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Intervista a Baby Lasagna: “L’arte sta morendo, si parla soltanto di numeri”

Intervista a Baby Lasagna, che racconta il nuovo album “End The Party”, la fama, i social, l’autenticità e il concerto del 15 novembre a Milano.

Dopo aver conquistato il pubblico internazionale con “Rim Tim Tagi Dim” e il suo percorso a Eurovision 2024, Baby Lasagna torna alle origini con “End The Party”, un album che abbraccia sonorità più pesanti e mette a nudo le contraddizioni della fama. Il progetto nasce da un periodo particolarmente intenso per Marko Purišić e la sua band, trasformando le difficoltà personali, le fragilità e le riflessioni sull’industria musicale in un lavoro diretto e senza compromessi.

Tra rock, metal e momenti di inaspettata delicatezza, il disco racconta anche il rapporto complesso con il successo e il bisogno di non perdere la propria autenticità. «L’arte sta morendo, se non è già morta», afferma l’artista, criticando un sistema sempre più concentrato su numeri, classifiche e playlist, anziché sul valore delle canzoni. Nell’intervista a iMusicFun, Baby Lasagna si racconta senza filtri, dalla fede che attraversa brani come “Dawn” alla paura dei social network, passando per il legame speciale con la propria community e il desiderio di mantenere un rapporto diretto con i fan.

Spazio anche al lato più sensibile del musicista, che emerge nella ballata rock “Would You?”, e ai ricordi della prima esibizione italiana. Il prossimo appuntamento con il pubblico del nostro Paese è fissato per il 15 novembre al Legend Club di Milano, con uno spettacolo che promette una scaletta più ricca, una produzione rinnovata e tanta energia dal vivo. Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Intervista a Baby Lasagna, il nuovo album “End the party“

Partiamo, in un certo senso, dalla fine: l’ultima traccia del nuovo album End the party è una nuova versione di And I, singolo del disco precedente. Avete adattato il brano al sound del nuovo lavoro. È stato un modo per creare un collegamento tra i due album?

Forse, in un certo senso, sì. Credo che fosse anche una delle funzioni di questa nuova versione: collegare i due mondi, quello del primo album e quello del secondo.
Ma, sinceramente, penso che il più grande errore della mia carriera sia stato pubblicare And I dopo l’Eurovision e Rim Tim Tagi Dim. Avrei dovuto pubblicare direttamente Biggie Boom Boom.
Non riesco proprio a superare questa cosa e, a dire il vero, quella canzone non mi piace. Non penso che rappresenti ciò che siamo. Così abbiamo pensato di renderla migliore e più interessante, e credo che ci siamo riusciti.
So che molti fan sono ancora affezionati alla vecchia versione, ed è assolutamente comprensibile. Ma noi preferiamo questa versione più cupa, in tonalità minore anziché maggiore. Era esattamente ciò che volevamo ottenere.

Nonostante non abbiate mai davvero abbandonato il vostro atteggiamento rock, con l’eccezione di And I, in questo nuovo disco avete deciso di tornare a un sound più energico e potente. Come siete arrivati a questa scelta?

A dire il vero, non è stata una decisione vera e propria. Credo che sia semplicemente quello che abbiamo sempre fatto.
Da quando siamo musicisti abbiamo sempre suonato musica più pesante. Il primo album è stato quasi un incidente di percorso, perché non avevamo mai programmato di diventare famosi. Ci divertivamo semplicemente a fare musica e a sperimentare cose nuove. Stavamo anche cercando di migliorare le nostre capacità di scrittura per poter comporre canzoni per altri artisti. Ecco perché nel primo disco ci sono così tanti generi diversi.
Poi, quando tutto è esploso, avevamo bisogno di pubblicare un album e, non avendo molto tempo per pensarci, abbiamo semplicemente preso le canzoni che avevamo sul computer e le abbiamo messe insieme.
Il secondo album, invece, rappresenta quello che per noi viene più naturale. Credo che molti dei nostri fan siano persone che ascoltano rock e metal e che abbiano sempre percepito qualcosa di metal nella nostra scrittura. Penso quindi che siano contenti di vederci attraversare finalmente il confine verso quella musica più pesante che sentono vicina.
È stato tutto molto spontaneo, non una scelta particolarmente ragionata.

Sappiamo che avete scritto questo album durante un periodo particolarmente intenso della vostra vita, subito dopo l’Eurovision e tutto quello che ne è seguito. È stato difficile trasformare le vostre difficoltà personali in musica?

No, perché scrivo di ciò che mi tormenta fin da quando ero bambino. Ancora una volta, è qualcosa che ormai mi viene naturale.
Faccio molta più fatica a scrivere canzoni quando tutto va bene. Quando sei sereno e felice, non so davvero di cosa scrivere. Non riesco nemmeno a immaginarmi mentre compongo una canzone sulla felicità, perché non l’ho mai fatto.
Credo che la sofferenza sia un’emozione più intensa, capace di coinvolgerci maggiormente rispetto alla felicità. Quando attraversi un momento difficile, forse riesci a sentire più profondamente la tua umanità.
Per questo scrivere i testi di questo album è stato, in un certo senso, naturale e persino semplice.

Che cosa rappresenta End The Party nel vostro percorso artistico?

Credo che questa canzone abbia diversi livelli di lettura. Uno dei più importanti riguarda la difficoltà di affrontare una fama improvvisa, soprattutto qui in Croazia. A un certo punto le persone iniziano a considerarti quasi un oggetto, un premio o un trofeo con cui farsi una fotografia, piuttosto che una persona. È una sensazione che ho vissuto soprattutto nel mio Paese. All’estero non sono così famoso, forse ormai nemmeno qui.
C’è poi tutta la componente della mania che accompagna questo mondo. Nel videoclip, per esempio, si vedono tante persone che cercano di afferrarci e avvicinarsi a noi.
Ma la parte più importante della canzone, per me, è un avvertimento che rivolgo a me stesso. Anche se critico la fama e la cultura che le ruota intorno, mi sono accorto di aver iniziato anch’io ad apprezzare certe attenzioni, arrivando a pensare di meritare qualcosa: ho fatto questo, quindi adesso devo ottenere quello.
A un certo punto mi sono fermato e ho pensato: aspetta un momento, questo non è un modo normale di ragionare. Non è ciò che dovresti diventare e nemmeno ciò che sei veramente.
Mi sono sentito deluso da me stesso. In passato pensavo che sarei diventato famoso, che sarei stato il migliore e che sarei rimasto una persona buona, quasi un angelo. Poi mi sono reso conto di non essere necessariamente così.
Quindi questa canzone è anche un modo per mettermi in guardia, ridimensionare il mio ego e cercare di combattere quella parte di me.

Nell’album troviamo anche una sorta di preghiera, Dawn. Che cosa significa per te questo brano e quanto è importante la spiritualità nella tua vita?

Non parlerei tanto di spiritualità, quanto di fede. La fede per me è tutto. Credo che organizzerò la mia vita e prenderò le mie decisioni seguendo la mia fede. Non è semplicemente qualcosa che mi accompagna: è qualcosa che seguo. Non è una parte di me, sono piuttosto io a fare parte di essa.
Dawn ha diversi significati e livelli di lettura. Il più evidente riguarda la scena del Getsemani, poco prima che i soldati romani arrivino a prendere Gesù per condurlo alla crocifissione.
È il momento della sua sofferenza e del suo conflitto interiore. In questo senso, il brano mi ricorda anche Forest dei System of a Down, in cui c’è una supplica al Padre affinché lo liberi, se questa è la Sua volontà, ma allo stesso tempo c’è la resa alla volontà del Padre.
Per me, però, Dawn è anche una canzone estremamente personale. C’è un altro livello di lettura che collega quella scena a una situazione molto difficile che ho vissuto e che continuo a portare dentro di me. Non ne ho mai parlato pubblicamente e probabilmente non lo farò.
La canzone crea un parallelismo tra ciò che Gesù ha vissuto nel Getsemani e ciò che una persona importante nella mia vita ha dovuto affrontare.
Per questo Dawn è probabilmente il brano con il testo più forte dell’intero album, quello al quale mi sento maggiormente legato.

Nell’album affronti anche un altro tema di cui avevi già parlato, quello della negatività online, per esempio in IG Boi. Come vedi l’evoluzione dei social network, anche in relazione alla distribuzione della musica?

Oggi, per motivi professionali, sono molto più attivo sui social rispetto al passato. Non posso parlare in termini assoluti, posso raccontarti soltanto la mia esperienza personale.
Per esempio, adesso ho un telefono con cui sto parlando con voi e un altro che utilizzo esclusivamente per i social media. Lo uso per pubblicare qualcosa, poi lo spengo e cerco di non guardare più i social durante il resto della giornata. In pratica, pubblico e scappo! Quasi ho paura dei social e di quello che potrebbero farmi.
Credo comunque che la cultura degli influencer stia cambiando. Mi sembra che stia diventando un po’ più autentica e meno costruita. Le persone stanno iniziando a stancarsi di vedere vite perfette e finte e cercano qualcosa di vero in un mondo che continua a proporre contenuti artificiali.
Penso che oggi le persone abbiano più che mai fame di autenticità e che i social media, prima o poi, rifletteranno sempre di più questa esigenza.
Per quanto riguarda l’industria musicale, è sempre stata terribile e continua a esserlo. Con l’intelligenza artificiale, poi, la situazione è diventata ancora più complicata. Ormai sembra che tutto ruoti intorno ai soldi. L’arte sta morendo, se non è già morta. Si parla soltanto di numeri, di quanto puoi guadagnare con un tour, di quante playlist di Spotify riesci a conquistare.
Non sento quasi mai nessuno discutere di una canzone in termini di valore artistico, chiedendosi semplicemente se sia bella o meno.

Avete utilizzato proprio i social media per raccogliere le immagini dei vostri fan da inserire nella copertina del disco. Come è nata questa idea?

È una cosa davvero bella! Credo che la nostra community sia molto unita e affiatata. Personalmente, insieme alla band, cerco sempre di mantenere un rapporto diretto con i fan.
In un certo senso, stiamo cercando di creare qualcosa che vada oltre la semplice industria musicale. Esiste il mondo della musica, ma esiste anche la nostra community. Ormai conosciamo tanti fan persino per nome.
Stavo pensando a come rafforzare ulteriormente questo legame e mi sono detto: perché non inserirli nella copertina dell’album?
La copertina, tra l’altro, è davvero fantastica: contiene tantissimi personaggi, forse centinaia, addirittura un migliaio. Così abbiamo pensato di organizzare una sorta di gioco e, alla fine, inserire i nostri fan nella grafica del disco.
Ed è quello che abbiamo fatto. Anche in questo caso è stata un’idea spontanea, nata semplicemente parlando tra noi. Non ci siamo messi a discutere a lungo se fosse giusto farlo o meno: ci è sembrata subito una bella idea.

Nell’album troviamo anche una ballata rock, Would You?. È il tuo modo di mostrare il lato più dolce e romantico della tua personalità?

Assolutamente sì. In realtà, questo album è un po’ particolare per me perché non contiene molte canzoni delicate. Credo che, se Dio vorrà, il terzo disco ne avrà di più, anche perché mi sento maggiormente vicino ai brani più morbidi rispetto a quelli più duri.
Naturalmente amo anche le canzoni più pesanti, ma sono un ragazzo molto sensibile. Sono una persona che potrebbe mettersi a piangere da un momento all’altro!
Direi che Would You? rappresenta sicuramente il mio lato più tenero. Parla della paura di perdere una persona amata ed è proprio questo il sentimento che volevo raccontare.

Se End The Party fosse una persona, come ne descriveresti il carattere?

Innanzitutto sarebbe una persona estroversa. Credo che ci sia una differenza tra Marko e Baby Lasagna. Fuori dal progetto Baby Lasagna, Marko è una persona piuttosto timida. Quando invece sono dentro questo progetto, divento molto più estroverso.
Sarebbe quindi una persona estroversa e un po’ buffa, ma con tante cose da dire e forse con una visione del mondo più critica e negativa che positiva. Il tutto, però, con un atteggiamento quasi da «non me ne importa niente».
Direi quindi: estroverso, cool.

Il 15 novembre sarete a Milano per un nuovo concerto. Che ricordo hai della vostra prima esibizione in Italia?

La ricordo benissimo! Prima di tutto, mi aspettavo una festa incredibile, considerando che Milano è relativamente vicina alla Croazia. Ma quello che ho trovato è stato persino meglio delle aspettative. Il pubblico era davvero caloroso, rumoroso, felice e molto comunicativo. È stato un grande onore suonare in Italia e mi sono divertito tantissimo.
Ricordo soprattutto che le persone ridevano tantissimo a ogni mia battuta. Tra una canzone e l’altra parlavo e scherzavo e mi sembrava quasi di essere un comico!
C’è anche un episodio che ricordo particolarmente. A un certo punto ho chiesto al pubblico: «Vi piace il mio outfit?». Una ragazza ha gridato «Sei bello!». Io, però, ho capito che mi stesse dicendo in inglese «Say bello», cioè che dovevo pronunciare la parola «bello». Così ho risposto: «Bello!». Poi ho capito il malinteso e mi sono reso conto di quanto fosse divertente la situazione. Tutto il locale stava ridendo!
Avevo praticamente dimenticato di essere in Italia e dovevo continuamente riprogrammare le lingue nella mia testa: prima il croato, poi l’italiano e infine l’inglese. È stato piuttosto surreale!

Che cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo concerto?

Se vi è piaciuto il primo spettacolo, vi prometto che questo sarà ancora migliore! Adesso abbiamo una scaletta più ricca e un programma musicale molto più articolato. Credo che ci sarà qualcosa per tutti.
Anche dal punto di vista della produzione, lo spettacolo sarà molto più interessante rispetto alla volta precedente.
Inoltre, questa volta avremo degli artisti di apertura, quindi potrete ascoltare più band e non soltanto noi. Ci saranno alcuni gruppi che si esibiranno con un breve set prima del nostro concerto.
Poi saliremo sul palco e daremo il meglio di noi. Se vi è piaciuto il primo show, vi prometto che questo sarà ancora più bello. Venite a trovarci, sarà fantastico!

Come riuscite a bilanciare i brani storici con il nuovo materiale all’interno della scaletta?

Dovrete venire al concerto per scoprirlo!
Abbiamo lavorato molto sulle vecchie canzoni e su quelle nuove, cercando anche di trovare il modo migliore per collegarle tra loro. È proprio per questo che parlavo di un programma musicale molto ricco. Ci sarà davvero tanto da ascoltare e da scoprire, quindi dovrete venire a vederlo di persona!

Abbiamo visto anche quanto siate bravi a reinventare la vostra musica, per esempio durante il concerto con l’orchestra organizzato da Red Bull, che è stato davvero brillante. Come riuscite ad adattare le vostre canzoni a uno stile così diverso, mantenendo comunque l’identità di Baby Lasagna?

Per noi era importante mantenere l’atteggiamento che abbiamo quando suoniamo i nostri strumenti e quando io canto. Credo che Baby Lasagna sia proprio questo: il nostro modo di essere, il nostro atteggiamento e anche la nostra ironia.
Penso che le nostre canzoni abbiano funzionato molto bene nella versione orchestrale. Abbiamo collaborato con persone davvero talentuose, che ci hanno sicuramente aiutato a realizzare questo progetto. Erano musicisti molto professionali e sapevano come tradurre musicalmente le nostre canzoni da un genere all’altro.
Credo, però, che le melodie e il ritmo siano rimasti gli stessi. È cambiato soprattutto il suono, ma il messaggio che volevamo comunicare è rimasto identico.

Photos by Elizabeta Ružić Purišić

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