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Intervista a Giulio Nenna: “Ho cercato momenti di isolamento per ritrovare una dimensione autentica”

Giulio Nenna 2026

Intervista a Giulio Nenna, produttore multiplatino, compositore e direttore d’orchestra, che inaugura una nuova fase del percorso con l’album strumentale “In my past lives”.

Dopo anni trascorsi dietro le quinte del pop italiano contemporaneo, tra produzioni di successo e collaborazioni con alcuni dei nomi più influenti della scena, Giulio Nenna decide di fermarsi e guardarsi dentro. Il risultato è In My Past Lives, un progetto che segna una svolta artistica profonda e personale: un album strumentale, lontano dalle logiche del mercato e più vicino a una dimensione intima, quasi spirituale. In questa intervista, il produttore racconta il bisogno di riscoprire il silenzio, il valore della musica come linguaggio universale e il legame con le proprie radici mediterranee. Un viaggio tra memoria, identità e ricerca artistica, in cui la musica smette di essere intrattenimento per tornare a essere esperienza. Ne emerge il ritratto di un artista maturo, consapevole, pronto a ridefinire il proprio percorso con autenticità e coraggio.

Questa la tracklist di “IN MY PAST LIFE”:

“Recuerdos de ti”; “Puerta del sol”; “In My Past Lives”; “Luna Nueva”; “Cielo Antico”; “Chanson de Nahima”; “Lontano da qui”; “Passing by”; “Addio”.

Intervista a Giulio Nenna, il nuovo album “In my past lives”

Che cosa rappresenta In My Past Lives nel tuo percorso artistico?

In My Past Lives rappresenta un vero e proprio ritorno alle origini. Prima di entrare nel mondo della musica pop, il mio percorso era profondamente legato allo studio, alla ricerca e a una dimensione musicale che definisco “mediterranea”. Parlo di un universo sonoro che abbraccia musica colta, tradizione popolare e contaminazioni culturali stratificate nel tempo. Questo progetto è quindi un ritorno a quella dimensione, ma anche una riconnessione con la musica strumentale, che per me è sempre stata una forma espressiva naturale e profondamente autentica.

Come sei riuscito a trovare il tempo per un progetto così personale?

Non è stato semplice, infatti è un’idea che ho rimandato per anni. Il lavoro nella musica pop è totalizzante, ti assorbe completamente e spesso ti porta a lavorare con ritmi serrati e schemi ripetitivi. A un certo punto, però, ho sentito l’esigenza di fermarmi e fare una ricerca su me stesso, sul mio gusto e sulla mia identità artistica. Ho raggiunto una fase della mia vita in cui ho sentito il bisogno di restituire qualcosa alla musica, dopo tutto quello che mi ha dato. Questo disco nasce proprio da questa consapevolezza.

Il titolo richiama il concetto di “vite passate”: che significato ha per te?

Il titolo ha un forte valore simbolico. Non si riferisce necessariamente a vite precedenti in senso letterale, ma alle tante fasi che viviamo all’interno della stessa vita. Ogni periodo, ogni esperienza, rappresenta una “vita” diversa. Nel mio caso, tutte queste fasi sono state unite da un filo conduttore: la musica. È una compagna costante, che mi ha accompagnato fin da bambino e che mi ha sempre ricordato chi sono davvero, al di là dei successi o delle difficoltà.

Perché scegliere un album strumentale in un’epoca dominata dalle parole?

Proprio perché oggi le parole sono ovunque. Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio verbale è spesso inflazionato, usato e abusato fino a perdere peso. La musica strumentale, invece, è un linguaggio universale, immediato, che non può essere frainteso. Non ci sono barriere linguistiche: o ti arriva o non ti arriva. Inoltre, lascia spazio all’ascoltatore, che può proiettare le proprie emozioni e costruire un significato personale.

Che ruolo ha il silenzio nella creazione del disco?

Il silenzio è stato fondamentale. Viviamo immersi in un flusso continuo di suoni e stimoli: musica ovunque, in palestra, al supermercato, in televisione. Questo bombardamento influenza inevitabilmente la creatività. Per questo ho cercato momenti di isolamento, soprattutto nel centro-sud Italia, per ritrovare una dimensione più autentica. Il silenzio mi ha permesso di “ripulirmi” e di tornare a una scrittura più sincera e profonda.

Il Mediterraneo è centrale nel progetto: come si traduce musicalmente la sua influenza?

Il Mediterraneo è un crocevia di culture. Dentro questo disco convivono influenze arabe, flamenco, balcaniche, italiane. È una sintesi naturale di mondi diversi che dialogano tra loro. In questo percorso, una figura fondamentale per me è Ennio Morricone, capace di creare un linguaggio universale partendo da radici profondamente italiane.

La chitarra è protagonista del disco: come hai costruito il suo ruolo?

La chitarra è il centro espressivo del progetto. Ho cercato di usarla in modo nuovo, quasi “pensandola” come un pianoforte. In alcuni brani ci sono due chitarre che dialogano come le due mani di un pianista. È uno strumento molto diffuso, ma ancora ricco di possibilità inesplorate, soprattutto in ambito neoclassico.

Il brano “Addio” chiude l’album: è una fine o un nuovo inizio?

È entrambe le cose. È un finale romantico, un momento di riflessione su una vita vissuta pienamente. Non lo vedo come qualcosa di triste, ma come uno sguardo consapevole e affettuoso verso il proprio percorso. È anche un omaggio alle mie radici abruzzesi e alla tradizione musicale italiana.

Il disco è molto “visuale”: era un obiettivo?

Assolutamente sì. Ho voluto costruire un linguaggio simbolico, quasi cinematografico. I brani sono brevi ma densi, pensati come tappe di un viaggio. Non è un disco da ascoltare distrattamente: è un’esperienza immersiva, da vivere tutta d’un fiato.

Se dovessi descrivere l’ascolto ideale dell’album?

Direi: prenditi 20 minuti, chiudi gli occhi e lasciati trasportare. Non scegliere un singolo brano, ma vivi l’intero percorso. Poi dimmi dove ti sei sentito più a casa.

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