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Intervista ad Alex Wyse: “Le cose belle finiscono… ma in qualche modo restano!”

Alex Wyse 2026

Intervista ad Alex Wyse che venerdì 15 maggio ha pubblicato il nuovo atteso album Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”.

Con il nuovo album “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, Alex Wyse apre una fase completamente nuova del suo percorso artistico, fatta di libertà creativa, ricerca sonora e consapevolezza emotiva.

Il progetto nasce come un viaggio tra passato e presente, dove il cantautore esplora un immaginario fortemente ispirato alle sonorità degli anni ’60 e ’70, filtrate però attraverso una sensibilità contemporanea.

Nel disco convivono malinconia e leggerezza, ribellione e introspezione, in un equilibrio costante che riflette la complessità emotiva della sua generazione.

Alex Wyse racconta un mondo fatto di relazioni fragili, addii inevitabili e momenti sospesi, senza mai rinunciare a una forte componente visiva e cinematografica. Ogni brano diventa un frammento autobiografico, ma anche un esercizio di immaginazione, dove la realtà si mescola a ciò che si sarebbe voluto vivere.

È un album che nasce dall’esperienza personale ma guarda oltre, trasformando emozioni intime in narrazione collettiva. Non c’è paura di mostrarsi, ma il desiderio di essere autentico, anche nelle fragilità.

Per Alex Wyse questo lavoro non rappresenta un punto d’arrivo, ma un vero e proprio inizio: il primo passo di una ricerca artistica destinata a continuare.

Intervista ad Alex Wyse, il nuovo album “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”

Che cosa rappresenta questo nuovo album nel tuo percorso artistico?

Rappresenta sicuramente un inizio della libertà, un inizio della ricerca. È un continuo cercare, in realtà. Non è un punto di arrivo, ma una fase nuova in cui continuo a esplorare e a mettermi in gioco. Sarà un disco molto da vivere, molto da sentire, anche da ‘saltare’ emotivamente.

Il titolo colpisce subito. ‘Dicono che tutte le cose belle poi finiscono’: cosa ti ha attratto di questa frase?

Mi affascina proprio la parola ‘dicono’. È una frase che tutti conoscono, ma non è detto che sia vera. È quasi un luogo comune.
Nel disco non parlo solo delle cose quando succedono, ma del prima e del dopo: di ciò che immagini, di ciò che resta, di ciò che potrebbe succedere. È un titolo che si morde la coda da solo: le cose belle finiscono… ma in qualche modo restano.

Nel disco emerge uno sguardo romantico verso epoche passate. Perché questa scelta?

Mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ’60 e ’70. Quelle atmosfere mi affascinano tantissimo.
Molte sonorità arrivano proprio da lì, insieme ai produttori con cui ho lavorato. È una ricerca sonora e anche visiva: cinema, Italia, immaginario vintage… ho voluto riportare nel 2026 qualcosa che sento ancora vivo.

C’è anche una forte componente evocativa nei testi, con citazioni e immagini precise.

Sì, ci sono pensieri, ‘flash’, immagini che ti riportano indietro nel tempo. Anche la citazione di Venditti è un esempio di questo. Sono frammenti di vita personale, emozioni, colori che ho vissuto e che ho trasformato in musica.

Nel disco convivono leggerezza e malinconia: è una tua dualità costante?

Direi che riconosco più la malinconia rispetto alla leggerezza.
Il lavoro è stato proprio quello di trovare un equilibrio tra le due cose. Rendere leggera anche la malinconia e far convivere entrambe le sensazioni nello stesso spazio emotivo.

Hai mai sentito di dover limare qualcosa di te per il mercato?

In realtà no, non ho mai pensato a questo mentre scrivevo. Forse sono cambiato naturalmente, ascoltando ciò che mi circonda.
In parte ho forse imparato a essere più diretto, anche grazie alla musica inglese che ascolto molto.

In alcuni brani affronti temi profondi come la fine delle relazioni. È esperienza personale?

Sì, è molto personale. Le mie relazioni influenzano tantissimo la scrittura.
In ‘Arrivederci più’ ad esempio c’è un addio che ho dovuto accettare. Scrivere è anche questo: mettere ordine nelle cose che vivi.

Musicalmente quale brano ti da più soddisfazione?

‘Amara’. È stata una sfida sonora, con un basso ipnotico e una costruzione particolare.
Mi sono divertito tantissimo perché ho dovuto trovare il modo giusto per tradurre un’emozione complessa in suono.

Qual è il brano che più rappresenta il tuo immaginario attuale?

‘Vis-à-vis’ rappresenta molto bene il mio immaginario cinematografico e libero.
È una festa, un momento senza regole. Però anche ‘+LOVE’ è molto vicino a quello che volevo raccontare.

Il disco sembra molto personale e vulnerabile. Non hai paura di esporti così?

Non la chiamerei paura. È una conseguenza naturale del rapporto con il pubblico.
Più cresci, più impari a essere trasparente. E il loro supporto mi aiuta a esserlo ancora di più.

Le sonorità vintage quanto ti appartengono davvero?

Tantissimo. Io ascolto soprattutto musica tra gli anni ’50 e ’80. Quindi sì, è il mio mondo. È una libertà che sento molto vicina anche oggi.

Questo disco è un punto di arrivo o di partenza?

È assolutamente un punto di partenza. È quello che sono oggi, ma da qui si riparte.

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