Intervista a Briga, realizzata poco prima del concerto del 4 maggio 2026 ai Magazzini Generali di Milano, il primo live da papà.

C’è un momento preciso in cui si capisce che un artista sta entrando in una nuova fase della propria vita. Per Briga quel momento coincide con il ritorno sul palco dei Magazzini Generali di Milano, ma soprattutto con qualcosa che va oltre la musica: diventare padre. Il live milanese non è solo una tappa del suo percorso, ma un punto di svolta umano, emotivo e creativo.

Tra libertà conquistata, indipendenza artistica e un rapporto sempre diretto con il pubblico, Briga si racconta senza filtri, alternando riflessioni profonde a una lucidità disarmante sulla fama, sulla musica e sulla vita.

In questa intervista emerge un artista che rifiuta le etichette, difende la propria coerenza e continua a evolversi senza perdere la propria identità. E oggi, con l’arrivo della figlia Allegra, quella ricerca assume un significato ancora più intenso.

Intervista a Briga, il primo live da papà

Questo concerto ai Magazzini Generali segna il tuo primo live da papà: che significato ha per te questo momento?

È un concerto che porterò dentro per sempre. Non è solo una data importante, è un passaggio di vita. Diventare padre ti cambia immediatamente, non è una cosa graduale: è qualcosa che senti dentro nel momento esatto in cui succede. Salire su quel palco sapendo che fuori da lì esiste una nuova responsabilità, la più grande della mia vita, rende tutto più intenso. Non so ancora come questa cosa entrerà nella mia musica, perché è un processo che ha bisogno di tempo, ma sicuramente ha già cambiato il modo in cui guardo il mondo.

In che modo pensi che questa nuova consapevolezza influenzerà la tua scrittura?

Onestamente non lo so ancora, ed è giusto così. Mia figlia ha un mese, sto ancora capendo cosa significa essere padre. Io ho sempre scritto partendo da quello che vivo davvero, quindi è inevitabile che anche questa esperienza entrerà nella mia musica, ma deve farlo in modo naturale. Non voglio forzare niente. So solo che mi sento diverso, più responsabile, e questa cosa prima o poi si rifletterà anche nelle canzoni.

Hai sempre avuto un rapporto particolare con Milano. Come lo descriveresti oggi?

Milano è una città importante per me, ma non nel modo classico. Non ci sono mai venuto a vivere per lavoro, non l’ho mai “usata” per la carriera, e spero che questa cosa venga percepita. Io amo Roma, è casa mia, e non la lascerei per vivere in un’altra città italiana. Se proprio dovessi andare via, guarderei all’estero. Però Milano resta una tappa fondamentale del mio percorso, un luogo che ha segnato momenti importanti della mia crescita artistica.

Il tuo live è diviso in più anime musicali. Come riesci a mantenere coerenza tra stili diversi?

Per me la coerenza non è fare sempre la stessa cosa, ma essere sé stessi. È comportarsi come si è, non come si è deciso di essere. Io ascolto tantissima musica, ho avuto influenze diverse e inevitabilmente tutto questo finisce nei miei dischi. Non mi interessa essere incasellato in un genere. Posso passare dal cantautorato al rap, dal rock al pop, perché sono tutte parti di me. E se sono autentiche, stanno insieme senza bisogno di forzarle.

Nei live sembri ancora più libero rispetto ai dischi. Cosa cambia davvero sul palco?

Sul palco mi concedo una libertà totale. Anche banalmente, dico cose che nei dischi non direi mai, tipo le parolacce. Non perché voglia fare il provocatore, ma perché lì è il momento, lì sei vivo, lì sei dentro una dimensione reale. Nei dischi invece penso molto di più a come comunicare certe cose.
C’è anche una differenza pratica: nelle piazze gratuite devi tenere l’attenzione su brani più conosciuti, mentre nei concerti a pagamento posso permettermi di andare più in profondità, di portare anche pezzi meno noti, più personali. È una libertà diversa.

Hai detto spesso di essere rimasto lo stesso ma di esserti evoluto. In cosa senti di essere cambiato davvero?

A livello umano sono migliorato nella gestione di certe emozioni, anche se non del tutto. Se qualcosa mi dà fastidio cerco di trattenermi, ma alla fine quello che sono esce sempre.
Musicalmente invece ho fatto un percorso importante: ho semplificato la scrittura, sono diventato più diretto, più pop se vogliamo. È stato un compromesso difficile da raggiungere, ma oggi mi rappresenta. Qualche anno fa un disco come “Sentimenti” non sarei riuscito a farlo.

La libertà è un tema centrale nel tuo percorso. Quando hai capito di averla davvero?

Non penso di averla “raggiunta” una volta per tutte. La libertà è qualcosa che devi difendere ogni giorno. Se la dai per scontata, te la tolgono.
Sicuramente deriva da quello che mi hanno insegnato i miei genitori e dal fatto che oggi sono indipendente nel mio lavoro. Posso vivere senza dover dipendere da qualcuno, e questa è una forma di libertà enorme. Ma è una conquista quotidiana.

Hai sempre parlato della fama come di una gabbia. Oggi come la vivi?

La vivo con attenzione. In Italia mi conoscono, quindi quando esco devo stare attento, anche nelle cose più normali. Io sono una persona molto spontanea, vado allo stadio, al mercato, faccio una vita normale, ma oggi basta un telefono per trasformare un momento privato in qualcosa di pubblico.
Esiste una sorta di “tribunale dei social” che non condivido, ma con cui devi fare i conti. Mi sento un po’ limitato, sì, ma riesco comunque a vivere.
E poi c’è una cosa importante: oggi essere famosi non significa essere ricchi. Io lo dico sempre: “non sono ricco, sono solo famoso”. È una differenza enorme rispetto al passato.

Questa sera porterai “Allegra” live per la prima volta: senti una pressione diversa?

No, non sento pressione nel cantare. È il mio lavoro, lo faccio da anni. Sono felice, più che altro.
La vera pressione sarà dopo, quando tornerò a casa e magari mia figlia non mi farà dormire! Quella è la vera sfida adesso.

Dopo l’album “Sentimenti”, in che fase artistica ti senti oggi?

Mi sento in una fase pop-cantautorale. Ma è una fotografia del momento. Domani potrei cambiare completamente direzione, tornare a fare rap o chiudermi in studio con la band e tirare fuori qualcosa di totalmente diverso.
Io vivo così: seguo quello che mi stimola in quel momento. Mi piace troppo la musica per fermarmi in un’unica direzione. Mi sento un cantautore che guarda al pop, ma che si prende la libertà di fare quello che vuole.

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