irreale sono lì

Si intitola Sono Lì l’album che segna l’esordio della band IrreAle, fondata dalla cantautrice Irene Burratti e dal chitarrista Alessandro Usai, con la partecipazione dei musicisti Andrea Fecchio (chitarra acustica), Alex Orciari (contrabbasso), Giacomo Zorzi (pianoforte e tastiere), Martino Malacrida (batteria), Jordan Corda (vibrafono), Alex Pacho Rossi (percussioni) e Michele Monestriroli (sassofono).

Il disco, pubblicato da Ultrasound Records e distribuito da Believe Digital, si caratterizza per sonorità acustiche e momenti di musica strumentale che accompagnano le storie e le riflessioni sulla difficoltà e sul coraggio di vivere e condividere racchiuse nei testi.

Intervista IrreAle Sono Lì

Partiamo da “Sono lì”, da quali punti siete partiti e a quali conclusioni siete arrivati durante la realizzazione di questo vostro progetto d’esordio?

«Il disco nasce da una singola canzone che è appunto il primo singolo “Sono Lì”. Io (Irene Burratti) e Alessandro Usai proveniamo dalla musica jazz e da altre esperienze musicali, ma abbiamo sempre amato quella parte della musica italiana che non ha cercato solo e sempre la semplicità per raggiungere la maggior parte del pubblico.Nutriamo una forte ammirazione per alcuni cantautori del passato e alcuni dei contemporanei, amiamo la loro forza narrativa e la loro estetica musicale. Abbiamo scoperto come questi autori siano riusciti ad influenzare la nostra musicalità e la nostra ispirazione».

Essendo il vostro biglietto da visita discografico, cosa avete scelto di portare all’interno di questo lavoro?

«L’album è nato da una forte esigenza narrativa, provare a mettere nelle canzoni parte del nostro vissuto. Abbiamo scelto di metterci alla prova componendo brani con testi in italiano, rendendo così la comunicazione più immediata. Abbiamo portato soprattutto la convinzione che la musica cantautorale può muoversi in generi diversi e accogliere esperienza musicali personali di diversa natura».

C’è un qualche filo conduttore che unisce le undici tracce presenti in scaletta?

«Il disco non è un concept album ma, riascoltandolo, ci siamo accorti di quanto sia una prova di autenticità delle nostre idee. Sicuramente la caratteristica più evidente che accomuna le composizioni sta nella consapevolezza di aver ultimato un lavoro che probabilmente è lontano dall’espressività di gran parte delle mode pop italiane attuali».

Dal punto di vista musicale, quali sonorità avete scelto per presentarvi al grande pubblico?

«Abbiamo deciso di mantenere un sound acustico perché ci è sembrato coerente con i contenuti narrativi ed effettivamente più vicino al concetto di intimità che abbiamo cercato. Le chitarre acustiche dialogano molto fra loro e il pianoforte lega tutta la musica, inoltre la scelta di includere il vibrafono e le percussioni rende tutto un po’ sognante e sottolinea le diverse atmosfere. Abbiamo tenuto molto ad evidenziare anche degli episodi solistici per permettere a tutti i musicisti una totale libertà espressiva. Questa scelta è abbastanza ardita nella musica pop attuale ma è una forte caratteristica della nostra musica che non vuole rimanere in secondo piano rispetto alle parole ma vuole invece dialogare con la voce, sostenerla e allo stesso tempo farsi ispirare dai messaggi espressi».

irreale sono lì

A cosa si deve la scelta del vostro nome d’arte IrreAle?

«IrreAle è il nome dei due realizzatori dei brani. Ire, melodie e testi, e Ale, le armonie. Insieme questi due nomi hanno dato vita ad una parola per noi molto rappresentativa, Irreale per l’appunto, come forse noi e questo progetto».

Come descrivereste il vostro rapporto con i social network e quanto incidono, secondo voi, per il lancio di un progetto discografico?

«Purtroppo di questi tempo i social sono diventati fondamentali per lanciare qualsiasi progetto o idea nuova. Noi abbiamo però un approccio piuttosto equilibrato, crediamo ancora che la musica possa esistere nella realtà e sempre di più a contatto con le persone vere. Sui social si rischia sempre di dare attenzione ad altri elementi. Il social network è uno strumento utile per aggiornare e dare informazioni in più, ma non è uno strumento unico e non sempre autentico».

Qual è l’aspetto che più vi affascina nella fase di composizione di una canzone?

«L’aspetto più esaltante è di certo il momento in cui rileggi ciò che hai scritto, idee che magari non sapevi neanche di avere dentro, eppure le parole dipingono qualcosa di molto chiaro, che non si saprebbe dire diversamente. Poi quando arrivano le note e gli accordi giusti per le parole giuste sembra quasi miracoloso e irripetibile. In realtà può accadere e accadere di nuovo…».

Quali elementi e quali caratteristiche vi rendono orgogliosi del risultato finale di “Sono lì”?

«“Sono Lì” ci rende orgogliosi per tanti motivi. Perché è un album di unione e collaborazione, prevalentemente tra me ed Alex, ma con il tocco degli altri musicisti. E’ un album estremamente sincero, scaturito dalla realtà, dalla difficoltà, dai sentimenti veri. Un prodotto finale che non potevamo prevedere, iniziato con la scrittura di un pezzo che poi ha portato mano mano agli altri, fino a comporre Irreale. E’ un album che significa impegno e perseveranza, senza avere necessariamente un fine, se non quello di comunicare dei sentimenti e la propria idea di musica. L’orgoglio è immaginare un’idea e vederla tangibile».