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Intervista a Matsby: “Essere fuoricorso non significa essere in ritardo: significa vivere il proprio tempo”

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Intervista a Matsby, che racconta “Fuoricorso”, il nuovo album tra fragilità, aspettative, crescita, musica e il desiderio di imparare a vivere il proprio tempo.

Con “FUORICORSO”, Matsby trasforma una sensazione di inadeguatezza in una possibilità di consapevolezza. Il nuovo album di Matsby nasce infatti da una domanda molto personale: cosa significa sentirsi in ritardo rispetto agli altri?

La metafora universitaria diventa così un’immagine capace di parlare a un’intera generazione. Un lavoro stabile, una casa, una relazione, un posto nel mondo sembrano spesso tappe obbligate.

Ma cosa succede quando il proprio percorso segue tempi completamente diversi? Matsby sceglie di non nascondere questa sensazione e di trasformarla in materia musicale.

Nel disco convivono pop, cantautorato, ironia e riflessioni profonde sulla vita quotidiana. “ANNI BASTARDI”, “GODERE”, “SERIE A” e “SBIRCIARE IL FUTURO” raccontano momenti diversi dello stesso viaggio.

Un viaggio che passa anche dalla terapia, dalle fragilità, dalla vita a Milano e dal legame con Genova.

Abbiamo incontrato Matsby per parlare di “FUORICORSO”, del suo presente e di un futuro che, per una volta, non ha bisogno di arrivare in anticipo.

Intervista a Matsby, il nuovo album “Fuoricorso”

Matsby, benvenuto su Music Fun. “FUORICORSO” è un album che già dal titolo contiene una dichiarazione molto precisa. Da dove nasce questa scelta e che cosa significa per te essere “fuoricorso”?

Sono partito dalla metafora universitaria perché “fuoricorso” è una sorta di unità di misura per definire l’essere in ritardo. All’università significa aver superato i tempi previsti per arrivare alla laurea, ma secondo me la stessa sensazione può essere applicata a tantissimi aspetti della vita. Si può essere fuoricorso nel lavoro, nelle relazioni, rispetto agli amici che magari sembrano aver trovato prima di noi un posto nel mondo. Ho fatto questo disco perché circa due anni fa mi sentivo esattamente così. Avevo bisogno di ascoltare qualcosa che mi aiutasse a calmare quella sensazione di essere in ritardo e che mi dicesse che forse non c’è niente di sbagliato nel vivere un percorso diverso da quello degli altri.

L‘aspetto interessante è che normalmente “fuoricorso” viene percepito come qualcosa di negativo, quasi una condizione da recuperare. Tu invece provi a trasformarlo in una condizione da accettare, se non addirittura in una forma di libertà. Quanto è stato difficile arrivare a questa consapevolezza?

È stato molto difficile. Ho cercato di lavorare tanto su me stesso e soprattutto di non nascondere niente. A volte penso che la più grande forma di vergogna sia proprio quella di cercare di nascondere qualcosa che ci fa sentire diversi o inadeguati. Quando invece riesci ad accogliere e ad accettare le cose per come sono, puoi finalmente iniziare a migliorarle e a ripartire. Questo è anche il concetto centrale del disco. Non significa compiacersi del fatto di essere in ritardo rispetto agli altri o trasformarlo in una scusa. Significa guardare le cose con onestà e dirsi: “In questo momento della mia vita sono così”. Però posso viverlo con dignità e posso continuare a costruire il mio percorso.

Nel disco parli di aspettative molto concrete: il lavoro stabile, una casa, una relazione, la necessità di trovare un posto nel mondo. Come hai fatto a trasformare qualcosa di così personale in un racconto nel quale potessero riconoscersi anche altre persone?

Ho fatto una cosa abbastanza particolare durante la lavorazione dell’album. Quando andavo dalla psicologa mi appuntavo alcune cose, pensieri, sensazioni, situazioni che emergevano durante il percorso. Per alcune canzoni sono partito proprio da quegli appunti. In un certo senso quella è stata la materia più grezza e più personale del disco. Poi ho trasformato quelle riflessioni in canzoni. Credo che proprio la sincerità sia ciò che permette a una storia personale di diventare anche collettiva. Più parti da qualcosa di vero, più è possibile che qualcun altro ci si riconosca.

“FUORICORSO” ha una struttura molto organica e arriva fino a “SBIRCIARE IL FUTURO”, che sembra quasi un punto d’arrivo ma contemporaneamente anche una ripartenza. Quanto era importante per te costruire un vero percorso all’interno dell’album?

Per me era molto importante. Sono un grande appassionato di concept album e mi piace ancora l’idea di comprare un vinile, metterlo sul giradischi, ascoltarlo dall’inizio alla fine e contemporaneamente leggere i testi. Volevo recuperare anche questa dimensione. “FUORICORSO” racconta un percorso e quindi aveva senso che le canzoni fossero inserite in un ordine preciso e dialogassero tra loro. Sono contento anche che esista il vinile perché rappresenta molto bene questa mia idea di album come esperienza complessiva e non soltanto come una successione di singoli.

Hai scelto immagini molto concrete e quotidiane per parlare di temi profondi. Penso, per esempio, a “SERIE A”, che è anche il primo brano che hai scritto. Quanto è importante per te partire dalla quotidianità per arrivare a una riflessione più universale?

È proprio quello che cercavo di fare. Mi piace parlare della vita quotidiana e allo stesso tempo provare a toccare argomenti profondi, anche pesanti o delicati. “SERIE A” nasce da un’immagine molto semplice, legata alla mia passione per il calcio, ma diventa una metafora delle aspettative, dei risultati e della ricerca di una direzione. Credo che sia interessante riuscire a parlare di cose importanti senza necessariamente utilizzare un linguaggio complicato. La quotidianità può essere poetica proprio perché è qualcosa che tutti conosciamo.

Dal punto di vista musicale, invece, “FUORICORSO” è un disco piuttosto vario, pur mantenendo il pop come componente centrale. Come hai costruito la tua identità sonora?

Devo ringraziare molto il progetto precedente, “Agrodolce”, perché è stato un ponte tra “Post Teenager” e “FUORICORSO”. C’è stato circa un anno e mezzo durante il quale ho sperimentato tantissimo per cercare di arrivare a un’identità sonora che fosse davvero riconoscibile. La chiave è stata provare e ascoltare tantissima musica. Mi capitava di ascoltare un gruppo e pensare che mi piacesse particolarmente una determinata batteria, oppure un certo tipo di produzione, e da lì cercavo di capire come poterlo reinterpretare nel mio mondo. È stato un lavoro di ascolto, sperimentazione e tentativi. Credo che sia proprio attraverso questo processo che si costruisce un’identità.

Nel disco c’è anche una collaborazione con un artista che conosci da tempo e che hai avuto modo di scoprire anche nella veste di produttore. Com’è nato l’incontro con Maninni?

Ci siamo conosciuti nel maggio del 2025, in un periodo in cui lui stava iniziando anche a lavorare come produttore. Io lo conoscevo soprattutto nella sua veste di cantautore, quindi per me è stata anche una bella scoperta. Ci siamo trovati d’accordo su tantissimi discorsi e abbiamo iniziato a confrontarci. È stato bello poter collaborare e vedere come due percorsi potessero incontrarsi. Mi fa anche sorridere una coincidenza: due delle sue canzoni più note hanno dei riferimenti che ritornano anche nel mio immaginario.

Genova è una parte importante della tua identità. Che rapporto hai con la nuova generazione musicale genovese?

Mi sento molto stimolato da tutti gli artisti che in questo momento stanno facendo cose importanti a Genova. C’è tantissimo talento e sicuramente è un grande stimolo vedere una città che sta vivendo una nuova dimensione musicale. Allo stesso tempo, proprio perché il livello è alto, a volte sento anche la responsabilità di proporre qualcosa di diverso. Ho avvertito spesso l’urgenza di cercare una strada che non fosse già stata percorsa o che non desse la sensazione di qualcosa di già sentito. Per me è un confronto positivo: più c’è talento intorno a te, più sei spinto a cercare la tua voce.

Il 13 novembre porterai “FUORICORSO” dal vivo al Teatro La Claque di Genova. Quanto è simbolico per te tornare nella tua città con questo progetto?

È molto importante. Il Teatro La Claque si trova nel cuore di Genova, proprio nei vicoli, quindi per me portare lì questo disco ha un significato particolare. È una data alla quale tengo molto. Sarà anche la prima volta in cui porteremo tutto “FUORICORSO” dal vivo. Avremo una formazione inedita: oltre alla squadra con cui lavoro abitualmente si aggiungeranno altri musicisti. Ci sarà quindi anche un nuovo modo di vestire le canzoni sul palco. Stiamo preparando anche un merchandising dedicato alla serata. Voglio che sia un appuntamento speciale e che rappresenti davvero l’inizio della vita live di questo album.

Tra i brani, “ANNI BASTARDI” sembra quasi una fotografia generazionale. Che cosa volevi raccontare attraverso questa canzone?

Volevo fotografare questi anni per quello che sono. Sono anni caratterizzati da molta instabilità. Penso anche alla mia vita a Milano: vivo in una stanza con il mio coinquilino, siamo in quattro in una casa e non ci sono necessariamente tutte quelle certezze che magari una volta venivano considerate normali. Mi interessava raccontare questa condizione senza però glorificarla. Non volevo dire che l’instabilità sia necessariamente bella. Però, alla fine del brano, dico anche che forse un giorno ci ricorderemo di questi anni con un sorriso. Perché, nonostante siano anni complicati, sono anche pieni di movimento, di vita e probabilmente sono tra i più formativi che attraversiamo.

Quindi c’è anche la volontà di non limitarsi a raccontare questi anni, ma di viverli pienamente nonostante le difficoltà.

Sì. Anche se sono anni bastardi, voglio esserci dentro. Voglio viverli. Credo che sia importante non aspettare che arrivi il momento perfetto per iniziare a vivere, perché probabilmente quel momento non arriverà mai. Anche l’imperfezione del presente fa parte del nostro percorso.

“FUORICORSO” arriverà anche nelle università italiane attraverso incontri e showcase. Che cosa ti aspetti dal confronto con ragazzi che stanno vivendo, magari, le stesse ansie e le stesse incertezze che hai raccontato nel disco?

Mi piacerebbe soprattutto creare un dialogo. Voglio ascoltare quello che provano loro e farlo in totale onestà. Sono molto curioso di capire come vivono questo concetto di “fuoricorso”, quali sono le loro aspettative e soprattutto quali sono le loro paure. Ho voluto fortemente portare il progetto nelle università proprio perché penso sia importante parlare sempre di più di queste sensazioni. Negli anni abbiamo sentito anche episodi di cronaca legati a persone che si sono sentite completamente fuori tempo o incapaci di raggiungere le aspettative che avevano su se stesse. Per questo credo che sia importante restituire dignità a questo concetto e parlarne il più possibile. Non dobbiamo vergognarci del fatto che il nostro percorso sia diverso da quello degli altri.

Se ci incontrassimo tra un anno, quale Matsby vorresti ritrovare? Non necessariamente pensando ai risultati, ma alla persona e all’artista.

In questo momento sto già pensando al prossimo disco. Quello che vorrei è continuare a creare tanto e migliorare tanto, sia come persona sia come artista. Vorrei anche imparare a vivere di più il presente. A volte siamo talmente concentrati su quello che deve succedere dopo che ci dimentichiamo di essere dentro quello che sta succedendo adesso. Quindi forse tra un anno mi piacerebbe ritrovarmi qui con un nuovo disco in mano, tante esperienze, tanti bei ricordi e tanti aneddoti di vita vissuta da raccontarti. E magari, visto che siamo a Genova, con la Sampdoria in Serie A.

E del Genoa non diciamo nulla?

Non dico niente, perché non dicendo niente può succedere di tutto!

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