“Voci Ribelli” è il nuovo album di Giangilberto Monti, un viaggio musicale che unisce culture, sogni, memoria e impegno civile: 8 storiche canzoni del cantautore riarrangiate da musicisti magrebini con 2 brani inediti.
Nel disco, il repertorio del cantastorie e scrittore milanese Giangilberto Monti prende nuova vita grazie all’interpretazione e agli arrangiamenti dei musicisti magrebini Hicham Benabderazzik, Daniel Tuna, Badreddine Bazgua, Adil Nadif, arricchito da brani inediti. Questo progetto musicale, ideato in Marocco, registrato a Casablanca e mixato a Milano, intreccia strumenti contemporanei e ritmi antichi. L’album nasce dalla collaborazione con l’amico e intellettuale algerino Mahi Tibaoui, oggi scomparso e negli anni Novanta costretto a rifugiarsi in Marocco per sfuggire alle minacce degli integralisti islamici.
Questa la tracklist dell’album:
- 1. Dal vostro inviato speciale (Giangilberto Monti)
- 2. Algeri 1954 (Giangilberto Monti)
- 3. Tic-Tac (Giangilberto Monti)
- 4. Balthazar (Giangilberto Monti)
- 5. Sul confine (Giangilberto Monti-Uberto Molinari)
- 6. Metrò (Giangilberto Monti-Flavio Premoli)
- 7. Una bella coppia (Giangilberto Monti-Uberto Molinari)
- 8. Monsieur Dupont (Giangilberto Monti-Federico Sirianni)
- 9. Modì (Giangilberto Monti-Maurizio Meschia-Ottavia Marini) – INEDITO
- 10. Casablanca (Giangilberto Monti-Rocco Tanica) – INEDITO
Il pre-order di “Voci Ribelli” è disponibile sul circuito LaFeltrinelli, IBS e su Discoteca Laziale in versione CD digipack (https://shorturl.at/adQ75; https://shorturl.at/bMjXK; https://shorturl.at/fHnsO😉 e in vinile rosso edizione limitata e autografata (https://shorturl.at/CzGzQ; https://www.shorturl.at/dhn4O; https://shorturl.at/64JQO;).
Il 30 marzo, a La Feltrinelli di Corso Genova, Monti sarà protagonista di un incontro condotto dal giornalista, scrittore e critico musicale Enzo Gentile. Per l’occasione, il cantautore milanese interpreterà alcuni dei brani più significativi dell’album, affiancato nuovamente da Paolo Rigotto, alle percussioni e voce e da Heggy Vezzano alla chitarra elettrica. L’incontro sarà arricchito dal racconto, da parte dell’artista, di aneddoti e curiosità legati al nuovo progetto musicale.
Intervista a Giangilberto Monti, il nuovo album “Voci ribelli”
Il nuovo album si apre con una dedica molto sentita all’intellettuale algerino Mahi Tibaoui. In che modo la sua storia e il suo esilio in Marocco hanno influenzato la scelta di riarrangiare i suoi brani storici con musicisti magrebini?
È stato un mio grande amico, mi ha insegnato molto della cultura araba e della vita in generale. Il disco è un omaggio alla sua memoria e al modo con il quale ha vissuto l’esilio a cui è stato costretto, a causa dell’eliminazione fisica di molti suoi parenti.
“Voci ribelli” viene descritto come un viaggio tra Milano e Casablanca. Come si sono integrati i ritmi antichi e gli strumenti contemporanei di musicisti come Hicham Benabderazzik e Adil Nadif con la sua cifra stilistica di chansonnier milanese?
Molto naturalmente. I musicisti hanno suonato solo le canzoni che gli piacevano; altre le hanno incise per non sembrare scortesi, ma quando le abbiamo riascoltate abbiamo tenuto solo quelle che ci sembravano eseguite in modo emozionante.

Nel brano “Algeri 1954”, lei cita figure storiche come Ali la Pointe e il “vecchio Charles” (De Gaulle). Quale parallelismo vede tra le lotte di liberazione di quegli anni e il concetto di “impegno civile” che l’album vuole trasmettere oggi?
Se oggi mi sento di reincidere queste canzoni è proprio perché ci vedo un forte legame con quello che ci sta succedendo. Non vi sto facendo una lezione di storia: sono un artista che cerca di trasmettere, nel modo più onesto possibile, il disgusto per quello che leggo o ascolto tutti i giorni sui canali televisivi, alla radio o sui giornali. Ho avuto solo la fortuna che, ancora oggi, qualcuno me le abbia pubblicate.
La canzone “Dal vostro inviato speciale” descrive luoghi dove “la morte vale qualcosa se è il nemico a morire” e dove “un paese non c’è sulle carte”. È un testo che mantiene un’attualità bruciante: come è cambiato il suo sguardo su queste realtà dagli anni Novanta a oggi?
Pochissimo o quasi niente. È passato mezzo secolo da quando avevo scritto la prima versione di questa canzone: era il 1977, non il 1990. Oggi stanno tentando di cancellare Beirut, esattamente come hanno fatto con Gaza. Forse un giorno i governanti israeliani, statunitensi o iraniani si sveglieranno in una tenda e intorno avranno lo stesso paesaggio che oggi vedono gli abitanti di Gaza. Se vanno avanti così, prima o poi succederà. E non avremo nemmeno il tempo di stupirci… perché – come diceva una vecchia canzone scritta da Francesco Guccini e cantata dai Nomadi – “noi non ci saremo”.
In “Tic-Tac”, il passare del tempo è scandito da eventi tragici tra Giordania e attentati. Qual è il ruolo del “tempo” in questo disco, considerando che recupera canzoni del passato per proiettarle nel presente?
Il tempo è una variabile della mente: una giornata può durare una vita o pochi istanti. Gli orologi sono un’invenzione della razza umana, ma la realtà può essere molto diversa.
Il brano “Balthazar” ci porta nel Golfo di Biscaglia e a Pamplona, evocando la resistenza. Chi rappresenta oggi, per lei, la figura di Balthazar?
Questo non lo posso dire io, solo chi ascolta può decidere chi oggi potrebbe identificarsi con quell’asino. Balthazar è la speranza di una generazione, quindi: viva Balthazar!
L’album contiene due brani inediti: “Modi” e “Casablanca”. Quest’ultimo è una versione “storica” registrata nel 1990 con Rocco Tanica e digitalizzata a Monza nel 2025. Perché includerla in un lavoro così corale?
Perché la versione dello stesso brano incisa in Marocco non aveva la forza dell’originale, ideato una notte allo Zelig di Milano. Il contrasto tra quell’arrangiamento elettronico e gli strumenti acustici suonati dai miei colleghi magrebini era lo stesso che avevo vissuto in Algeria negli anni ’70 e ’80, quando ascoltavo musica raï in quelle piazze, prima che le occupassero gli integralisti.
In “Modi”, lei racconta la vita di Modigliani a Parigi. Cosa la affascina di più di questo artista “maudit” rispetto a una figura come Picasso?
Il suo essere artista al di là di qualunque moda. Modigliani era un clochard della pittura, un maledetto senza violenza e senza arroganza. Picasso umanamente era insopportabile, Modì era di un altro pianeta. Entrambi hanno vissuto da stranieri in una Parigi violenta e irripetibile: Picasso ci ha fatto i soldi, Modì ci ha trovato la gloria, ma purtroppo solo dopo morto.
Nel brano “Metrò”, si parla di vivere sottoterra perché “di sopra c’è la guerra”. È una metafora della condizione dell’artista o un riferimento ai conflitti attuali?
Quel brano rappresentava l’inizio di una favola pacifista, ambientata dopo la fine del mondo nelle gallerie del metrò. Credevo sarebbe stata solo una favola, ma vedo che non è più così. Speriamo di svegliarci un giorno e scoprire che era solo un mio delirio giovanile.
Oggi qual è l’aspetto della sua musica che la rende maggiormente orgoglioso?
Una sera del 1990 feci uno spettacolo a Milano, alla Sala Fontana. In quella sala c’era solo una coppia di ragazzi, il direttore del teatro – disperato – e un regista di Lugano oggi famoso in tutto il mondo. Ci eravamo inventati un mini-musical con un solo attore: io. Quella sera ho fatto forse lo spettacolo migliore della mia vita e quella coppia, alla fine, non finiva più di applaudire. Ecco perché canto quella canzone su Modigliani… e ne sono felice.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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