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Intervista a Davide Mancini: “La natura e l’arte possono salvarci dal caos”

Davide Mancini

Intervista a Davide Mancini, che torna con “Effimeri, Erranti e Vagabondi”, un album che rappresenta molto più di un semplice nuovo capitolo discografico: è il punto d’arrivo di un percorso artistico iniziato quasi vent’anni fa con Madame Gerbelle e proseguito con “Poesia e Democrazia”.

Il cantautore valdostano firma un progetto intimo e concettuale, nato dall’esigenza di interrogarsi sul rapporto tra l’uomo contemporaneo, il caos del presente e la ricerca di una possibile serenità.

Un viaggio tra musica, poesia, natura e identità territoriale, dove la Valle d’Aosta diventa una vera protagonista narrativa, capace di dialogare con le fragilità e le inquietudini del nostro tempo. Otto brani, sospesi tra italiano, patois valdostano e francese, raccontano il delicato equilibrio tra radici e sperimentazione.

Dopo anni di concerti, collaborazioni importanti e una carriera lontana dalle logiche della velocità discografica attuale, Mancini rivendica il valore della lentezza, della ricerca e dell’autenticità. In questa intervista racconta la genesi del nuovo album, il rapporto con la propria terra, il ruolo dell’arte come strumento di resistenza e la necessità di continuare a interrogarsi senza cercare risposte facili.

Intervista a Davide Mancini, il nuovo album “Effimeri, Erranti e Vagabondi”

Il titolo “Effimeri, Erranti e Vagabondi” racchiude già una grande riflessione sull’uomo contemporaneo. Che cosa rappresenta questo album nel tuo percorso artistico?

È un disco molto importante perché rappresenta la chiusura di una trilogia iniziata nel 2008 con “Madame Gerbelle” e proseguita nel 2015 con “Poesia e Democrazia”. Il primo lavoro era un omaggio, un riconoscimento a una figura valdostana straordinaria come Madame Gerbelle, mentre il secondo era quello che definisco il disco della disillusione e dell’amarezza. Con “Effimeri, Erranti e Vagabondi” volevo chiudere questo percorso dando un senso compiuto alla riflessione. Il tema centrale è proprio la nostra condizione di esseri umani: siamo tutti effimeri, siamo di passaggio, ma la natura e l’arte possono regalarci una luce, un colore diverso, possono aiutarci a dare un significato alla nostra esistenza.

La trilogia si è sviluppata nell’arco di quasi vent’anni. In un periodo storico in cui la musica sembra chiedere continua velocità, tu hai scelto un percorso completamente diverso.

Sì, io ho bisogno della lentezza. In un’epoca del “tutto subito” sento la necessità di lasciare che le cose maturino, che si depositino. Sono una persona piena di dubbi, di domande, di perplessità, e questo inevitabilmente influenza anche il mio modo di fare musica. C’è poi un aspetto legato alla musica indipendente. Negli ultimi vent’anni prodursi, suonare dal vivo e avere visibilità è diventato molto più complicato. Un tempo il mondo underground aveva più spazi e più possibilità. Ho sempre pensato che fosse meglio aspettare il momento giusto piuttosto che realizzare qualcosa senza convinzione. Negli ultimi anni, con singoli come “Aosta Capitale” e “Preghiera Punk”, ho cercato anch’io di confrontarmi maggiormente con le dinamiche attuali, perché un artista ha bisogno anche di un minimo di dialogo con il pubblico.

Proprio “Aosta Capitale” e “Preghiera Punk” hanno attirato un’importante attenzione nazionale. Quanto è stato importante questo riscontro?

È stato sicuramente molto bello e anche abbastanza imprevedibile. La vita spesso segue percorsi misteriosi. Nel 2008, grazie a Paolo Salandini, che ricordo con grande affetto, ho avuto modo di incontrare persone come Mauro Pagani e Riccardo Vitanza. Da sempre cerco di affidarmi a professionisti che stimo e che possano valorizzare il mio lavoro. Quando arriva anche un riconoscimento esterno, quando qualcuno ascolta e comprende quello che fai, diventa un nutrimento importante per un artista. La musica non può vivere soltanto dentro di noi: ha bisogno anche di incontrare qualcuno.

Nel disco poni una domanda molto forte: come si può vivere serenamente in un’epoca così caotica?

Io non ho la presunzione di avere la soluzione o di indicare una strada agli altri. Non sono colui che possiede la formula della serenità. Faccio semplicemente una constatazione: oggi vivere è molto complesso. Lo è sempre stato, ma il nostro tempo porta con sé un peso particolare. Credo però che l’arte e la natura possano aiutare moltissimo, sempre accompagnate da un atteggiamento umile e anche ironico. Non bisogna mai prendersi troppo sul serio. La ricerca della serenità non finisce mai. La risposta probabilmente non esiste, perché siamo noi stessi una ricerca continua.

La Valle d’Aosta nel disco sembra quasi diventare un personaggio. Quanto è stata importante la tua terra nella nascita di questo progetto?

È una bellissima definizione: sì, la Valle d’Aosta è un personaggio dell’album. Non voglio però cadere nella semplice celebrazione del paesaggio. La natura non è soltanto qualcosa di bello da fotografare: è qualcosa che modifica il nostro modo di pensare. Qui il silenzio, gli spazi, il rapporto con gli elementi naturali hanno un valore creativo. Certo, qualcuno riesce a creare anche sulla Quinta Avenue a New York, ma questa terra possiede caratteristiche particolari. Allo stesso tempo non voglio dipingerla come un Eden perfetto. La natura può essere anche difficile, severa, può rappresentare un limite. È un luogo complesso, proprio come l’essere umano.

La Valle d’Aosta ha prodotto negli anni diversi artisti interessanti, ma pochi hanno raggiunto il grande pubblico. Come vivi questa situazione?

È una questione complessa. Sicuramente, considerando il numero degli abitanti, la Valle d’Aosta ha prodotto molti autori, musicisti e band interessanti. C’è una grande attenzione alla musica: penso ai cori, alle bande, alle scuole, al conservatorio. È una sorta di palestra musicale. Poi naturalmente arrivare al grande pubblico è un’altra cosa. Servono tante componenti: talento, lavoro, occasioni e anche una certa fortuna. Artisti come Francesco C., che appartiene a un mondo molto diverso dal mio, o oggi Julie, dimostrano comunque che questa regione può generare percorsi importanti.

Nel disco convivono italiano, patois valdostano e francese. Perché hai scelto di utilizzare lingue così diverse?

È stato un lavoro molto complesso ma anche molto affascinante. Affrontare tre idiomi differenti significa studiare gli accenti, le sonorità, la traduzione. Per il patois mi sono affidato a Claudio Fudon, che mi ha aiutato nella traduzione. Non mi sono posto il problema principale della comprensione immediata. Mi interessava l’autenticità. Da ragazzo ero rimasto affascinato da “Creuza de mä” di Fabrizio De André, un album completamente costruito sul dialetto ligure e su altre lingue. Quando un’operazione è sincera e credibile, anche una lingua meno conosciuta può arrivare al cuore.

Il disco unisce tradizione e modernità. Come hai trovato il punto di equilibrio?

Questa è una delle sfide più importanti. Se rimani troppo legato a una forma cantautorale classica rischi di non crescere e di non innovare. La tradizione è fondamentale, ma deve dialogare con il presente. Amo strumenti come il bandoneon, che porta con sé una malinconia straordinaria e mi ricorda anche la letteratura argentina che amo molto. Allo stesso tempo mi interessano i suoni moderni. Anni fa avevo immaginato un progetto più sperimentale, con una base cantautorale e contaminazioni sonore vicine anche al mondo di Björk. Forse avrebbe significato essere completamente invisibile, ma non escludo che un giorno possa tornarci.

Cosa vorresti che arrivasse al pubblico ascoltando “Effimeri, Erranti e Vagabondi”?

Vorrei semplicemente che arrivasse un invito a rallentare. Viviamo in un mondo pieno di rumore, velocità e tensioni. Questo disco vuole ricordare che esistono ancora spazi di ascolto, di riflessione e di bellezza. La musica, la poesia e la natura non risolvono tutto, ma possono accompagnarci e aiutarci a guardare il presente con occhi diversi.

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