Filippo Graziani spiega il significato di tutte le canzoni che compongono la tracklist del nuovo album Verso casa.
“Verso Casa” nasce da una voglia ritrovata di comunicare con il mondo. Per quasi dieci anni non avevo sentito davvero la necessità di fare un disco: non trovavo il modo giusto per esprimere quello che volevo dire, o forse quello che volevo dire non mi sembrava abbastanza necessario.
La nascita di mio figlio Ludovico ha spostato completamente il mio punto di vista. Da figlio sono diventato padre, e questo cambia il modo in cui guardi la tua vita. Nel disco c’è molto di quello che mi è successo finora, di quello che mi ha lasciato il bene, il bello e anche il brutto. Racconto un momento della vita che sento di essermi lasciato alle spalle, provando però a capire che cosa mi ha insegnato e che cosa continua ancora a muovere.
Il titolo “Verso Casa” arriva da lì, ma anche da un altro movimento, più musicale e familiare. Negli ultimi 15 anni ho suonato moltissimo le canzoni di mio padre, forse più di quanto le abbia suonate lui stesso. Le ho attraversate sera dopo sera, le ho cantate, risuonate, smontate e rimesse addosso. Inevitabilmente quel mondo è entrato nel mio modo di scrivere, nel suono, nel modo di stare dentro una canzone. Per questo “casa”, da luogo della memoria, è diventato il punto verso cui torno portandomi dietro quello che ho imparato, o anche un posto da cui ripartire. Dentro il disco c’è il solco della storia musicale della mia famiglia, un linguaggio che ho interiorizzato e che oggi provo a rimettere in movimento, con la mia voce, le mie canzoni e il mio modo di raccontare. Non è un disco su Ivan, ma è un disco che non avrebbe potuto esistere senza tutto quello che, negli anni, ho imparato attraversando la sua musica. Non è il ritorno nostalgico al padre, né alla famiglia, né all’adolescenza. È un movimento verso un luogo interiore e sonoro che riconosco come proprio dopo averlo attraversato a lungo. La casa è il repertorio di mio padre Ivan, ma anche mio figlio Ludovico, è la provincia, è Milano con le sue stanze piccole, i compagni di scuola, i ragazzi perduti, le figure desiderate da lontano.
Il disco è nato in sala prove, dalla voglia di suonare e di vedere dove questa cosa mi avrebbe portato. L’impianto musicale dei brani è stato registrato dal vivo. Da quella base suonata insieme siamo poi ripartiti per registrare le mie chitarre e le voci. Cercavamo una grana artigianale, vera, anche un po’ vintage, che tenesse insieme tutto il disco. Volevo che si sentissero gli strumenti, il respiro, la materia della band.
Ho suonato io tutte le batterie del disco, non da batterista accademico, ma con un approccio più istintivo, legato al linguaggio, al sentimento, al modo in cui quelle canzoni dovevano stare in piedi. Dentro c’è anche un ritorno agli assoli come parte viva dell’arrangiamento, uno spazio restituito alle chitarre, al suono, alla dimensione del performer.
Musicalmente è un disco che guarda molto alla musica americana degli anni Settanta, a Dylan, Allman Brothers, The Band, Neil Young, Little Feat, Jim Croce, a tutto quel mondo che amo profondamente e che sento vicino anche alla storia musicale di mio padre.
Filippo Graziani, il significato delle canzoni dell’album “Verso casa”
SELVAGGIO
Probabilmente il brano più autobiografico del disco e per questo apre l’album. È il punto di partenza, una specie di canovaccio di tutto quello che succede dopo. È una finestra sulla mia infanzia e sulla mia adolescenza, su quel modo di crescere che appartiene alla mia generazione. Eravamo senza telefono, senza connessione, senza quella mente ad alveare che oggi tiene tutti collegati. La connessione si creava quando uscivi di casa e incontravi davvero le persone. C’era più individualismo, certo, ma anche un modo molto fisico e diretto di stare nel mondo. Scrivendo questa canzone mi sono reso conto di che cosa mi manca di quel periodo e di che cosa, in qualche modo, mi piacerebbe potesse vivere anche mio figlio. So che non potrà essere la stessa cosa, perché i tempi sono cambiati, ma dentro quel ricordo c’è una fantasia, una speranza, il desiderio che almeno una piccola parte di quella libertà possa arrivare anche a lui.
Musicalmente il pezzo nasce acustico, come spesso succede alle mie canzoni. Poi ho voluto vestirlo con gli stilemi della musica che amo: Dylan, The Band, Neil Young, l’americana anni Settanta. È una dichiarazione d’intenti anche dal punto di vista sonoro, perché mette subito in chiaro la direzione del disco.
LAMBRATE
Dentro questo pezzo ci sono le mie prime esperienze milanesi, il periodo dei vent’anni, quando iniziavo a vivere dentro una grande città.
Racconta la contraddizione di vivere in una grande città ma dentro uno spazio piccolo, come succede a tanti che si trasferiscono per la prima volta da soli nelle metropoli. In quello spazio ci sono due persone che provano a convivere, a costruire qualcosa, finendo inevitabilmente anche per darsi fastidio. Mi interessava raccontare quell’intimità quotidiana che nasce quando vivi molto vicino a qualcuno: i gesti minimi, gli specchi, le frasi dette per stanchezza, la noia, l’irritazione, ma anche una forma di vicinanza molto reale. È una canzone su un’età precisa, su quel momento in cui ti affacci alla vita adulta, hai voglia di fare, di muoverti, di stare dentro le cose, ma vivi ancora in una dimensione fragile, provvisoria, spesso scomoda.
Dal punto di vista musicale mi sono lasciato andare a un rock and roll più boogie, molto americano, con chitarre slide, assoli e un passo classico. L’ispirazione più forte, in questo caso, sono stati i Little Feat, soprattutto per la divisione del tempo e per il tipo di movimento ritmico, ma anche i Rolling Stones. Una particolarità del brano è che ci sono due batterie che si muovono insieme. Qui diventa più evidente il mio modo di suonare, basato sul feeling, sul linguaggio, sull’istinto. Credo che le canzoni funzionino proprio perché hanno quel tipo di approccio umano e non perfettamente accademico.
RAGAZZI PERDUTI
Una storia semi-biografica. Racconta due ragazzini che crescono insieme, fino al momento in cui uno dei due prende una strada in cui l’altro non può seguirlo. È la strada della droga, della deriva, di qualcosa che a un certo punto ti porta via.
Mi interessava raccontare la noia della provincia negli anni Novanta. Quella provincia poteva davvero ammazzarti, soprattutto se non avevi gli strumenti per capire quello che ti succedeva dentro. Non esisteva l’educazione emotiva, non c’era un linguaggio per dire certe cose. Se eri triste, la risposta era: “esci, vai fuori!”. E così ti portavi fuori la stessa tristezza, solo che fuori poteva diventare una cazzata, una dipendenza, una strada sbagliata.
Oggi ci sono altri problemi, i social hanno aggiunto nuove forme di pressione e di solitudine, ma credo che quel senso di smarrimento appartenga ancora a tanti ragazzi. La canzone nasce da lì, da quel vuoto, da quella sensazione di essere lontani da tutto, di guardare la grande città come un posto in cui gli altri sembrano più pronti, più furbi, più vivi.
Il titolo nasce anche da un cortocircuito tra due immaginari che ho amato da ragazzo: i ragazzi perduti di Peter Pan e il film The Lost Boys. Mi piaceva questa idea di adolescenza sospesa, di ragazzi che sembrano non voler crescere e allo stesso tempo rischiano di perdersi davvero.
Musicalmente è uno dei brani più moderni del disco, anche se è stato suonato con lo stesso approccio degli altri. Ha avuto una genesi più complessa, l’ho cambiato molte volte prima di trovare la sua casa. All’inizio era più veloce, più spinto, aveva una divisione ritmica diversa. Per un po’ non riusciva a trovare il posto giusto. Quando ci siamo arrivati, ho capito che quella era la forma del brano.
POVERO ME
È il brano che ha inaugurato questo nuovo percorso discografico e il primo estratto da “Verso Casa”. Un racconto che ho immaginato mentre ero bloccato nel traffico. Racconta fughe dalla realtà, desiderio e una passione travolgente che prende forma soprattutto nella testa: un sentimento immaginato, inseguito, vissuto tra ironia e malinconia. Dal punto di vista musicale, anticipa l’approccio artigianale che attraversa tutto il disco. È un lavoro diretto, essenziale, costruito sul suono reale e tangibile degli strumenti, senza effetti superflui o orpelli. Al centro ci sono le chitarre, la sezione ritmica, la voce e la vibrazione fisica degli strumenti.
SILVIA
Forse la canzone più autoesplicativa del disco. Racconta una cosa che credo abbiano vissuto in tanti: innamorarsi perdutamente di una ragazza della propria età e rendersi conto che lei guarda altrove, quasi sempre verso qualcuno più grande. A quattordici o quindici anni questa cosa può sembrare spietata. Tu sei lì, completamente cotto, convinto che dovresti essere tu quello visto, scelto, considerato, e invece ti trovi fuori campo. I ragazzi più grandi hanno la patente, hanno un altro fascino, sembrano già dentro un mondo a cui tu non hai ancora accesso. È una canzone sulla frustrazione di quell’età, ma anche sulla crudeltà naturale della crescita. A un certo punto ti accorgi che la vita non segue l’ordine romantico che avevi in testa. Ti mette davanti persone, desideri e delusioni, e spesso prima ancora che tu abbia gli strumenti per capirlo.
Qui si sente il mio amore per Jim Croce e per quel mondo di cantautori folk americani che scrivevano e cantavano con l’acustica. Volevo una canzone che avesse quella semplicità lì, quella capacità di stare in piedi su una scrittura, una voce, uno strumento, senza bisogno di sovraccaricare il racconto.
PANICO (PUNK77)
“Panico (Punk77)” parte da Danny che diventa il pretesto per raccontare ciò che resta, da adulti, dei miti della giovinezza. Quando sei adolescente ci sono persone che sembrano incarnare tutto quello che ti spaventa e ti attrae. Sembrano più libere, più pericolose, più avanti. A volte sono fragili, a volte sono fuori posto, ma proprio per questo diventano figure enormi nel tuo immaginario. Le guardi da lontano, le idealizzi, le temi, magari vorresti essere come loro, o magari non sai nemmeno bene perché ti colpiscono così tanto. Il Punk 77 del titolo è questo, non soltanto un riferimento estetico o musicale, ma il nome di un immaginario che sopravvive alla propria epoca. A distanza di anni non restano solo il senso di rottura, la provocazione. Resta anche una forma di tenerezza, di nostalgia, quasi di romanticismo. Mi interessava raccontare come persino la ribellione, quando la riguardi da adulto, possa diventare una forma di malinconia.
Musicalmente è uno dei brani più immediati e trascinanti del disco. Ha una spinta rock, un ritornello molto corale, riff di chitarra incisivi e quel tappeto di piano elettrico/organo che porta avanti il movimento. Nel finale le chitarre si aprono, si contorcono, diventano quasi fisiche. È un pezzo che doveva tenere insieme l’energia del racconto e quella sensazione di panico, attrazione e memoria che c’è nel testo.
NELLA MUSICA
Una lettera a mio figlio Ludovico che nasce dal desiderio di lasciargli qualcosa che possa ascoltare quando vuole, in qualsiasi momento della sua vita. Gli ho scritto quello che forse avrei voluto sentirmi dire anch’io. Non perché non mi sia arrivato amore, ma perché certe cose, quando cresci, vorresti poterle ritrovare in una forma chiara, disponibile, sempre lì. Una canzone può diventare anche questo: un messaggio che resta, una specie di promessa, qualcosa a cui tornare nei momenti in cui se ne sente il bisogno. Dentro c’è il mio nuovo punto di vista di padre. Tutto il disco nasce anche da questo cambiamento: da figlio sono diventato padre, e il modo di guardare la vita, il passato e il futuro si è spostato. “Nella musica” è forse il brano in cui questo passaggio diventa più esplicito.
È uno dei pezzi più vicini alla tradizione country del disco. È molto acustico, costruito su un suono diretto, caldo, essenziale, con quella matrice americana che attraversa tutto il lavoro. È una canzone che non aveva bisogno di essere appesantita: doveva conservare la sua forma più semplice e sincera, perché il centro resta la voce, il racconto, il messaggio.
LE TRE CHIAVI
“Le tre chiavi” è un brano scritto da mio padre Ivan. L’ho inserito nel disco dopo aver ritrovato un’intervista in cui mio padre raccontava l’immagine da cui nasceva la canzone: due cani che lottano per strada a Milano, uno con il collare e uno senza.
Il cane con il collare viene aizzato dal padrone contro un cane randagio, libero e vagabondo, che prova a difendersi come può e riesce a salvarsi soltanto grazie a un imprevisto. In quell’episodio vedeva un’allegoria molto chiara. Parlava di tre chiavi per leggere la scena: il regista, l’esecutore e la vittima. Il regista è il padrone, l’esecutore è il cane con il collare, la vittima è il vagabondo, che forse ha scelto la libertà o forse è semplicemente nato figlio di nessuno. Poi c’è una quarta presenza, che non si può davvero governare: l’imprevisto, il destino. Quello che arriva e cambia tutto senza che nessuno possa dargli una forma precisa.
Dentro il percorso del disco, “Le tre chiavi” diventa anche un punto di contatto diretto con lui. Non è un omaggio messo lì per nostalgia, ma un brano che entra naturalmente nel discorso di “Verso Casa” che diventa una casa fatta di suono, memoria, scrittura e continuità, dove quello che è venuto prima può ancora parlare al presente.
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