Intervista ad Atarde che lo scorso 15 maggio ha pubblicato Waterproof, il suo primo vero e proprio album.

C’è il mare Adriatico, ci sono le fragilità di una generazione che cerca il proprio posto nel mondo e c’è soprattutto la voglia di trasformare emozioni, insicurezze e relazioni in canzoni capaci di lasciare un segno. Con “WATERPROOF” ATARDE inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico, costruendo un universo sonoro che affonda le radici nella sua Ancona e nelle suggestioni del mare.

Il disco nasce da un’immagine potente e simbolica: canzoni lasciate “a mollo” tra le onde dell’Adriatico, pronte ad assorbire tempo, ricordi, silenzi e trasformazioni. Un progetto che, nonostante il titolo, non vuole essere impermeabile a nulla. Al contrario, accoglie tutto ciò che arriva dall’esterno: emozioni, incontri, paure, desideri e cambiamenti.

In questa intervista, ATARDE racconta la genesi di “WATERPROOF”, il rapporto con il mare, l’importanza dell’ironia nella scrittura, il lavoro di produzione che ha coinvolto amici e musicisti vicini al suo mondo e la collaborazione con faccianuvola. Un viaggio tra musica e vita, nel quale emerge la volontà di costruire un progetto autentico, capace di mettere al centro le canzoni e le persone che le ascoltano.

Intervista ad Atarde, il nuovo album “Waterproof”

“WATERPROOF” è finalmente uscito. Che cosa rappresenta questo album nel tuo percorso artistico?

Rappresenta tantissimo, perché è il mio primo album ufficiale. Si dice sempre che il secondo disco sia il più difficile, ma il primo è fondamentale perché segna davvero l’inizio di un percorso. Per me è un progetto importantissimo, quello che definisce in modo più chiaro chi sono oggi come artista e come autore.

L’immagine delle canzoni lasciate “a mollo” nell’Adriatico è molto evocativa. Come è nata questa idea?

In modo abbastanza curioso, perché tutto è partito dal titolo. In una delle canzoni del disco, “Bonaccia”, c’è un verso che dice: “Mi tuffo tutto blu e mi rendo conto che l’umore non è waterproof”. Quando ho sentito quella parola ho capito subito che aveva qualcosa di speciale. Mi ha riportato immediatamente alla mia terra, Ancona, al mare Adriatico e a tutte le immagini che hanno accompagnato la realizzazione del disco. Anche dal punto di vista visivo, infatti, tutte le copertine dei singoli sono state realizzate tra Portonovo, Mezzavalle e altri luoghi della costa adriatica.

Eppure hai detto che in questo album non c’è nulla di veramente waterproof. Perché?

Perché il titolo è quasi un paradosso. Waterproof significa impermeabile, ma queste canzoni non lo sono affatto. Sono state letteralmente attraversate dal mare. In alcuni brani si sentono perfino le onde registrate al Passetto di Ancona. È un disco che si lascia contaminare da tutto ciò che incontra. Non cerca di proteggersi dal mondo esterno, anzi lo accoglie completamente.

Quindi per te “WATERPROOF” è più una forma di resistenza che di protezione?

Esattamente. Mi piace molto il concetto di resistenza. Non si tratta di chiudersi o difendersi passivamente da ciò che arriva dall’esterno. Piuttosto significa assorbire quello che succede, trasformarlo e restituirlo con la propria forza. È un atteggiamento attivo, non una barriera.

Nel disco emergono temi come fragilità, relazioni e insicurezze generazionali. Come hai lavorato per mantenere un equilibrio tra questi aspetti?

È stato soprattutto un lavoro di selezione. Quando scrivi molto ti ritrovi con tante canzoni tra cui scegliere. La vera sfida è capire quali brani raccontano meglio una stessa direzione artistica e narrativa. Ho cercato coerenza nelle immagini, nei significati e nelle emozioni. Più che scrivere seguendo un tema preciso, ho scelto accuratamente le canzoni che dialogavano meglio tra loro.

Il disco racconta spesso la sensazione di non sentirsi abbastanza. Quanto questa paura è legata al tuo lavoro di cantautore?

Tantissimo. Oggi viviamo in un mondo in cui tutto sembra essere una performance e il mio lavoro, per definizione, è una performance. Quando sali su un palco ti esponi al giudizio degli altri e inevitabilmente ti chiedi se sarai all’altezza. È una paura che accompagna ogni concerto. Credo sia anche giusto averla, perché significa avere rispetto per chi viene ad ascoltarti.

Nei tuoi brani c’è spesso anche una componente ironica. Quanto è importante per te?

Moltissimo. Sono una persona ironica nella vita di tutti i giorni e mi piace che questa caratteristica emerga anche nella mia musica. L’ironia permette di affrontare temi profondi senza risultare pesanti e credo faccia parte del mio modo di raccontare le cose.

Dal punto di vista produttivo come avete costruito il sound di “WATERPROOF”?

È stato un percorso lungo. Io non ho prodotto direttamente tutti i brani, ma le canzoni sono nate dalle mie pre-produzioni, quindi la direzione artistica è stata sempre molto personale. Ci sono strumenti suonati da me, anche se scherzo sempre dicendo che suono male la chitarra. C’è il mio ukulele, ci sono amici musicisti e persino mio padre che suona il violino in alcune tracce. Volevo che il disco conservasse un approccio molto umano e vicino all’esperienza live.

Quanto è stato importante pensare fin da subito alla dimensione dal vivo?

Tantissimo, perché vengo da anni passati a fare musica in camera da letto. La sfida era creare canzoni che potessero vivere anche sul palco senza perdere la loro identità. Credo che ci siamo riusciti e che questo disco abbia una dimensione live molto naturale.

Hai trovato il giusto equilibrio tra produzione e testo?

È stata una delle sfide principali. Io amo molto la melodia e spesso ascolto musica in cui il testo non è necessariamente al centro. In questo album, invece, la componente cantautorale è molto forte. Abbiamo lavorato affinché la produzione sostenesse le parole senza sovrastarle. È un equilibrio difficile, ma penso che il risultato finale sia riuscito.

Il mare attraversa tutto il progetto. In che modo hai evitato di ripeterti?

Era una delle mie preoccupazioni principali. Volevo che fosse chiaro fin dall’inizio che questo fosse un disco legato all’acqua e al mare, ma senza utilizzare sempre le stesse immagini. Ogni canzone affronta l’argomento da una prospettiva diversa: ci sono bolle sott’acqua, ostriche, alghe, pirati, viaggi. Ho cercato di costruire un immaginario coerente ma sempre diverso.

Nel disco compare anche faccianuvola. Com’è nata questa collaborazione?

Sono molto fortunato ad averlo nel progetto perché è uno degli artisti che stimo di più. Oltre a essere un grande musicista e autore, è una persona che sa creare comunità attorno alla musica. Lavorare con lui è stato molto stimolante e credo abbia arricchito il disco.

Qual è oggi l’aspetto del progetto ATARDE che ti rende più orgoglioso?

Il fatto di essere un punto di incontro tra persone diverse. Mi piace lasciarmi contaminare da musicisti, autori e professionisti che portano punti di vista differenti. Forse dall’esterno non si percepisce immediatamente, ma per me questa è una delle ricchezze più grandi del progetto.

Se ci incontrassimo tra un anno, quale traguardo vorresti aver raggiunto?

Vorrei semplicemente sapere che queste canzoni sono state ascoltate davvero. Mi piacerebbe ricevere riscontri da persone che si sono riconosciute nei testi e nelle emozioni raccontate nel disco. “WATERPROOF” è stato un lavoro lunghissimo, durato anni, e la soddisfazione più grande sarebbe vedere che qualcuno ci ha trovato dentro qualcosa di sé.

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