Intervista ad Adriano Moretti, che ha pubblicato l’Ep d’esordio “Era Mai”, otto tracce, prodotte da Dre Loa, che accompagnano l’ascoltatore in un viaggio emotivo.
Adriano Moretti è uno di quegli artisti difficili da racchiudere in una sola definizione. Attore, autore, content creator, comico e musicista, negli ultimi anni ha costruito un percorso artistico trasversale, capace di muoversi con naturalezza tra linguaggi e piattaforme differenti. Dopo le esperienze nel cinema, con il film “Notte prima degli esami 3.0”, il teatro e una crescente presenza sui social, oggi sceglie di mostrare al pubblico una parte più intima e vulnerabile di sé attraverso la musica.
Con “Era Mai”, il suo primo EP ufficiale, Adriano apre una finestra sul proprio mondo emotivo, allontanandosi dai registri ironici e leggeri che spesso caratterizzano il suo lavoro. Otto brani che raccontano il difficile percorso successivo alla fine di una relazione, tra nostalgia, paure, tentativi di ripartenza e il desiderio di ritrovare autenticità nei rapporti umani.
Musicalmente il progetto fonde sonorità rock e indie dal gusto vintage, ispirate agli anni Settanta e Ottanta, con una scrittura profondamente contemporanea che fotografa le fragilità della sua generazione. Un disco che nasce dall’esperienza personale ma che si allarga a una riflessione collettiva su sentimenti, relazioni e identità.
In questa intervista Adriano Moretti racconta la genesi di “Era Mai”, il significato del titolo, il rapporto tra musica e vita privata, la collaborazione con il fratello Giorgio e la necessità di trovare nella musica uno spazio di libertà espressiva diverso da quello della recitazione e della comicità.
Intervista ad Adriano Moretti, l’Ep d’esordio “Era Mai”, disco che racconta le fragilità della nostra generazione
“Era Mai” rappresenta il tuo primo progetto discografico organico e ufficiale. Che significato ha per te questo EP all’interno del tuo percorso artistico?
Rappresenta sicuramente una novità importante. Rispetto a tutto ciò che ho fatto finora, dalla recitazione alla comicità fino ai contenuti social, questo progetto nasce dall’esigenza di mostrare una parte di me molto più personale. Negli altri ambiti tendo a raccontare il lato più leggero, divertente e intrattenitivo della mia personalità. Con la musica, invece, ho sempre sentito il bisogno di esprimere qualcosa di più intimo, serio e profondo. È uno spazio in cui posso permettermi di essere vulnerabile e raccontare emozioni che normalmente non emergono negli altri linguaggi che utilizzo.
Perché hai scelto proprio questo momento per presentarti al pubblico in questa veste più personale?
Quest’anno è stato particolarmente intenso e ricco di novità. Sono arrivati il film “Notte prima degli esami 3.0”, il tour teatrale e diversi progetti che mi hanno portato fuori dalla dimensione esclusivamente social. Avevo questo EP nel cassetto da tempo e mi è sembrato naturale completare il quadro proprio ora. Ho pensato che fosse il momento giusto per mettere insieme tutte le sfaccettature del mio percorso e vedere come il pubblico avrebbe accolto questa nuova versione di me.
Il titolo “Era Mai” sembra racchiudere una domanda sospesa tra nostalgia e disillusione. Come è nato?
Nasce da esperienze personali, soprattutto sentimentali. Quando una storia finisce spesso ci ritroviamo a guardare al passato idealizzandolo. Tendiamo a ricordare solo gli aspetti migliori e a dimenticare le difficoltà che vivevamo in quel momento. Volevo raccontare quella sensazione di nostalgia che caratterizza molte persone della mia generazione: la paura che certe emozioni autentiche, certe forme di purezza nei rapporti, non possano più tornare. Quel “mai” fa paura proprio perché suggerisce l’idea di qualcosa che forse non ritroveremo più.
Quanto c’è di autobiografico nelle canzoni dell’EP?
Direi un cinquanta per cento autobiografico e un cinquanta per cento frutto dell’osservazione degli altri. Mi piace partire dalle mie esperienze personali, ma credo che l’arte richieda anche immaginazione ed empatia. Molte canzoni nascono da storie che ho vissuto direttamente, altre da racconti di amici o persone che conosco. Alla fine tutto confluisce in un unico racconto che sento profondamente mio ma che appartiene anche a tante altre persone.
Nel disco emerge continuamente il contrasto tra il desiderio di amare e la paura di soffrire. È una fragilità generazionale?
Assolutamente sì. Viviamo in un periodo in cui analizziamo tutto, ragioniamo continuamente sulle conseguenze delle nostre scelte e spesso ci blocchiamo prima ancora di provare. Credo che la mia generazione abbia perso in parte la capacità di lasciarsi andare agli impulsi e ai sentimenti. Ci facciamo mille domande, mille paranoie, quando forse a volte bisognerebbe semplicemente vivere le cose, anche rischiando di sbagliare. È una paura che conosco bene e che ho voluto raccontare nel disco.
Musicalmente hai scelto sonorità che richiamano gli anni Settanta e Ottanta. Da dove nasce questa scelta?
Nasce innanzitutto da una passione personale. Da ascoltatore ho sempre amato il rock e le produzioni di quegli anni. Sono suoni che evocano immediatamente una sensazione di nostalgia che sento molto vicina al mondo emotivo dell’EP. Inoltre il mio produttore Dre Loa è un grande chitarrista e lavorare insieme ci ha permesso di costruire un sound che unisse queste influenze vintage a una scrittura contemporanea. Era esattamente il tipo di atmosfera che volevo creare.
“Vuoi farmi del male?” è uno dei brani più intensi del progetto. Cosa racconta?
Parla della difficoltà di fidarsi di nuovo dopo una delusione. L’ho posizionata subito dopo la title track perché rappresenta il momento in cui, dopo una rottura, si prova ad aprirsi a una nuova relazione portandosi però dietro tutte le ferite del passato. È una situazione che ho vissuto personalmente e che credo accomuni moltissime persone. A volte rinunciamo a qualcosa di bello semplicemente per paura di soffrire ancora.
“Spina dorsale” vede la partecipazione di Giorgio Moretti. Che valore ha questa collaborazione?
È una collaborazione speciale perché Giorgio è mio fratello. Ci lega un rapporto molto forte e abbiamo sempre condiviso tante esperienze. Volevo che l’unica collaborazione presente nel disco fosse con qualcuno che avesse realmente vissuto le stesse emozioni raccontate nelle canzoni. La sua voce e la sua sensibilità erano perfette per quel brano. È stato tutto molto naturale.
In “Femme Fatale” cerchi di superare uno stereotipo molto radicato. Cosa ti interessava raccontare?
Mi interessava riflettere sulle maschere che spesso indossiamo per essere accettati o per attirare l’attenzione. Ho incontrato persone che costruivano un’immagine di sé molto distante dalla propria natura e mi sono sempre chiesto il motivo. Credo che l’autenticità abbia un valore enorme e che spesso siamo molto più interessanti quando smettiamo di interpretare un ruolo.
La musica cosa ti permette di esprimere che recitazione e comicità non riescono a raccontare?
La mia interiorità. Attraverso la comicità e la recitazione ho raccontato il mio stile e il mio modo di vedere il mondo, ma raramente le mie fragilità personali. La musica invece mi permette di andare in profondità. È uno spazio di totale libertà creativa, dove posso sperimentare senza paura e vivere il processo artistico con entusiasmo. È probabilmente il linguaggio che più mi avvicina alla mia parte più autentica.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
