Site icon imusicfun

Intervista a Paola Turci: “L’amore non è sempre amore, ho imparato a distinguere”

Paola Turci foto Fabrizio Cestari

Intervista a Paola Turci, che racconta l’album “Amore a dismisura”, che arriva a sette anni dal precedente: un disco autentico, tra amore, mancanza e autenticità. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.

Paola Turci torna con “Amore a dismisura”, un album che rappresenta un passaggio importante nel suo percorso artistico e personale. Dieci brani nei quali la cantautrice mette al centro l’amore, ma soprattutto la necessità di interrogarsi su ciò che definiamo amore e su ciò che, invece, amore non è.

Il disco nasce dalla scrittura e dalla composizione, vissute da Paola in maniera naturale e contemporanea, e attraversa temi come la perdita, l’assenza, la fragilità, il desiderio, la libertà, la cura e l’autenticità. Un lavoro corale che coinvolge autori come Motta, Giuseppe Anastasi, Veronica Lucchesi e Francesco Bianconi, prodotto insieme a Ivan Rossi e costruito attraverso riferimenti musicali importanti, da Battiato a Nick Cave, passando per Lou Reed e Johnny Cash.

Tra i brani più significativi c’è “Manchi”, che Paola considera il possibile centro emotivo dell’intero progetto, mentre “Gesù di Michelangelo” nasce dall’incontro con la psico-oncologa pediatrica palestinese Farah Fatafta. “Non basta l’argenteria per essere splendida”, invece, affronta il tema dell’autenticità e della distanza tra ciò che appare e ciò che realmente siamo.

In questa intervista Paola Turci racconta la genesi di “Amore a dismisura”, il significato del titolo, il rapporto tra amore e misura, il valore della scrittura, le collaborazioni, la musica suonata e il desiderio di continuare a mettersi in discussione.

Intervista a Paola Turci, il nuovo album “Amore a dismisura”

Paola, “Amore a dismisura” arriva dopo sette anni dall’ultimo album. Che cosa rappresenta questo disco nel tuo percorso artistico?

Mi verrebbe da dire che è una conclusione, ma tanto poi si ricomincia sempre. Questo è davvero per me un ottimo traguardo, innanzitutto perché è un disco che viene fuori da autrice, da cantautrice. Poi perché la modalità è stata quella che dovrebbe essere sempre nella mia vita: una scrittura e una composizione che procedono insieme.

I temi che volevo affrontare sono arrivati in modo naturale. Sono venute le immagini, le metafore, le parole e ho trovato, passo dopo passo, una combinazione che sentivo giusta. È stato un bel lavoro e credo che questo disco rappresenti proprio questo: un punto importante del mio percorso, ma non certo un punto d’arrivo definitivo.

Il disco nasce più da una serie di domande che dalle risposte.

È un disco che si pone delle domande. Quella primaria, che forse abbraccia tutto il resto, è questa: l’amore riesce a essere considerato amore anche quando tocca il limite? Da qui nasce anche il concetto di “dismisura”. C’è quella bellissima idea, attribuita a Sant’Agostino, secondo cui la vera forma dell’amore è amare senza misura. Ma io non sono completamente d’accordo, perché noi molto spesso chiamiamo amore qualcosa che amore non è.

Anche grazie al lavoro che porto avanti da diversi anni con Una Nessuna Centomila, ho imparato a distinguere meglio che cosa sia l’amore e che cosa invece non lo sia. È un’esperienza che continua e nella quale ho trovato una dimensione, una comunità, una casa. E poi ho ritrovato anche la mia casa tornando nella mia città, Roma. Credo che questa considerazione di ciò che non è amore, ma viene comunque considerato tale, sia una riflessione molto importante.

Nel disco convivono spiritualità e immagini molto concrete. Come hai trovato questo equilibrio?

È un lavoro nato davvero spontaneamente, tra quattro mura di un residence, in solitudine. Ma era una solitudine molto creativa, diversa da quella in cui era cominciato tutto con la pandemia. Le immagini sono venute a cercarmi in qualche modo. Avevo molto forte il concetto della mancanza di pietà nella nostra società, della mancanza di empatia e di compassione, intesa nel vero senso della parola: condividere i problemi e i dolori di chi li prova. Viviamo in un mondo in cui parliamo di migrazione, di persone che non hanno più la propria terra, di persone che vengono uccise per essere private della propria terra. Credo che questa sia una delle immagini più forti che possiamo dare rispetto a quello che sta succedendo. Da lì sono arrivate anche alcune figure e alcune storie concrete che hanno dato corpo alle riflessioni più spirituali.

In “Gesù di Michelangelo” racconti la storia di Farah Fatafta. Che cosa ha rappresentato per te quell’incontro?

Farah è una figura femminile molto importante per me. L’ho conosciuta proprio in Palestina, quando sono andata lo scorso novembre. È una psico-oncologa pediatrica dell’ospedale di Soleterre e lavora con bambini malati. È una persona che, per me, rappresenta concretamente quella che potremmo chiamare la “pietà”. Porta i bambini dalla Striscia di Gaza in Cisgiordania per curarli, per permettere loro di fare le chemioterapie. È una donna che mette il proprio lavoro e la propria umanità al servizio degli altri. Nel brano c’è una piccola preghiera che ho scritto in italiano. Lei l’ha tradotta, l’ha scritta in arabo e la legge in arabo. È un po’ come dire: ci teniamo la mano, ci siamo. Lei è qui, è con noi, è con me. Questa canzone vuole essere proprio questo: un segnale di vicinanza, un modo per trasformare un incontro e una storia reale in qualcosa che potesse continuare a vivere attraverso la musica.

“Manchi” sembra invece rappresentare il cuore emotivo del disco. È così?

Alla fine, concludendo il progetto, “Manchi” è probabilmente diventata centrale perché ha centrato esattamente il punto in cui l’amore si esprime al meglio: nell’amore incondizionato, nell’amore nonostante la mancanza. È qualcosa che va oltre. Oltrepassa i confini della perdita e del dolore. Quando l’amore è centrato, è altruismo, è il bene dell’altro.

Potrebbe essere persino una canzone sull’amicizia. Sulla perdita di un amico o di un’amica che non c’è più e che manca come il pane, come manca la propria casa. Per questo penso che “Manchi” possa essere davvero il centro del disco: perché parla di quell’amore che continua anche quando l’altro non c’è più.

Un altro filo conduttore dell’album sembra essere il superamento delle apparenze. Penso a “Non basta l’argenteria per essere splendida”. Da dove nasce questa canzone?

Quella canzone mi fa pensare molto a come si è evoluta durante il lavoro. A un certo punto è entrato Giuseppe Anastasi, che ha scritto quella parte, quello special che è un momento importantissimo del brano. È quasi una confessione: alla fine non abbiamo niente da spartire con ciò che è soltanto apparenza. La metafora dell’argenteria mi è venuta proprio per questo. Può essere ricondotta anche, per certi versi, all’intelligenza artificiale e alla necessità di saper riconoscere l’autenticità.

Il punto è distinguere ciò che luccica da ciò che è davvero autentico. E ciò che è autentico può essere la nostra anima, i nostri bisogni, quello che siamo davvero.

Nel brano ho inserito anche cose molto personali. C’è, per esempio, quel riferimento a giugno a Copenhagen, che riguarda un mio carissimo amico, Peter, che vive lì. Per me quella è la bellezza dell’essere splendidi: quando ci si vuole bene, quando si pensa a una persona anche se non la si può abbracciare tutti i giorni o non la si sente quotidianamente. Sai che quella persona c’è. Può esserci. Ci sarà.

E poi c’è la libertà di parola, il potere della parola, quell’idea di “donna, vita, libertà”, che inizialmente avevo scritto pensando alle donne iraniane e che poi ho trasformato in una riflessione più generale, quasi cosmica, sul potere della parola. Oggi le immagini hanno un peso enorme e spesso sembrano avere il sopravvento sulle parole e sui gesti. Per questo penso sia importante imparare a distinguere ciò che appare da ciò che è.

Nel disco collaborano Motta, Giuseppe Anastasi, Veronica Lucchesi e Francesco Bianconi. Quanto è stato importante aprire la tua scrittura ad altre sensibilità?

È stato molto importante. E non sono certo i premi a determinare l’artisticità di chi scrive canzoni o di chi le interpreta. Però avere accanto artisti che rappresentano realmente la canzone d’autore contemporanea è stato per me molto significativo. Penso a Motta, a Bianconi e naturalmente a Veronica Lucchesi. Sono persone che portano linguaggi e sensibilità differenti. Questo disco lo trovo moderno, pur essendo anche molto classico, perché è un disco suonato. È leggero e anche il suo contrario: è abbastanza pieno, pieno di cose, di persone, di riferimenti, di idee. Alcune di queste persone le ho volute fortemente accanto a me e forse me ne sono resa conto pienamente soltanto dopo aver finito il lavoro.

Hai scelto di realizzare un disco molto suonato, con riferimenti che vanno da Battiato a Lou Reed, Nick Cave e Johnny Cash. Quanto contava per te recuperare una dimensione musicale autentica?

Era fondamentale. Abbiamo voluto davvero che questo disco suonasse, che fosse autentico e avesse dei riferimenti, delle ispirazioni. Ci sono passioni altissime, quasi irraggiungibili: da Battiato a Lou Reed, da Nick Cave a Johnny Cash. L’intento era quello di guardare a quelle musiche, a quei mondi, senza pensare di poterli semplicemente replicare. E poi hanno suonato tutti i musicisti. Questa cosa per me era importante. Il disco è stato prodotto insieme a Ivan Rossi, che è una figura importantissima per questo tipo di produzione. Volevo che ci fosse una dimensione vera, fisica, musicale. Una dimensione nella quale gli strumenti avessero ancora un ruolo centrale.

Nel percorso di “Amore a dismisura” ci sono anche persone che hanno contribuito alla nascita del progetto, come Stefano Senardi ed Enrico Melozzi. Che ruolo hanno avuto?

Ci sono persone che magari non si vedono direttamente, ma che hanno determinato la partenza di questo lavoro e che io ringrazio nel disco. Penso a Stefano Senardi, che mi ha dato una scintilla. E penso a Enrico Melozzi, che mi ha fatto riconoscere la strada di casa perché mi ha portato a scrivere. Mi ha indotto a farlo attraverso il gioco, attraverso la possibilità di sperimentare e di mettermi nuovamente in movimento. E poi c’è Ivan Rossi, con cui ho prodotto il disco, e tutte le persone che hanno permesso concretamente che questo album potesse esistere.

Perché oggi realizzare un disco non è scontato. Ci vogliono tempo, denaro, idee e soprattutto un gruppo di persone capace di condividere un percorso. Le idee sono naturalmente alla base di tutto. Io non avrei mai fatto questo disco senza quelle. Ma anche tutto il resto non è scontato. E proprio per questo sono grata a tutte le persone che hanno contribuito a farlo nascere.

Exit mobile version