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Sir Oliver Skardy, dai Pitura Freska alla pensione da bidello: “La musica non basta per vivere”

Fondatore e anima dei Pitura Freska, Sir Oliver Skardy – al secolo Gaetano Scardicchio – è stato uno dei volti più iconici del reggae italiano. Dal debutto nel 1987 allo scioglimento nel 2002, la band veneziana ha fatto ballare e discutere l’Italia con un sound travolgente e testi provocatori, spesso fraintesi, come accadde con “Papa Nero”, portata a Sanremo nel 1997. Eppure, dietro il successo, Skardy non ha mai abbandonato la sua vita “normale”: per quarant’anni ha continuato a lavorare come bidello, ruolo che lo accompagnerà fino alla pensione, ormai imminente.

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Dal palco dell’Ariston ai corridoi del liceo Guggenheim

Classe 1959, veneziano doc, Skardy presta servizio al liceo artistico Guggenheim di Campo dei Carmini, a Venezia. Una scelta dettata dalla necessità più che dal romanticismo: «Chi viene da una famiglia proletaria deve pensare prima al pane», racconta in un’intervista al Corriere della Sera. Con il solo diploma dell’artistico e senza laurea, l’insegnamento non era un’opzione. Meglio la sicurezza di uno stipendio fisso, anche se modesto.

Nemmeno negli anni di maggiore notorietà dei Pitura Freska – culminati con Sanremo e oltre mezzo milione di dischi venduti – Skardy ha mai lasciato il lavoro: «La musica andava, ma non abbastanza da garantire il futuro. Sapevo che poteva finire». E infatti finì, anche per il carattere divisivo del gruppo: amati o odiati, senza mezze misure.

“Papa Nero”, Sanremo e un messaggio frainteso

La partecipazione al Festival del 1997 resta uno dei momenti più discussi della carriera della band. “Papa Nero”, quart’ultima classificata, venne bollata come blasfema e satanica, quando in realtà – spiega Skardy – era un brano antirazzista. «Non fu capita. Eppure, col senno di poi, è stata persino profetica».

Il risultato? Visibilità sì, ma nessuna svolta economica. «Divisi i guadagni, è rimasto poco. Sono riuscito solo a comprare un piccolo appartamento a Marghera». Una condizione che accomuna, secondo lui, molti musicisti: «Anche il guadagno da musicista è una miseria. Faccio uno più uno e il risultato è una miseria completa».

La pensione e il ritorno alla musica “vera”

Nel 2026 Skardy andrà in pensione, a 67 anni. E stavolta i progetti non mancano: «Scrivere, suonare, fare cose. Tornare in piazza, dal vivo. Oggi l’immagine conta più di tutto, io voglio andare nella direzione opposta». Produrre dischi, del resto, è sempre più costoso e poco sostenibile.

Dopo lo scioglimento dei Pitura Freska, Skardy ha pubblicato quattro album solisti, un libro e recentemente anche un singolo, “Feragni”, una critica al sistema dell’apparenza e al culto della popolarità, più che all’influencer in sé.

Uno sguardo critico sulla musica di oggi

Non manca una riflessione sulla scena contemporanea, in particolare trap e rap: «C’è troppa imitazione degli americani, testi fatti di slogan e minacce. Il messaggio pacifista non interessa più. Vedo solo individualismo e consumismo».

Per Skardy, il reggae resta una scelta di vita prima ancora che musicale, nata dopo i concerti di Bob Marley e Peter Tosh tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80: una musica capace di unire, con una forte dimensione spirituale e collettiva.

Un’icona controcorrente

Oggi Sir Oliver Skardy è un bidello stimato, un punto di riferimento per studenti e docenti, ma soprattutto resta un artista fuori dagli schemi. Dialetto veneziano, pensiero libero, spirito critico e zero compromessi: dal palco alle aule scolastiche, la sua è la storia di chi non ha mai smesso di essere coerente.

E mentre si avvicina la pensione, una cosa è certa: Skardy non ha ancora finito di dire la sua. Se vuoi, nel prossimo messaggio posso anche prepararti meta title e meta description SEO dedicati all’articolo, oppure adattarlo per una testata online specifica.

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