte di J-Ax alcuni hanno storto il naso perché era difficile pensare a un punto d’incontro tra due generi apparentemente agli antipodi che, invece, in “Vita morte miracoli” danno vita a un ottimo legame, dove il country non è solo un mezzo ma risulta perfettamente funzionale a un racconto che dà vita a un’allegria immediata, in linea con le caratteristiche del genere, ma che riesce anche a far riflettere grazie alla penna di un artista che, anche dopo oltre trent’anni di carriera, rimane sempre uno dei nomi più ispirati della nostra scena rap.

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