Mogol, in un’intervista al Corriere della Sera rilasciata per promuovere uno spettacolo in programma giovedì 4 luglio alle 21.30, ad Alessandria al San Giorgio Festival, parla della morte.
“Le mie canzoni vivono al di là della mia vita. Però, il nostro destino è morire. […] Non ho paura della morte. Se hai paura non puoi vivere in modo corretto. Bisogna semplicemente crearsi l’autostima. Aiutando gli altri. È così che sparisce la paura della morte. Io faccio di tutto. Ad esempio, con mia moglie stiamo ospitando due famiglie ucraine da due anni. Vado in carcere a fare spettacoli con i detenuti. Con Ca’ Foscari abbiamo avviato con i carcerati un progetto di poesie, le più belle verranno pubblicate. […] La musica serve a rendere la vita un po’ più bella.”
Spiega Mogol a proposito della morte. Poi parla di Lucio Battisti.
“Battisti è un grandissimo compositore. Ho avuto la fortuna di scrivere per lui, per Gianni Bella, per Mango, che era un numero uno. Per Cocciante. Musicisti immensi. Sono tutti dei numeri uno.”
Infine una precisazione sul motivo per cui non ama essere definito paroliere.
“Paroliere è una parola impropria. Paroliere è colui che crea la settimana enigmistica. È come chiamarmi con il nome di un altro. Noi siamo autori. Giornalisti e giornalai non fanno lo stesso mestiere.”
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
