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Intervista a Delia: “Il dialetto siciliano non è un limite, ma uno strumento potentissimo”

Delia_Arcimboldi

Intervista alla cantautrice e musicista Delia che prosegue il suo percorso di ricerca musicale e personale pubblicando l’album Sicilia Bedda.

Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.

In meno di un anno Delia è passata dall’essere una delle rivelazioni più sorprendenti di X Factor a diventare una delle voci più riconoscibili e originali della nuova scena cantautorale italiana. Un percorso rapidissimo, ma costruito con una consapevolezza artistica rara, che oggi trova la sua prima sintesi compiuta in Sicilia Bedda, l’album d’esordio della cantautrice e pianista siciliana.

Un disco che nasce dalle radici ma rifiuta qualsiasi forma di nostalgia o di folklore. La Sicilia di Delia non è una cartolina da esibire, né un repertorio di tradizioni da conservare sotto vetro: è una lingua viva, contemporanea, capace di raccontare il presente, le contraddizioni, le passioni e le battaglie di una generazione. Il dialetto siciliano diventa così uno strumento poetico, musicale e politico insieme, un linguaggio capace di attraversare il pop contemporaneo, la tradizione mediterranea, le influenze internazionali e il cantautorato d’autore.

Dentro Sicilia Bedda convivono molte anime: l’ironia dissacrante di Cleopatra, la rivendicazione identitaria di Libera, la forza politica di Zitta e Muta, la dolcezza struggente di Ninna Nanna Natìa. Ci sono donne forti, fragili, ribelli, consapevoli; c’è la famiglia, c’è la memoria, c’è il desiderio di autodeterminazione e soprattutto c’è la libertà di raccontarsi senza filtri.

In questa intervista Delia racconta il significato del suo primo album, il rapporto con la lingua siciliana, l’importanza della formazione classica, il successo travolgente di Al mio paese e il valore delle persone che le stanno accanto in questo momento così importante della sua vita artistica.

Intervista a Delia, l’album d’esordio “Sicilia Bedda”

“Sicilia Bedda” rappresenta la tua prima vera impronta nel panorama musicale. Che significato ha questo album nel tuo percorso?

Rappresenta la mia prima vera impronta all’interno di questo enorme universo che è il mercato musicale. Per questo motivo sono estremamente felice ed emozionata. È il primo progetto che mi racconta davvero nella sua totalità e che restituisce al pubblico tutte le sfaccettature della mia personalità artistica. Lo considero un manifesto, perché dentro ci sono tutte le parti di me che fino a oggi il pubblico ha conosciuto soltanto in maniera parziale.

Il titolo dell’album richiama il brano che ti ha fatta conoscere al grande pubblico, ma il vero filo conduttore del progetto sembra essere la lingua siciliana. È così?

Assolutamente sì. In realtà il titolo Sicilia Bedda nasce dal brano che mi ha aperto le porte del grande pubblico, ma il vero filo conduttore del disco non è tanto la Sicilia come luogo geografico quanto il siciliano come lingua. È la mia lingua, quella che utilizzo nella vita di tutti i giorni, e all’interno dell’album assume continuamente forme diverse, colori diversi, intenzioni diverse. È un elemento identitario fortissimo che cambia veste in ogni canzone.

Nel tuo caso il dialetto siciliano non ha nulla di folkloristico: diventa una lingua poetica e profondamente contemporanea. Quando hai capito che sarebbe diventato il centro della tua musica?

Credo che ogni produzione artistica sia inevitabilmente lo specchio della persona che la crea. Io ho semplicemente portato nella musica il modo in cui vivo e parlo quotidianamente. Ci sono parole siciliane che utilizzo naturalmente nelle conversazioni, termini che magari non hanno nemmeno una traduzione perfetta in italiano, e a un certo punto mi sono chiesta perché non dovessero entrare anche nelle mie canzoni. Ho capito che quella lingua non era un limite, ma uno strumento potentissimo per raccontare il presente.

La tua sembra quasi una missione: dimostrare che il siciliano può essere una lingua contemporanea.

Sì, è proprio così. Il siciliano è una lingua antica, ma questo non significa che debba restare confinata al passato o alla tradizione. Può vivere nel presente, dialogare con il pop, con il cantautorato, con le produzioni contemporanee. Il mio obiettivo è dimostrare che questa lingua può continuare a evolversi e a raccontare il mondo di oggi.

Nell’album convivono tradizione popolare, cantautorato contemporaneo e influenze internazionali. Come sei riuscita a trovare un equilibrio senza perdere autenticità?

Credo che quando si racconta qualcosa che si sente veramente, il rischio di snaturarsi diminuisca moltissimo. Tutto quello che c’è nel disco nasce da emozioni e pensieri autentici. Per questo motivo le diverse influenze musicali riescono a convivere naturalmente: non sono elementi costruiti a tavolino, ma parti diverse della mia identità musicale.

Le protagoniste di questo disco sono donne forti, ribelli, imperfette e libere. Quanto c’è di te in brani come “Fimmina”, “Libera” e “Zitta e Muta”?

C’è sempre una parte di me in ogni canzone, anche se ogni volta emerge sotto forme diverse. A volte è la parte più ironica, altre quella più vulnerabile o più combattiva. Mi interessa raccontare donne che vivono le loro contraddizioni senza vergognarsene. Credo molto nel potere dell’ironia e dell’autoironia come strumenti per affrontare temi anche molto complessi.

“Libera” affronta questioni legate all’identità, ai pregiudizi e alla libertà personale con grande leggerezza e ironia. Quanto è stato difficile trovare questo equilibrio?

In realtà penso che proprio l’ironia sia il modo migliore per affrontare certi argomenti. Permette di far riflettere senza diventare retorici o pesanti. In Libera ho semplicemente raccontato situazioni che esistono davvero, che fanno parte della nostra società, utilizzando un linguaggio che potesse far sorridere ma anche riflettere profondamente.

Anche “Cleopatra” affronta un tema importante come il piacere femminile attraverso la comicità.

Esatto. Il piacere femminile è ancora oggi un argomento che viene spesso trattato come un tabù. Mi piaceva l’idea di affrontarlo attraverso una storia ironica, quasi teatrale. Mi sono ispirata a un concetto molto semplice: quando si vuole trasmettere un messaggio importante, a volte bisogna renderlo accessibile attraverso il divertimento. In questo senso, Cleopatra è una canzone che parla di autodeterminazione, di consapevolezza e di libertà.

Tra i brani a cui sei più legata hai citato spesso “Ninna Nanna Natìa”. Perché?

Per me è una vera e propria gemma del disco. È una ninna nanna al contrario, perché invece di essere una madre a cantare al proprio figlio, sono io che canto a mia madre. Il titolo stesso lo suggerisce: Natìa è il nome di mia madre. Ho voluto trasformarla simbolicamente nella mia bambina, raccontandole tutto quello che forse non le avevo mai detto apertamente.

Quanto conta oggi la tua formazione classica nella scrittura delle canzoni?

È fondamentale. Tutte le mie canzoni nascono dal pianoforte. La struttura armonica, gli accordi, le prime intuizioni partono sempre da lì. Ma la formazione classica mi ha aiutata soprattutto dal punto di vista umano e mentale: mi ha dato disciplina, metodo e radici solide, che oggi mi permettono di restare fedele a me stessa.

Il successo di “Al mio paese” con Serena Brancale e Levante ha cambiato radicalmente la tua vita. Come si gestisce un momento così travolgente?

La mia vita è cambiata completamente nel giro di pochissimo tempo. Credo che il segreto per non perdere la bussola sia restare ancorata alle proprie radici, non soltanto artistiche ma anche umane. La mia famiglia, i miei amici, le persone che mi vogliono bene sono ciò che mi tiene con i piedi per terra.

Serena Brancale e Fiat 131 sono diventati compagni di viaggio importanti del tuo percorso.

Serena per me è davvero una sorta di madrina artistica. Non smetterò mai di ringraziarla per tutto quello che sta facendo. Mi accompagna passo dopo passo in questa nuova avventura e sapere di averla accanto mi dà una grande serenità. Anche Alfredo, cioè Fiat 131, è una persona straordinaria oltre che un musicista incredibile. Condividere la musica con persone che stimi profondamente è una fortuna enorme.

Cosa significa per te il concerto al Teatro Antico di Taormina?

Significa realizzare un sogno che non avrei mai immaginato di vivere così presto. Da bambina andavo lì a vedere i concerti e non avrei mai pensato che un giorno sarei salita su quel palco. Farlo nella mia Sicilia rende tutto ancora più emozionante. C’è tanta felicità, ma anche un po’ di paura, ed è giusto che sia così.

In conclusione: qual è il vero significato della parola “libertà” per Delia?

Credo che la vera libertà sia semplicemente poter essere sé stessi senza ledere la libertà degli altri. È un insegnamento che mi porto dietro fin da quando ero bambina e che continua a guidare ogni mia scelta, sia nella vita che nella musica.

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