Intervista a Fausto Lama che, dopo anni trascorsi a condividere palco, scrittura e identità artistica con i Coma_Cose, sta vivendo una nuova fase creativa profondamente personale.
I singoli “a tanto così”, “Giovani Bukowski” e “Burrocacao” non rappresentano soltanto l’inizio di un percorso solista, ma anche il bisogno di ritrovare una voce più istintiva, vulnerabile e libera da qualsiasi schema prestabilito. In questa lunga chiacchierata, l’artista racconta il desiderio di “liberare qualcosa che era rimasto ingabbiato”, il rapporto terapeutico con la musica e la necessità di tornare a scrivere senza rincorrere formule pop o strategie di mercato.
Fausto parla del suo nuovo modo di comporre, nato quasi esclusivamente dall’urgenza emotiva, riflette sul “fast love” raccontato in “Burrocacao” e critica una scena musicale sempre più dominata dai team di produzione. Ne emerge il ritratto di un artista che vuole recuperare autenticità, centralità autoriale e persino il piacere ingenuo delle prime sale prove di provincia. Un ritorno all’essenza della musica, tra cantautorato, elettronica emotiva, poesia e bisogno di verità.
Intervista a Fausto Lama
Hai raccontato che questo percorso solista nasce dalla necessità di “liberare qualcosa di ingabbiato”. Cosa sentivi di non riuscire più a esprimere all’interno dei Coma_Cose e quanto è stato importante, per te, tornare a una dimensione più personale?
Sicuramente questo percorso nasce da una necessità molto profonda di tirare fuori qualcosa che avevo tenuto dentro per tanto tempo. Non lo dico con rancore o con spirito polemico verso i Coma_Cose, perché è stato un progetto importantissimo della mia vita e non ho nessun rimpianto rispetto a quello che abbiamo costruito. Però una band, anche quando funziona bene, è sempre un equilibrio di compromessi. E in quel compromesso inevitabilmente ci sono pensieri, intuizioni, fragilità o codici artistici che rimangono fuori. Alcune cose le condividi, altre invece finiscono per restare tue.
Con il tempo ho sentito crescere la necessità di mostrarmi in modo più diretto, più nudo, più aderente a ciò che sono davvero. Anche perché la vita, nel frattempo, è cambiata molto e questa trasformazione personale ha amplificato ancora di più il bisogno di scrivere in maniera quasi terapeutica. Per me la musica è sempre stata questo: un modo per trovare persone che sentissero il mondo in modo simile al mio. È la stessa sensazione che avevo da ragazzino quando vedevo quattro amici suonare in un garage e pensavo: “Wow, lì dentro c’è qualcosa di vero”. Ancora oggi cerco quella verità.
Dopo tanti anni in una dimensione condivisa, lavorare da solo ti ha portato anche a riscoprire aspetti tecnici e musicali che avevi messo da parte?
Assolutamente sì. E questa è una parte magari meno evidente per chi ascolta, ma fondamentale per chi fa musica. Quando condividi un progetto con un’altra voce, soprattutto in un duo molto riconoscibile come i Coma_Cose, inevitabilmente costruisci un linguaggio comune. Questo significa adattare tonalità, arrangiamenti, registri vocali, strutture. Non c’è mai stato un divieto esplicito, ma nel tempo finisci per modellarti su un’identità collettiva.
Lavorando da solo ho riscoperto la mia voce in senso letterale, ma anche il mio modo di scrivere e costruire le canzoni. Ho ritrovato forme più libere, meno standardizzate, e soprattutto la possibilità di seguire intuizioni che magari prima non trovavano spazio. È stato quasi un ritorno a certe radici musicali che avevo accantonato. Mi sono accorto che avevo ancora bisogno di esplorare territori più rarefatti, meno immediati, forse meno “pop” nel senso classico del termine.
Hai parlato anche della forma canzone come qualcosa che oggi rischia di essere troppo standardizzato. Ti senti distante da certe dinamiche del pop contemporaneo?
Non provo rifiuto verso il pop, anzi. Io amo la canzone pop, amo la sfida di riuscire a dire qualcosa di universale in pochi minuti. Però è vero che oggi esistono delle formule molto precise, anche se spesso fingiamo che non sia così. Si parla tanto di libertà totale, di contaminazione, di “oggi si può fare tutto”, ma poi nella realtà ci sono ancora strutture molto riconoscibili: strofa, ritornello, bridge, special, tutto calibrato per funzionare immediatamente.
Io oggi non sto cercando quel tipo di immediatezza. Non sto inseguendo il grande pubblico in senso numerico. Sto cercando piuttosto persone che si affezionino alla mia scrittura, alla mia visione del mondo, alle sfumature del mio percorso. E questo mi rende più libero. Non è una presa di posizione snob o radicale, è semplicemente il desiderio umano di tornare a fare musica con spontaneità, senza la pressione di dover sempre rispondere a un’aspettativa precisa.
Nei tuoi tre singoli si percepisce moltissimo istinto. Quanto conta oggi, per te, lasciare che una canzone nasca senza troppi filtri?
Conta tantissimo. Forse è proprio il centro di tutto questo nuovo percorso. Io ho sempre avuto un approccio molto tecnico alla musica: ho fatto il producer, il fonico, il tecnico del suono, ho organizzato concerti, ho passato anni dietro le quinte. Quindi conosco bene anche il lato più razionale della costruzione musicale. Però oggi sento il bisogno opposto: lasciare spazio all’istinto.
Le canzoni di questo disco, che ormai esiste quasi completamente, sono nate quasi tutte in modo rapidissimo. Alcune si sono scritte davvero in una notte. È successo come quando riprendi una chitarra in mano e improvvisamente tutto si allinea senza sforzo. Ho cercato di non far “invecchiare” i pezzi, di non lavorarli troppo. Perché a volte la prima scintilla contiene già tutta la verità emotiva della canzone.
“Burrocacao” sembra quasi una poesia in musica più che un brano tradizionale. Cosa rappresenta per te questo pezzo?
“Burrocacao” è probabilmente il manifesto più emotivo di questo momento della mia vita artistica. La definisco una poesia perché ho la sensazione che musica e parole lì si sfiorino senza fondersi completamente. È come un patchwork emotivo fatto di immagini, sensazioni, frammenti.
La canzone parla degli amori rapidi, consumati troppo in fretta, ma in realtà allarga il discorso a tutte le relazioni contemporanee. Viviamo in un’epoca velocissima, dove si entra e si esce dalla vita delle persone con estrema facilità. E spesso non ci accorgiamo neppure di quanto possiamo diventare tossici gli uni per gli altri.
Mi interessava raccontare quel vuoto che resta dopo connessioni apparentemente intensissime ma fragili. Quella sensazione dolce e malinconica insieme. E musicalmente ho cercato di tradurre tutto questo attraverso una ballata notturna, morbida, quasi cinematografica, dove elettronica emotiva e cantautorato si contaminano continuamente.
Nei tuoi testi convivono ironia, disillusione, politica, vulnerabilità. Quanto è importante per te mescolare continuamente questi livelli?
Per me è fondamentale, perché la vita funziona così. Mi ispiro tantissimo ai grandi autori italiani — De André, Lucio Dalla, Battiato, Battisti — proprio perché erano capaci di far convivere più significati dentro la stessa canzone. Mi ha sempre affascinato l’idea che dietro una canzone d’amore possa nascondersi una riflessione politica o che dentro un testo malinconico possa comparire improvvisamente qualcosa di ironico o grottesco.
La realtà è stratificata. Anche nei momenti più dolorosi succede qualcosa di assurdo che ti fa sorridere. E credo che un cantautore debba raccontare proprio questo intreccio. Le canzoni troppo monotematiche a volte mi sembrano poco realistiche. Io cerco sempre di mischiare i codici, perché è lì che trovo autenticità.
Hai detto una frase molto forte: oggi manca spesso il “Deus Ex Machina” dietro gli artisti. Cosa intendi?
Viviamo in un’epoca piena di bravissimi artisti e ottime produzioni, però molto spesso percepisco un’eccessiva frammentazione creativa. Ci sono team enormi dietro ogni progetto e questo rischia di far perdere centralità alla visione personale dell’artista.
A me interessa sapere chi ha davvero dato vita a una canzone, a un immaginario, a un’estetica. Cerco quell’autenticità lì. Non significa voler fare tutto da solo per ego, ma desiderare che ciò che arriva al pubblico sia davvero connesso alla persona che canta. Nel mio piccolo provo a essere il più possibile accentratore della mia arte proprio perché vorrei che chi ascolta potesse conoscere davvero me, non soltanto il risultato di un sistema creativo collettivo.
Il debutto live al MI AMI rappresenta anche un ritorno alla dimensione più “vera” della band?
Sì, totalmente. Questo progetto è nato in forma molto bandistica, molto “suonata”. Rispetto ai live dei Coma_Cose, che erano più strutturati e costruiti anche a livello produttivo, qui siamo molto più sul campo. Gli strumenti sono centrali, il rapporto umano tra musicisti è centrale.
E in fondo questo mi riporta a quel ragazzino che entrava nelle sale prova di provincia e restava incantato davanti a basso e batteria. È un ritorno alle origini, ma con tutta la consapevolezza accumulata in questi anni.
La cosa bella è che porterò dal vivo anche pezzi ancora inediti, prima ancora che escano ufficialmente. Mi piace questa idea di far vivere le canzoni direttamente davanti alle persone, vedere come respirano, come reagiscono. È un modo molto più vivo e sincero di costruire un disco.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
