Intervista a Stre, che ha recentemente pubblicato il nuovo singolo Spaventapasseri, brano pop che, con ironia e malinconia, racconta la fragilità e la forza di chi si sente incompreso, esplorando la sensibilità e riflettendo sul valore dell’attesa e sulla necessità di rallentare in un’epoca che consuma anche le emozioni.
Il protagonista, uno spaventapasseri dal cuore “di paglia” è metafora di chi, osserva, ama e si difende dal mondo, pur restando fermo. Il brano esplora ambiguità emotive tra paura e desiderio, tra la maschera che spaventa e il cuore che chiede affetto, restituendo un racconto universale di sensibilità.
È online il videoclip, diretto dallo stesso STRE, in cui, tra realtà e immaginazione, l’artista interpreta uno spaventapasseri che canta e balla tra il grano, tra leggerezza e inquietudine. Simbolico il finale in cui lo spaventapasseri si abbraccia, un gesto che racchiude il cuore del brano: la ricerca di affetto e l’accettazione della solitudine.
La canzone assume il sapore di una hit del passato, ma con un sound attuale e leggero, coerente con la sensibilità di STRE, grazie all’arrangiamento che intreccia suoni orchestrali, flauti, archi, violini e chitarre acustiche a campioni elettronici e texture digitali.
Intervista a Stre
1. “Spaventapasseri” è un brano dal tono malinconico ma ironico allo stesso tempo. Da dove nasce l’idea e quale immagine ti ha ispirato per prima?
Banalmente mi ha ispirato proprio l’immagine di uno spaventapasseri (ahah): stavo guardando una serie TV e, in una brevissima sequenza, per un istante ne veniva inquadrato uno.
A quel punto ho esclamato: “Guarda, uno spaventapasseri che vuole un abbraccio!”
È stata un’immagine per me quasi tenera, e da quel piccolo frammento visivo è nata l’idea del brano. Mi ha colpito quel contrasto: una figura che nasce per spaventare, ma che in realtà mi ha trasmesso una strana dolcezza, come se volesse solo essere notata, abbracciata.
2. Lo spaventapasseri è una figura simbolica molto forte: immobile ma attento, fragile ma protettivo. In che modo rappresenta una parte di te?
In tantissimi modi. Mi ci rivedo perché nella vita mi sono sentito spesso escluso: a scuola avevo passioni diverse dai miei compagni di classe, venivo spesso deriso per il mio modo di vestire e per la musica che ascoltavo.
Ho subito anche tanto bullismo (anche da certi professori), in famiglia inseguivo obiettivi che non coincidevano con quelli che gli altri avevano pensato e avrebbero voluto per me. Sono cresciuto sentendomi sempre fuori posto, chiedendomi se fossi io quello “sbagliato” o tutti gli altri. Lo spaventapasseri è fermo, ma osserva tutto. Anch’io sono così: da fuori posso sembrare immobile, impassibile, ma è solo la vita che mi ha insegnato ad essere imperturbabile e menefreghista, nel senso buono. Ci è voluto però del tempo e ho portato sempre con me tanta sofferenza e traumi. E, nonostante ad oggi io mi senta per tante cose una persona “risolta”, conservo dentro una forte fragilità che potrebbe anche essere scambiata per debolezza; per me è semplicemente sensibilità.
Sicuramente posso sembrare “fermo” perché ho un altro tipo di velocità (rispetto alla schizofrenia odierna, soprattutto): cerco di fare le cose con attenzione e calma, affinché vengano meglio. È un modo diverso di muoversi nel mondo, più intenso che frenetico ma in realtà, purtroppo (o per fortuna), ho sempre il cervello attivo e infatti soffro di insonnia.
E sì, mi riconosco anche nel suo lato protettivo: ho spesso protetto chi amo, le persone a cui voglio bene, ma anche le mie passioni. Ho sempre difeso i miei sogni, anche quando non erano compresi né supportati o sembravano impossibili, e questo credo sia un tratto che mi lega ancora di più, metaforicamente, a questa figura (che difende il “suo” grano, a prescindere da tutto). Una figura bizzarra, fragile ma stabile: capace di resistere, di rimanere in piedi nonostante il vento, le intemperie e il sole che “picchia” in testa.
E poi, come lui, ho imparato ad aspettare.
Lo spaventapasseri sono, in tutto e per tutto, io.
3. Hai raccontato che il pezzo è nato guardando una serie TV. Quanto conta per te l’immediatezza, quell’urgenza creativa che trasforma un’idea in musica?
Conta tantissimo, pure perché se non appunto subito un’idea spesso la scordo il minuto dopo (ahah). Tantissime mie canzoni nascono da un’intuizione momentanea, da quella scintilla che dura pochi secondi ma ti costringe a scrivere subito. L’urgenza creativa è una cosa che va colta al volo, perché è lì che la musica arriva più spontanea, prima che subentri la razionalità (e le “pippe mentali”).

4. Il brano parla anche del bisogno di rallentare e dell’importanza dell’attesa. È un tema autobiografico o uno sguardo più generale sulla nostra epoca?
Non penso che il brano parli strettamente di questo, ma sicuramente quando l’ho scritto ho pensato anche a ciò, quindi direi entrambe le cose. È sicuramente autobiografico, perché nella mia vita ho imparato a dare valore all’attesa. Ma è anche (implicitamente) una riflessione sulla nostra epoca, che sembra non saper più aspettare. Viviamo nel “tutto e subito”, anche le esperienze, anche le emozioni. “Spaventapasseri” è anche un modo per ricordarmi che le cose, a volte, hanno bisogno di tempo, di pazienza, di attesa. Lo spaventapasseri è costretto ad essere fermo, costretto a riflettere; spesso mi impongo queste cose per lavorare meglio e per dare più valore a quello che faccio.
Pure perché, nonostante la mia “apparente” lentezza, scrivo tantissimo; quando sono ispirato anche decine di canzoni alla settimana.
È semplicemente che poi (nonostante l’urgenza creativa e compositiva) mi prendo il tempo necessario per lavorarci, soprattutto alle produzioni. La musica mi ha insegnato ad essere paziente. Non tutti lo sanno, ma spesso si scrive una canzone che il mondo ascolterà forse 10 anni dopo, è una sofferenza quotidiana ma necessaria (ahah). Almeno per quelli come me che cercano di fare uscire canzoni in maniera cadenzata senza dare priorità alla quantità rispetto alla qualità. Nella mia vita ho scritto talmente tanto che potrei pubblicare una canzone a settimana, ma non lo faccio. Anche perché mi piace essere davvero soddisfatto del mio lavoro, e questa cosa di certo non è favorita dalla fretta — anche se, a dire il vero, è comunque difficile che lo sia al 100%, perché fondamentalmente sono un rompiscatole.
5. Musicalmente, “Spaventapasseri” mescola strumenti acustici e arrangiamenti digitali. Come hai lavorato sull’equilibrio tra organicità e modernità del suono?
È un obiettivo che mi sono posto per grande parte del mio prossimo disco, e “Spaventapasseri”, essendo il primo singolo, doveva già essere un manifesto di questa direzione. Ho cercato un equilibrio che non suonasse mai né troppo vecchio né troppo moderno, ma sospeso in una dimensione senza tempo. Ho lavorato molto con strumenti reali, ma anche con campioni digitali, fondendo le due anime. È una ricerca di suono “eterea”, che non voglio collegare a un periodo preciso o a un trend musicale del momento, lo preferisco.
6. Il tuo approccio alla produzione è molto personale. Ti senti più cantautore, produttore o regista delle tue emozioni?
Sicuramente più cantautore. È sempre la canzone a venire prima di tutto: nasce da un pensiero, da un’immagine o da una melodia che mi gira in testa. A volte la compongo solo nella mia mente, la “noto” quasi istintivamente, altre volte la scrivo suonando, con la chitarra o al pianoforte. Spessissimo mi capita anche di sognare componendo, la scrittura è una mia ossessione, amo la creatività. E una volta composto lo scheletro e il cuore del brano, solo dopo arrivano il “produttore” e il “regista” che sono in me — come due fasi successive dello stesso processo creativo.
Ci sono però dei casi in cui tutto nasce insieme, soprattutto quando mi diverto con i programmi di produzione musicale: la creazione diventa anche in quel caso un gioco di istinto. Lì la produzione e la scrittura si fondono naturalmente, come se una alimentasse l’altra. È successo, per esempio, con Uscire, un mio singolo che è stato particolarmente apprezzato, nato proprio così, spontaneamente, mentre smanettavo con suoni di sintetizzatori. Anche Pistola ad acqua è un altro esempio di canzone in cui produzione e scrittura sono nate insieme.
Non c’è una regola fissa, ma nella maggior parte dei casi la canzone viene prima, come una forma che esiste già — e tutto il resto serve solo a darle un vestito per farla (mi cito) “uscire”.
7. Nel videoclip, che hai diretto tu stesso, interpreti uno spaventapasseri che canta e balla tra i campi. Come hai costruito il linguaggio visivo del video?
In realtà, il videoclip all’inizio doveva essere diverso: avevo immaginato una storia tra due persone, una narrazione più tradizionale, ma poi mi sono reso conto che la canzone parlava già da sola e rischiavo di essere inutilmente didascalico. Forse non serviva aggiungere nulla di superfluo, perché Spaventapasseri aveva già dentro tutta la sua ironica malinconia.
Il linguaggio visivo l’ho costruito partendo da un’estetica che fosse coerente con il brano: volevo che lo spaventapasseri non risultasse né troppo horror né troppo buffo, che fosse un po’ incazzato ma che avesse nello sguardo anche qualcosa di tenero. È una via di mezzo tra un clown e uno spaventapasseri vero e proprio, con colori e toni che oscillano tra malinconia e gioco, proprio come la canzone.
Nel video si alternano immagini che sembrano flashback o forse visioni future — momenti in cui lo spaventapasseri corre libero tra i prati. È una dimensione sospesa, che può essere sia un ricordo che una speranza. Quella libertà è il suo sogno, la sua proiezione interiore. Quindi, anche se nasce come figura ferma, nel video in realtà si muove, corre, vive: è il simbolo di un’anima che sembra non essersi arresa alla propria “immobilità”.
8. Quel gesto finale – l’abbraccio a se stessi – racchiude il messaggio del brano. È un invito all’accettazione o una riflessione sulla solitudine?
Direi entrambi. È un gesto che rappresenta sia l’accettazione di sé che la consapevolezza della solitudine che ci accompagna sempre, anche quando non ce ne accorgiamo. Perché, per quanto possiamo essere circondati da persone, affetti, amici o pubblico, arriva sempre un momento in cui restiamo soli con noi stessi — quando si spengono le luci, quando la giornata finisce, o semplicemente prima di dormire.
In quel momento lì, quello dell’abbraccio, volevo racchiudere proprio questo: accettare se stessi così come si è, con tutte le proprie fragilità, e trasformare quella “diversità” in un valore, in una forza. Nel mio caso personale, per esempio, ho imparato ad accettare il fatto che, pur essendo una persona molto socievole ed estroversa, ho tanto bisogno di momenti di solitudine. E non è qualcosa da curare o demonizzare, ma da comprendere.
Quindi sì, quell’abbraccio è sia un invito ad amarsi come si è, sia una riflessione su quel filo di solitudine che ci accompagna sempre — ma che può diventare il punto di partenza per conoscersi di più.
9. Nella tua musica si percepisce sempre una doppia anima: pop e visionaria, leggera e cinematografica. Da dove nasce questa ricerca di equilibrio?
In realtà, non cerco di essere “pop” o “non pop”: cerco semplicemente di essere me stesso. E il mio modo di essere, inevitabilmente, è molto pop, ma anche molto libero. Quando scrivo o produco, non penso a un genere o a una direzione precisa, seguo solo quello che sento in quel momento.
Se poi da fuori viene percepito come pop, visionario, leggero o cinematografico, lo prendo come un complimento, perché significa che ciò che faccio comunica più livelli contemporaneamente.
Mi piace l’idea che una mia canzone possa arrivare a tanti, ma che sotto la superficie resti sempre qualcosa da scoprire. Soprattutto perché cerco sempre di usare parole che abbiano un duplice o triplice significato o delle ambiguità; per me la musica è un bellissimo gioco.
Cerco sempre di trasmettere leggerezza tentando di non essere superficiale; cerco di far sembrare semplici anche cose complesse. È la mia forma di linguaggio preferita: rendere “leggero” qualcosa di pesante, senza appesantirla.
10. Dopo l’album “Carpe Die” e il successo dei tuoi live, “Spaventapasseri” segna una nuova fase del tuo percorso artistico?
Sì, assolutamente. Prima dell’album avevo pubblicato tre singoli che andavano in una direzione precisa, poi con le sette tracce che hanno composto Carpe Die si intravedeva già qualcosa di più personale, una vena pop ma che fosse meno derivativa. Con il nuovo album, invece, sto andando ancora oltre. Spaventapasseri, essendo il primo singolo, rappresenta proprio il manifesto di questa nuova fase: molto più libera, svincolata dai generi, dalle forme canzone classiche. Voglio spingermi verso qualcosa che sia autenticamente mio, senza preoccuparmi troppo di come “dovrebbe” suonare una canzone pop o come dovrebbe suonare una canzone “di successo” nel 2025, non mi interessa. Spaventapasseri è il punto di partenza di questo percorso più libero.
11. Hai aperto concerti di artisti molto diversi tra loro, da The Kolors a Motta. Cosa hai imparato da queste esperienze sul palco?
Ogni apertura è un mondo a sé, e ogni pubblico è diverso. A volte trovi persone attentissime, altre più distratte, altre ancora più coinvolte dal lato emotivo o dall’energia che trasmetti. Io dal vivo sono abbastanza istintivo, quasi “pazzo” in senso buono, e col tempo ho capito che non esiste un unico modo di stare sul palco.
Ho imparato che il pubblico cambia a seconda del contesto: c’è chi si lascia trascinare, chi ti osserva più sull’esecuzione, chi ti ascolta in silenzio e chi vuole ballare. E allora, più che cambiare me stesso, cerco di percepire l’atmosfera che mi circonda per pormi in modo tale che, a prescindere dal tipo di live (da solo con la chitarra, con le basi o con la band), io resti me stesso.
12. La Regione Campania ti ha riconosciuto come “eccellenza campana” per il valore artistico e audiovisivo del tuo lavoro. Cosa significa per te ricevere un riconoscimento nella tua terra?
È stato un riconoscimento importante, anche perché mi ha permesso concretamente di sostenere alcuni dei miei progetti. Ma, al di là dell’aspetto pratico, è qualcosa che mi ha davvero fatto piacere. Non succede tutti i giorni che la tua regione ti premi per il valore artistico di ciò che fai.
E, lo dico sinceramente, non me l’aspettavo davvero. Non come quando lo si dice riferendosi al successo di una canzone — quella spesso è una frase di circostanza, perché in fondo tutti speriamo che la nostra musica arrivi al pubblico. In questo caso, invece, era proprio qualcosa che non immaginavo. È stata una sorpresa vera, e per questo ancora più preziosa.
13. Immagini mai il videoclip mentre scrivi una canzone?
No, mai. Quando scrivo non immagino il video, perché nella mia testa ci sono già delle immagini: sono quelle della mia vita. Le mie canzoni raccontano momenti reali, sono fotografie, quindi non devo inventare nulla. Non sono un “Rovazzi” che scrive canzoni e video insieme — per me il video arriva dopo, come una seconda fase di creatività, dove “vesto” ancora di più la canzone. La scrittura, invece, è più istintiva, quasi inconscia: butto fuori quello che ho dentro senza pensarci troppo. Il video arriva dopo, come una riflessione più lucida su come trasformare quel trasporto in immagine.
14. Stai già lavorando a nuovi brani dopo “Spaventapasseri”?
Sì, assolutamente. In realtà, non mi fermo mai: sto sempre lavorando, anche quando sembra che mi prenda una pausa. A volte mi fermo solo perché sto portando avanti altri progetti (contenuti video, progetti, strategie ecc.), tutto sempre e comunque legato alla musica. Purtroppo oggi giorno non si può pensare solo a quella, anche se vorrei. Odio tutto questo, ma è un “male” necessario (o meglio, obbligatorio).
15. Se dovessi riassumere il messaggio del brano in una frase?
Il messaggio della canzone è la voglia di riconoscersi nella propria solitudine e in quella degli altri, anche in ciò che a volte appare come “stranezza”, nel riconoscere la fragilità come una forza e la diversità come un valore, nel vedere nella stranezza un’unicità e nel riconoscersi come simili anche quando sembriamo diversi, perché è proprio in questo riconoscimento reciproco che smettiamo davvero di essere soli.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.