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Intervista a Benji & Fede: “Con ‘Quando Viaggi da Sola’ ci siamo concessi la libertà di essere davvero noi stessi”

Benji & Fede 2026

Intervista a Benji & Fede, che raccontano “Quando Viaggi da Sola”, tra libertà artistica, maturità, fragilità, nostalgia e il nuovo tour nei teatri. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.

Dopo anni di successi, cambiamenti, esperienze e una storia artistica che li ha portati a crescere sotto gli occhi del pubblico, Benji & Fede tornano con un nuovo capitolo della loro musica. “Quando Viaggi da Sola”, il sesto album in studio del duo, è un progetto che sembra segnare una nuova consapevolezza, non soltanto dal punto di vista musicale, ma soprattutto umano.

Nove canzoni che attraversano amore, nostalgia, libertà, fragilità e ricerca di un equilibrio. Un disco nato senza un progetto rigidamente definito a tavolino, ma costruito lasciando spazio all’istinto e alle intuizioni.

Il viaggio, che inizialmente sembrava essere soltanto un’immagine, è diventato progressivamente il filo conduttore dell’intero album: viaggio fisico, emotivo e personale, tra partenze, ritorni e nuove destinazioni.

Da “Mulholland Drive” a “Non So Se Mi Va”, da “Hotel Miramare” a “Via Da Me”, fino alla profondità di “Così Così”, Benji & Fede mostrano un lato più intimo, libero e cantautorale.

E proprio la libertà sembra essere la parola chiave di questo nuovo percorso: la libertà di sperimentare, di non avere tutte le risposte e persino di rischiare di non essere compresi.

Benji & Fede raccontano la genesi dell’album, il rapporto con la maturità e con la nostalgia, il significato delle canzoni più personali e la sfida del primo tour nei teatri con “Sempre in Due – Live a Teatro”. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Intervista a Benji & Fede, il nuovo album “Quando Viaggi da Sola”

“Quando Viaggi da Sola” arriva in un momento particolarmente importante del vostro percorso. Che cosa rappresenta questo album per voi?

Rappresenta sicuramente un nuovo step, un nuovo capitolo. Con questo disco ci siamo dati la possibilità di essere il più autentici, naturali e liberi possibile. Per noi è stato anche l’inizio di un nuovo modo di concepire la musica e, soprattutto, di tornare a esserne innamorati. Dopo tanti anni e sei album insieme, avevamo bisogno di ritrovare quella sensazione di libertà che probabilmente avevamo all’inizio. Questo disco nasce proprio dalla voglia di seguire maggiormente il nostro istinto, senza cercare necessariamente di rispondere a delle aspettative esterne. Volevamo fare qualcosa che sentissimo davvero nostro, anche quando questo significava prendere delle strade meno prevedibili.

Parlate molto di libertà. Ascoltando l’album si avverte effettivamente la volontà di andare oltre, sperimentare e sorprendervi anche. Ma qual è oggi il prezzo della libertà artistica?

Penso che tutto abbia un prezzo. A volte la libertà porta con sé il rischio di non essere sempre compresi da tutti. Quando fai musica c’è anche il rischio di essere fraintesi o incompresi, ma penso sia un prezzo onesto da pagare. Nel nostro caso siamo al sesto album insieme e probabilmente l’unico modo per rendere questa esperienza ancora stimolante e appassionante come agli inizi è proprio quello di dare ascolto al nostro istinto. Dobbiamo fare quello che ci sentiamo di fare, senza forzare situazioni che altrimenti non sarebbero naturali. Crediamo che il segreto sia proprio questo: fare quello che amiamo. Questa volta volevamo realizzare un disco molto intimo, molto onesto, anche crudo e cantautorale. E alla fine è esattamente quello che è venuto fuori.

Nei testi ci sono immagini molto quotidiane, accanto ad altre decisamente più forti. Come avete trovato l’equilibrio tra dimensione personale e temi universali?

In realtà non c’è stata una strategia precisa per cercare di mantenere in equilibrio i temi dal punto di vista testuale. Le canzoni sono nate in maniera naturale. Non siamo partiti da delle reference dicendoci prima quale canzone avremmo voluto scrivere o quale argomento avremmo dovuto affrontare. Sono nate da intuizioni e dalla ricettività di seguirle. Abbiamo cercato di credere che quelle intuizioni venissero da noi, dal nostro inconscio, e che potessero aiutarci a dire qualcosa che magari non eravamo ancora riusciti a esprimere fino in fondo. È stato un processo molto spontaneo. Ogni canzone ha trovato la propria strada e noi abbiamo semplicemente cercato di assecondarla.

Anche il viaggio sembra essere diventato il filo conduttore dell’album senza essere stato necessariamente progettato dall’inizio. È così?

Sì, esattamente. Questo disco si è formato man mano, canzone dopo canzone. Non è stato qualcosa che abbiamo progettato all’inizio. Il concept è arrivato successivamente, quando ci siamo accorti che tra le canzoni esistevano dei collegamenti, delle immagini e delle sensazioni comuni. Il viaggio è diventato quasi naturalmente il filo conduttore del disco. È un viaggio fisico, ma anche personale. Ci sono partenze, distanze, ritorni, cambiamenti. E soprattutto c’è l’idea di attraversare una fase della vita in cui non sei più quello che eri, ma non hai ancora necessariamente capito chi sarai.

Avete scelto di aprire il disco con “Mulholland Drive”, un brano molto energico e quasi cinematografico. Perché proprio questa canzone?

“Mulholland Drive” è stata una canzone un po’ matta, nata in un pomeriggio, forse proprio dall’esigenza di buttare fuori un po’ di energia repressa e dare sfogo ad alcune immagini che avevamo nella testa. Siamo stati bravi a seguire quel tipo di energia e soprattutto a non lasciarla a metà, come spesso accade. Ti vengono delle idee, magari le lasci lì nel cassetto insieme ad altre centinaia di idee e poi non le riprendi più. In questo caso siamo riusciti a portarla fino alla fine e siamo molto contenti che sia entrata nel disco.

È un brano molto visivo, quasi una sequenza cinematografica. È anche questa la direzione che avete cercato per la vostra musica?

Intanto grazie, perché è una cosa che ci fa molto piacere. Ci piace pensare che anche quando la musica ha dei lati più adrenalinici, più carichi dal punto di vista emotivo e magari anche del BPM, possa comunque mantenere una certa cinematografia. Ci piace che ci sia un’immagine dietro quello che facciamo, che la musica possa accompagnare delle scene, delle sensazioni, dei momenti. “Mulholland Drive” potrebbe essere un puntino di inizio di qualcosa di nuovo, proprio perché contiene tanta energia ma allo stesso tempo lascia spazio all’immaginazione.

“Non So Se Mi Va” sembra quasi un manifesto di libertà e di accettazione dell’incertezza. È anche un modo per fare pace con i trent’anni e con il fatto che non sempre possiamo avere delle risposte?

Sì, secondo me hai colto un punto importante. Non sempre si possono avere delle risposte e non sempre bisogna cercarle a tutti i costi. A volte alcune cose puoi semplicemente fartele andare bene per quello che sono. “Non So Se Mi Va” è una canzone ironica, ma allo stesso tempo è anche abbastanza disillusa rispetto a come abbiamo vissuto questi anni. Mi sento molto rappresentato da quella canzone. Crescendo ti rendi conto che non puoi avere una risposta per ogni domanda e forse impari anche a convivere meglio con questa cosa. Non devi necessariamente sapere sempre dove stai andando. A volte puoi anche permetterti di vivere una situazione per quello che è.

In “Hotel Miramare” emerge invece una forte nostalgia. È cambiato il vostro rapporto con la malinconia rispetto agli inizi?

È cambiato il nostro rapporto con la nostalgia oppure siamo arrivati semplicemente a un punto in cui è più facile sviscerarla. Oggi è più facile raccontare certe cose che riguardano anche un passato abbastanza remoto. Mi piace pensare che questa capacità si affini sempre di più con il tempo, perché ti dà anche la possibilità di riscoprire alcune sensazioni che magari sono rimaste sopite per tanti anni. Quando cresci, alcuni ricordi cambiano significato. Non necessariamente diventano più belli o più brutti, ma li guardi da una prospettiva diversa. E questo ti permette di tirar fuori emozioni che magari quando eri più giovane non riuscivi nemmeno a riconoscere.

Se una volta si cercava “la canzone” che potesse rappresentare un album, in questo disco potrebbe essere “Via Da Me”. È anche una riflessione sul vostro rapporto con ciò che siete stati?

Sì. È anche un manifesto del rapporto tra quello che ti senti di essere dentro e la percezione che il mondo ha di te, che spesso non è completamente affine e non sempre collima. C’è una frase nella canzone, “una cosa che ho capito: un uomo è e un uomo ha”, che secondo noi esprime molto bene questo concetto. È una frase estremamente veritiera perché racconta la distanza tra quello che possiedi, quello che hai raggiunto e quello che invece senti realmente di essere. A volte puoi avere tante cose e contemporaneamente sentire che non sono quelle che ti servono davvero. È una riflessione che probabilmente arriva anche dal nostro percorso e dagli anni che abbiamo vissuto.

Un altro momento molto importante è “Così Così”, che affronta la fragilità, la paura della mediocrità e il disagio interiore. Perché avete sentito la necessità di inserire un brano così diretto?

Sicuramente una cosa che ci accomuna e che ci caratterizza è proprio la paura di vivere una vita a metà, una vita che non lascia il segno né a noi né nel mondo in cui viviamo. Questa è una nostra grande paura. In generale “Così Così” parla di quelle paure che una persona può avere nel mezzo del cammino della propria vita, proprio quelle paure che diventano più reali quando hai superato i trent’anni, non sei più un ragazzino e inizi a renderti conto che il mondo non è necessariamente come te lo immaginavi.

È una canzone molto onesta e cruda. Alla fine è entrata nel disco anche perché Fede l’ha voluta fortemente e mi fa piacere che abbia spinto per inserirla. Era anche un modo per dire: possiamo essere anche questo. Possiamo mostrare questa parte di noi senza doverla necessariamente nascondere.

Nel disco, quindi, sembra esserci anche una maggiore disponibilità a mostrare le proprie fragilità.

Sì, assolutamente. Forse è proprio una delle conseguenze della maturità. Quando sei più giovane hai anche il desiderio di proteggere maggiormente un’immagine, mentre con il tempo capisci che non è necessariamente quello il punto. Anzi, a volte essere fragili, ammettere di avere dei dubbi o di non stare bene può essere molto più autentico che cercare continuamente di dimostrare il contrario.

Musicalmente sembra che vi siate divertiti molto a sperimentare. È una porta che volete lasciare aperta anche per il futuro?

La porta è sempre stata aperta, da anni. Forse questo è l’anno in cui qualcuno entra! Ci siamo dati la possibilità di entrare noi per primi, e penso sia questa la cosa più importante. Abbiamo finalmente permesso a noi stessi di sperimentare senza chiederci continuamente se fosse quello che il pubblico si aspettava da Benji & Fede. E questa è stata una sensazione molto bella. Siamo molto soddisfatti proprio perché sentiamo di avere ritrovato una parte di noi che forse avevamo bisogno di riscoprire.

Ora arriva anche il primo tour nei teatri con “Sempre in Due – Live a Teatro”. Quanto vi entusiasma questa nuova dimensione?

È molto bello, anche perché un disco ha secondo noi due vite: quando lo crei e quando lo dai alle persone, e poi quando lo porti dal vivo e lo vivi insieme alle persone. I concerti sono un momento importantissimo. Il teatro, poi, è un luogo che non abbiamo mai calcato come palco e quindi rappresenta un’opportunità per scoprire un lato di noi e coltivare una dimensione che non abbiamo mai esplorato davvero. Siamo molto curiosi di capire cosa succederà quando queste canzoni entreranno in quella dimensione più intima.

Come conviveranno le nuove canzoni con quelle che hanno segnato la vostra storia?

Stiamo lavorando per riarrangiarle in maniera nuova, proprio per creare un filo conduttore con le canzoni di oggi, che sono diverse a livello sonoro, musicale e di produzione. Per collegarle meglio stiamo facendo un grosso lavoro di arrangiamento e di produzione. Non vogliamo semplicemente mettere insieme le canzoni vecchie e quelle nuove, ma cercare di farle dialogare all’interno dello stesso spettacolo. Anche questo fa parte del percorso che stiamo facendo: prendere quello che siamo stati e metterlo in relazione con quello che siamo oggi.

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