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Intervista a Frah Quintale: “Amor proprio? Un disco in cui faccio i conti con me stesso”

Intervista a Frah Quintale, che il 10 ottobre pubblicherà il nuovo album Amor Proprio, un viaggio emotivo tra vulnerabilità e leggerezza, tra notti insonni e giornate di sole. Il tutto racchiuso in 11 tracce, che vedono la collaborazione di Colapesce in “A prescindere”, Joan Thiele in “Occhi diamanti” e Tony Boy in “1 ora d’aria 1 ora d’ansia”. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica. Qui il calendario dell’instore tour.

L’album racconta un processo di crescita che nasce da una riflessione personale: la reale svolta nella vita arriva quando si impara a restare da soli e ad ascoltarsi. È un cambiamento che richiede tempo, ma è proprio in queste situazioni che riusciamo a distinguere ciò che realmente vogliamo e a diventare chi davvero vogliamo essere, senza il peso delle aspettative. Con il suo stile unico che danza tra pop alternativo e urban, Frah Quintale firma un disco versatile che alterna episodi intimi e riflessivi a momenti trascinanti e spensierati. Al centro del progetto c’è il tema dell’amor proprio e del tempo necessario per ritrovarsi: canzoni che raccontano la ricerca di equilibrio, il bisogno di lasciar andare e vivere il presente.

Intervista a Frah Quintale, il nuovo album “Amor Proprio”

Frah Quintale, “Amor Proprio” è il tuo nuovo progetto discografico: cosa rappresenta per te in questo momento del tuo percorso artistico?
È sicuramente un disco importante, perché arriva praticamente a dieci anni dalla mia carriera solista. È un lavoro in cui faccio un po’ i conti con me stesso, con i miei pensieri, con un percorso di guarigione e di crescita personale. Ho iniziato questo processo quando avevo 31 anni, ora ne ho 35, e ho sentito l’esigenza di tirare le somme: dove sono arrivato, cosa ho fatto, chi sono e dove sto andando. Dentro il disco ci sono tutte queste sfaccettature e riflessioni.

L’amor proprio è un tema che richiede tempo e introspezione. Quando hai capito che sarebbe stato il tema centrale del disco?
Non c’è stato un momento preciso. Tutto è nato in modo spontaneo: avevo bisogno di dedicarmi a certi temi perché mi rispecchiavano in quel periodo. Per me la scrittura è sempre stata una forma di terapia, un modo per conoscermi meglio. Così, naturalmente, quelle riflessioni sono diventate musica.

“Amor Proprio” è anche un disco molto consapevole. In brani come “A prescindere”, con Colapesce, emerge subito questa dimensione. Quanto è stato importante per te costruire la tracklist come un vero percorso?
Molto. Durante la lavorazione del disco mi rendevo conto di cosa avevo tra le mani e di cosa mancava. A differenza dei lavori precedenti, in cui pensavo più alla singola canzone, qui ho fatto uno “zoom out” per capire il quadro generale. La tracklist si è sviluppata insieme alla scrittura: l’ultimo pezzo scritto è anche quello che chiude il disco, racchiudendo tutto il senso del progetto. L’intro, “Né oggi né domani”, è invece una dichiarazione d’intenti. Volevo che raccontasse subito ciò che stava per accadere. È una sorta di montagna russa, con brani leggeri alternati a momenti più intensi e riflessivi.

Dal punto di vista sonoro, il disco è molto vario. Come avete lavorato sulle produzioni per mantenere equilibrio tra queste diverse anime?
È stato un lungo viaggio, con un inizio, uno sviluppo e una fine. Ci sono momenti in cui lascio spazio alla musica, come nella chiusura di “Occhi Diamanti” con Joan Thiele, e poi riparto subito con una strofa più diretta, come nel pezzo successivo con Tony Boy. Non è un disco da ascoltare come una playlist, ma come un flusso: dall’inizio alla fine. Solo così si coglie davvero il senso complessivo.

“Lunedì blu” è stato scelto come singolo di lancio. Come mai?
Mi sembrava il pezzo che rappresentasse meglio il disco. Parla di sogni, ricordi, futuro e passato, tutti temi presenti nel progetto. È una canzone che unisce introspezione e leggerezza, e racchiude bene il percorso di “Amor Proprio”.

Anche l’aspetto visivo ha un ruolo forte, penso al videoclip costruito con i tuoi autoscatti. Da dove nasce l’idea?
Gli autoscatti sono nati come un progetto personale, quasi parallelo. Scattavo una foto al giorno e mi ero promesso che, quando avessi trovato la canzone giusta, l’avrei usata per un video. “Lunedì blu” si è incastrata alla perfezione. È bello perché il progetto del video è nato quasi in contemporanea con la lavorazione dell’album e del quadro, quindi tutto si è unito in modo molto naturale.

In “Gelato”, realizzata con Coez e Franco126, si percepisce un forte senso di circolarità. Come è nata questa collaborazione?
C’è grande sintonia tra noi. Il ritornello è stato lavorato insieme a loro, che considero due capisaldi della musica italiana di oggi. Mi piace anche omaggiare i maestri del passato senza per forza essere esplicito: magari basta prendere una frase di Lucio Dalla e reinterpretarla, come un piccolo passaggio di testimone, come ho fatto in questo caso.

Dal punto di vista generazionale, “1 ora d’aria 1 ora d’ansia” con Tony Boy sembra quasi un passaggio di testimone. È bello vedere questo dialogo tra generazioni, e tu non ti sei mai sottratto al confronto con la nuova scena.
No, assolutamente. Sono un grande fan delle novità e cerco sempre di restare attento a ciò che esce. Tony l’ho conosciuto molto prima del suo successo: aveva amici in comune con me, veniva spesso a Milano e mi è sempre sembrato uno con le idee chiare. Mi ha fatto piacere vederlo crescere, sia umanamente che artisticamente, e dopo aver collaborato insieme ai suoi progetti mi è sembrato giusto averlo anche nel mio disco.

Ci sono due pezzi che colpiscono particolarmente: “Chiodi” e “Anni che non dormo”. Pur trattando temi diversi, sembrano legati da un filo comune.
“Chiodi” è la mia traccia preferita del disco. Racconta in modo diverso temi come la partenza, la distanza, il lasciare andare qualcuno. Mi piace perché dimostra che non servono grandi produzioni per fare una bella canzone: basta mettere ogni elemento al posto giusto.
In “Anni che non dormo”, invece, affronto argomenti più dolorosi come la perdita o il lutto. Scriverla è stato terapeutico: mi ha aiutato a rielaborare emozioni che pensavo di aver già superato. È stato liberatorio metterle su carta.

La chiusura del disco, “Non scendo più”, dà l’impressione di un equilibrio raggiunto. Quanto è stato importante questo percorso di analisi personale?
Moltissimo. Per me questo disco rappresenta la chiusura di un cerchio, anche nella sua struttura circolare. Parla di risolversi, di sciogliere nodi interiori. Ovviamente non è che dopo “Amor Proprio” mi senta un monaco zen [ride], però credo che a 35 anni la vita sia proprio questo: momenti di up e momenti di down.
Scrivere mi aiuta a fissare nero su bianco certe cose, così da ricordarmi — nei momenti buoni e in quelli difficili — che bisogna sempre avere il coraggio di affrontare ciò che arriva.

Hai condiviso il palco di Sanremo con Joan Thiele. Che idea hai dell’Ariston? Potrebbe essere un palco su cui ti vedremo in futuro?
Non lo so. Il mio percorso è sempre stato un po’ atipico e molto personale. Mi piace l’idea di Sanremo, ma credo che ci andrei solo con la canzone giusta e nel momento giusto, quando avrò consolidato ancora di più il mio percorso. È stato bello esserci come ospite di Joan Thiele, che rispetto molto sia artisticamente che umanamente. Chissà, magari un giorno ci tornerò.

A proposito di palchi: nel 2026 ti aspettano i tuoi primi live nei palazzetti, in coincidenza con i dieci anni di carriera. Come ti stai preparando?
Sono davvero felice. Vorrei che non fosse solo un tour per promuovere “Amor Proprio”, ma una vera e propria celebrazione di questi dieci anni. Ripercorrerò tutta la mia carriera, porterò tanti ospiti e riproporrò anche alcuni dei miei featuring più amati. Sarà una grande festa.

Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

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