La nostra intervista a Eugenio Sournia in occasione dell’uscita del suo primo progetto solista, un EP omonimo pubblicato lo scorso 17 novembre per Carosello Records e prodotto da Emma Nolde.
Abbiamo incontrato il cantautore livornese, che ha esordito nel mondo della musica pubblicando tre album con la band Siberia, per approfondire i suoi stati d’animo in occasione di questa nuova pubblicazione, la prima a suo nome.
Intervista a Eugenio Sournia
Ci racconti come si è svolto il processo creativo di questo progetto?
«In realtà è stato un processo creativo molto stratificato, perché comunque queste canzoni nelle loro idee di base sono nate durante il periodo più intenso della pandemia. La prima che ho scritto, intitolata “Il dolore una porta”, l’ho scritta nei primissimi giorni del lockdown, quindi quando ero con il mio gruppo Siberia. Piano piano mi sono reso conto che queste canzoni rappresentavano probabilmente un capitolo successivo e non erano adatte alle dinamiche di una band, un po’ sentivo anche il bisogno di prendermi la responsabilità di farle uscire io. Successivamente, a una prima produzione che aveva iniziato a fare da solo, è subentrata Emma Nolde, la quale ha aggiunto un sapore anche diverso ai brani, rendendoli a mio avviso riascoltabili».
Queste nuove canzoni sono prodotte infatti da Emma Nolde, quali sono i punti di contatto tra voi?
«Siamo due musicisti molto diversi, in primis perché lei è una reale musicista, per giunta polistrumentista, mentre io sono un autodidatta che si è sempre accontentato di comporre con quel minimo di nozioni musicali utili per poter scrivere. Non a caso, mi sono sempre reputato più un autore che un musicista. La cosa che più ci ha avvicinato è che trovo Emma una persona dotata di una devozione veramente fanatica nei confronti della musica, una vera e propria vocazione. Trovo che la sua purezza nell’approccio che mette in questo lavoro sia da considerare un qualcosa di sacro, che mi affascina molto».

La scrittura è il tuo punto di forza, scrivi sin da quando sei piccolo. Qual è l’aspetto che più ti affascina durante la fase di scrittura di una canzone?
«Guarda, io sottolineerei due aspetti che ritengo fondamentali. Il primo è l’enorme libertà e senso di vertigine che dà la scrittura, perché ogni giorno quando mi alzo e decido di scrivere, potenzialmente ciò che realizzo è in grado di cambiare la vita a me e a un’altra persona. Ci sono pochissime possibilità che questo avvenga, ma quello che serve è tutto lì. Credo molto nella forza delle parole delle canzoni, tutto si condensa nel foglio bianco e questa è una cosa terribilmente eccitante. Il secondo aspetto che mi piace sottolineare è che quando si scrive una canzone o un libro, una poesia, la si pubblica, questa cosa si stacca da te e diventa di altre persone. E ti rendi conto che la cosa bella è che questo processo ti consente di uscire da te stesso.».
Nella traccia di apertura dell’Ep, intitolata “Superwow”, fai una riflessione sulla versione distorta che tendiamo a dare di noi stessi. Sei riuscito a raggiungere un qualche equilibrio tra chi sei e chi vorresti essere?
«Credo che questa canzone mi abbia aiutato a capire con quale spirito faccio musica, che probabilmente c’è e ci sarà sempre in me una parte di egocentrismo che spingerà per raggiungere determinati risultati a livello di fama, a livello di numeri. Alla fine, quello che voglio è essere visto, sono vanitoso, sono egocentrico. Al tempo stesso mi devo ricordare che a quella parte non devo dare ascolto. E credo che questo dualismo in realtà ci sia un po’ in tutti gli aspetti della vita. C’è sempre una parte di te famelica che vuole semplicemente dire io, io, io, io. Nel momento in cui ti rendi conto di avere questo lato, secondo me devi semplicemente smettere di sfamarlo».
Per concludere, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di questo EP?
«Oggi è una giornata in cui mi sento orgoglioso, perché sto ricevendo commenti di gratitudine. Ho constatato tramite Spotify Artist che in un dato momento c’era un certo numero di persone, contemporaneamente, che ascoltavano il mio disco. Mi sono detto, cavolo… wow. Questo è bello, al di là di quanti siano realmente. Spesso ho avuto l’impressione di parlare con persone che hanno ascoltato con grande attenzione quello che scrivo. E questa, personalmente, è una cosa che mi ripaga di tutto. Sono quelle cose che mi fanno dire: beh, però il mio lavoro ha un senso, ha un’utilità. Non è solo appagamento di un ego. Ecco, questa è una cosa che mi fa stare molto bene, personalmente. Vuol dire che il gioco vale davvero la candela».
Videointervista a Eugenio Sournia
Nato a Milano nel 1986, è un giornalista attivo in ambito musicale. Attraverso il suo impegno professionale, tra interviste e recensioni, pone sempre al centro della sua narrazione la passione per la buona musica, per la scrittura e per l’arte di raccontare. È autore del libro “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (edito D’idee), impreziosito dalla prefazione di Amadeus. Insieme a Marco Rettani ha scritto “Canzoni nel cassetto”, pubblicato da Volo Libero e vincitore del Premio letterario Gianni Ravera 2023.