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Intervista agli EQuarantacinque: “In Doppia Fila è il primo capitolo importante del nostro viaggio”

EQuarantaCinque

Intervista agli EQuarantacinque raccontano “In Doppia Fila”, il primo EP tra amicizia, musica, viaggio, leggerezza, vita quotidiana e il desiderio di portare il progetto oltre il Veneto.

Gli EQuarantacinque sono una band nata dall’amicizia, dalla voglia di stare insieme e soprattutto dal desiderio di vivere la musica come un’esperienza condivisa. Cinque ragazzi che hanno scelto di trasformare una passione comune in un percorso artistico, trovando nella spontaneità uno degli elementi più riconoscibili della propria identità.

Con l’uscita di “In Doppia Fila”, il loro primo EP, questo percorso entra in una fase nuova e più ambiziosa. Sei brani che raccontano esperienze, relazioni, ripartenze, difficoltà e piccoli momenti della quotidianità, legati dal tema del viaggio e dalla necessità di fermarsi, respirare e poi ripartire.

Nella loro musica convivono leggerezza e introspezione, pop e vita reale, ironia e riflessione. Anche quando affrontano temi complessi, come l’amore tossico o la difficoltà di lasciarsi alle spalle alcune situazioni, gli EQuarantacinque scelgono di non costruire risposte definitive, ma di condividere esperienze nelle quali il pubblico possa riconoscersi.

E proprio la condivisione sembra essere una delle parole chiave del loro modo di intendere la musica. Prima ancora che una band, sono infatti amici, e questa dimensione emerge tanto nelle canzoni quanto nei concerti, vissuti come una vera festa collettiva.

Abbiamo incontrato gli EQuarantacinque per parlare di “In Doppia Fila”, del loro modo di scrivere e stare insieme, del rapporto con il pubblico e di una possibile evoluzione del concetto di band.

Ma anche dei sogni per il futuro: portare la propria musica fuori dal Veneto, attraversare l’Italia e, perché no, un giorno arrivare anche oltre i confini italiani.

Intervista agli EQuarantacinque, il primo Ep “In Doppia Fila”

EQuarantacinque, è uscito il vostro primo EP “In Doppia Fila”. Che cosa rappresenta questa nuova uscita nel vostro percorso artistico?

“In Doppia Fila” rappresenta il primo capitolo davvero importante del nostro percorso. È la prima raccolta di canzoni che ci permette di presentarci in maniera più completa e che, speriamo, possa avviarci verso qualcosa di ancora più grande. Lo consideriamo quasi come una piccola sosta prima di ripartire, ma con ancora più energia e con una direzione più precisa. Siamo molto contenti di questo progetto e naturalmente speriamo che possa arrivare al pubblico e che le persone possano riconoscersi nelle nostre canzoni.

Gli EQuarantacinque nascono innanzitutto come gruppo di amici. Come è nata concretamente l’idea di diventare una band e quanto è stato importante costruire prima di tutto un legame umano?

È una cosa nata in maniera molto spontanea. A un certo punto ci siamo detti: perché non formare un gruppo? E da lì è iniziato tutto. Anche la scelta del nome è stata una piccola avventura: ci abbiamo messo circa un mese, perché una volta deciso di essere una band bisognava anche trovare un nome che ci rappresentasse. La cosa fondamentale, però, è che abbiamo trovato qualcosa che ci ha unito e ci ha portato a suonare insieme. Per noi è stato come iniziare un viaggio, e ancora oggi sentiamo che quella dimensione di amicizia è alla base di tutto quello che facciamo.

“In Doppia Fila” contiene sei brani molto diversi tra loro. Esiste un vero filo conduttore tra “Endorfina”, “La Direzione Giusta”, “Il Viaggio Più Folle Che Esista”, “FestivalBar”, “Loop” e “Pagine Vuote”?

Non abbiamo pensato alle canzoni come a un vero e proprio proseguimento l’una dell’altra. “Endorfina”, per esempio, racconta una storia, mentre gli altri brani raccontano esperienze differenti. Quello che unisce realmente tutte le canzoni è qualcosa di più ampio: la nostra giovinezza, quello che viviamo quotidianamente e le esperienze che condividiamo. Sono storie autonome, ma fanno tutte parte del viaggio che stiamo vivendo insieme. È questo, probabilmente, il vero filo conduttore del disco.

Nel vostro pop c’è molta leggerezza, ma affrontate anche temi più complessi. “Endorfina”, per esempio, parla della fine di una relazione e della necessità di ritrovare se stessi. Quanto è importante per voi riuscire a parlare di fragilità senza perdere quella freschezza che vi caratterizza?

Per noi è importante raccontare le cose per come le viviamo. Anche quando affrontiamo un tema difficile, non sentiamo il bisogno di renderlo necessariamente pesante. La vita è fatta di momenti complicati, ma anche di leggerezza, di ironia, di amicizia e di piccole cose che ci aiutano ad andare avanti. Crediamo che questa sia proprio una delle caratteristiche della nostra musica: raccontare qualcosa di reale senza rinunciare alla spontaneità.

Tra i temi che affrontate c’è anche quello dell’amore tossico. Secondo voi, qual è la chiave per riuscire a uscire da una situazione che ci fa stare male?

Sicuramente il rispetto, prima di tutto verso gli altri ma anche verso se stessi. È fondamentale riconoscere quando una situazione non ci fa più bene e avere il coraggio di prendere una decisione. Un altro elemento importante è la condivisione con le persone che ci vogliono bene. A volte si tende a pensare che, siccome un problema è nostro, dobbiamo affrontarlo da soli. In realtà essere circondati da persone che possono supportarci può cambiare completamente il modo in cui viviamo una difficoltà.

Quindi raccontare certe esperienze attraverso la musica può avere anche una funzione collettiva, quasi terapeutica?

Assolutamente sì. Quando condividi qualcosa e scopri che qualcun altro ha vissuto la stessa esperienza, ti senti immediatamente meno solo. È un po’ il concetto del “mal comune mezzo gaudio”: se io ho vissuto una determinata situazione e tu mi dici che l’hai vissuta a tua volta, quella cosa improvvisamente pesa un po’ meno. Può sembrare un meccanismo legato soprattutto ai giovani, ma in realtà è qualcosa che attraversa tutte le età. Ciclicamente, nella vita, ci capita di voler scappare da una realtà che ci sta stretta. Sapere di non essere gli unici può aiutare.

E allora la musica può essere quella dose di “endorfina” che permette di affrontare meglio la quotidianità?

Sì, assolutamente. Anche per come viviamo la musica all’interno del gruppo. Noi condividiamo tutto: le cose belle, ma anche i problemi e la quotidianità. Questo ci aiuta molto. La musica può fare la stessa cosa anche con chi ci ascolta: può creare un senso di condivisione e ricordarci che non siamo soli.

Un altro tema molto presente nel vostro progetto è quello delle piccole cose. In una società sempre più veloce, quanto è importante imparare nuovamente a fermarsi?

Tantissimo. Oggi tutto è molto veloce e rischiamo di dimenticarci delle piccole cose che in realtà sono fondamentali. Siamo continuamente bombardati da informazioni, immagini, contenuti e anche dai social. Ci sono tante cose belle, ma il problema è che spesso non ci fermiamo mai abbastanza per viverle davvero. A volte basterebbe mettere via il cellulare e godersi la compagnia delle persone che abbiamo intorno.

Immagino che questo valga anche durante le vostre prove…

Assolutamente. Quando siamo in sala prove il cellulare praticamente non esiste. È bello staccare e concentrarsi su quello che stiamo facendo.

Anche se c’è un’eccezione: il calcio.

Beh, se gioca l’Inter il cellulare lo guardiamo! Però quando gioca l’Inter le prove non si fanno. (ridono)

E siete tutti interisti?

No, assolutamente! Siamo una situazione abbastanza complicata: ci sono Milan, Juventus e Inter. Diciamo che quando gioca l’Inter è tutto fermo, mentre se giocano Milan o Juventus possiamo anche provare. (ridono)

Anche questa complicità racconta molto di voi. Quanto conta, nella vostra musica, il fatto che abbiate riferimenti e gusti musicali differenti?

È una delle nostre forze. Ognuno di noi ha i propri artisti di riferimento e ascolta cose diverse. In fase creativa questo significa avere tanti stimoli differenti. Ognuno porta la propria parte, il proprio gusto e la propria sensibilità e poi cerchiamo di unirli. Il risultato diventa qualcosa che probabilmente nessuno di noi avrebbe costruito da solo. È proprio dall’incontro tra queste differenze che nasce la nostra identità.

Che cosa significa oggi essere una band? È un concetto che secondo voi deve essere ripensato rispetto alla tradizione delle grandi band del passato?

Sicuramente il concetto di band oggi è un po’ diverso rispetto agli anni in cui i grandi gruppi hanno raggiunto un successo enorme. Noi abbiamo un modo tutto nostro di intendere il gruppo. Partiamo dal fatto che siamo amici e questo cambia inevitabilmente il modo in cui viviamo la band. Non è semplicemente un insieme di persone che si ritrova per suonare: c’è un rapporto umano molto forte alla base.

Questa dimensione si percepisce anche dal vivo?

Sì, sicuramente. Nei nostri live ci divertiamo tantissimo. Ci guardiamo, scherziamo, ridiamo, ci prendiamo in giro. Il pubblico percepisce che c’è un rapporto vero tra noi. Anche quando siamo fuori dal palco continuiamo a stare insieme. Ultimamente abbiamo persino iniziato a dormire insieme durante le trasferte… anche se qualcuno russa! (ridono)

Il vostro concetto di unione passa quindi anche dalla quotidianità, non soltanto dalla musica.

Esatto. È proprio questo il punto. Siamo insieme in tante situazioni diverse e questo rafforza ulteriormente il nostro rapporto. La band non si limita alle prove o al palco: è un’esperienza che viviamo quotidianamente.

Siete reduci da una stagione ricca di live. Che rapporto avete costruito con il vostro pubblico? E che cosa vi aspettate dalle persone che vengono a vedervi?

Per noi il live deve essere una festa. Non esiste una divisione netta tra artista sul palco e pubblico sotto il palco. Siamo tutti sullo stesso piano. Vogliamo divertirci noi e far divertire le persone che sono venute ad ascoltarci. Noi cantiamo, ma se il pubblico vuole cantare con noi può farlo; se vuole ballare, può farlo. È un momento di condivisione totale.

È cambiato anche il rapporto tra artisti e pubblico rispetto al passato?

Sì, sicuramente. Una volta le grandi pop star erano percepite come figure quasi irraggiungibili, iconiche. Oggi, anche grazie ai social, gli artisti riescono a mostrare maggiormente il proprio lato umano e questo crea una vicinanza diversa con le persone. Per noi è una cosa molto bella. Anche dopo i concerti può capitare che ci fermiamo a bere una birra insieme al pubblico, a parlare, ridere e scherzare. Il concerto non finisce necessariamente quando scendiamo dal palco.

Se ci ritrovassimo qui tra un anno, quale traguardo vorreste poter raccontare?

Ci piacerebbe tantissimo portare la nostra musica fuori dal Veneto. In questo momento abbiamo suonato soprattutto nella nostra regione e, essendo una band emergente, la dimensione live è anche quella più complessa da organizzare. Siamo in cinque e abbiamo bisogno di persone che ci supportino anche dal punto di vista lavorativo e organizzativo. Però il nostro obiettivo è riuscire a far viaggiare la musica molto di più.

Quindi tutta Italia?

Assolutamente. Sarebbe bellissimo poter suonare in tutta Italia, uscire dalla nostra regione e far conoscere gli EQuarantacinque a un pubblico sempre più ampio. E, naturalmente, sarebbe un sogno riuscire un giorno ad arrivare anche fuori dall’Italia.

Cantate in italiano. Avete mai pensato di sperimentare anche l’inglese per provare a guardare verso un pubblico internazionale?

In passato abbiamo avuto anche esperienze con la musica in inglese. Uno di noi, per esempio, aveva già suonato in un gruppo pop che utilizzava quella lingua. Però oggi sentiamo che l’italiano è la dimensione nella quale vogliamo stare. Ci piace raccontare quello che viviamo attraverso la nostra lingua e, almeno per il momento, vogliamo continuare su questa strada.

Quindi, per ora, EQuarantacinque rigorosamente in italiano e con lo sguardo rivolto al futuro.

Sì. Continuiamo il nostro viaggio, vediamo dove ci porterà e soprattutto continuiamo a farlo insieme.

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