Travis Barker Apple Music

Travis Barker racconta a The Zane Lowe Show su Apple Music il documentario Louder Than Fear, l’incidente aereo, la paura di volare, la terapia, le droghe, la batteria e i figli.

Travis Barker si racconta senza filtri. Ospite di The Zane Lowe Show su Apple Music, il batterista dei Blink-182 ha parlato di Travis Barker: Louder Than Fear, il documentario che ripercorre la sua vita, la carriera, il trauma dell’incidente aereo del 2008, la dipendenza dalle droghe, la terapia e la sua trasformazione dopo essere diventato padre.

Un progetto nato quasi dieci anni fa e pensato dall’artista come un modo per raccontare una storia di sopravvivenza, paura e rinascita. “Mi sono detto: ‘Sarebbe fantastico condividere la mia storia con il documentario, facendolo in un modo ancora più approfondito rispetto al libro’”, ha raccontato Barker.

Il batterista ha spiegato di aver sentito il bisogno di lasciare una testimonianza soprattutto perché “ci sono andato davvero vicino a non essere più qui”. Il suo obiettivo non era però soltanto raccontare il successo con i Blink-182, ma trasmettere un messaggio di speranza.

“Anche se provieni da una piccola città, la tua famiglia non ha soldi e sei cresciuto con pochissimo, puoi comunque sognare, raggiungere i tuoi obiettivi e farcela, a patto di continuare a spingere”, ha spiegato. E ancora: “Puoi rannicchiarti a palla, arrenderti e lasciare che il mondo ti travolga, oppure puoi lottare e rialzarti ancora più forte di prima”.

Travis Barker e il ruolo di padre

Uno dei temi centrali del documentario e dell’intervista è il rapporto con i figli. Diventare padre, per Barker, ha rappresentato una vera svolta personale.

“Ho avuto dei grandi genitori. Mia madre e mio padre sono stati fantastici”, ha raccontato. “Non ci ho messo molto a capire che ero un gran papà e che volevo essere il miglior papà possibile”.

La paternità lo ha costretto a guardare in modo diverso alla propria vita e alle proprie abitudini: “Ero questa persona a cui non importava nulla e che andava semplicemente in tour, fumava, usava droghe e prendeva pillole. E poi ho dei figli e mi dico: ‘Oh, devo cambiare le cose ora’”.

Il motivo era semplice: “Tutto ciò che voglio fare è essere vivo per loro ed essere sano per loro”.

“La batteria è una forma di terapia”

La musica ha avuto un ruolo fondamentale nella sua rinascita. Per Barker, la batteria non è soltanto uno strumento musicale, ma una forma di comunicazione e di terapia.

“Posso dire che è una forma di terapia. È terapeutico per me”, ha spiegato. “Se suono ogni giorno, anche solo per 30 minuti al giorno, mi sento molto meglio”.

Secondo il batterista, suonare gli permette di esprimere emozioni che non riesce sempre a trasformare in parole: “Sento di aver comunicato o di essermi espresso in un modo in cui non riesco a fare a parole, nemmeno con mia moglie o con i miei figli”.

E la definizione scelta da Barker è particolarmente significativa: “La batteria è la mia casa, è lì che mi sento davvero a mio agio”.

Sul palco, inoltre, non sente il bisogno di costruire un personaggio: “Quando sono alla batteria non devo fingere nulla”. Anzi, scherza, è quasi il contrario: “Devo mettermi una maschera per stare lontano dalla batteria”.

La paura di volare dopo l’incidente

Uno dei capitoli più difficili della sua vita è stato il rapporto con la paura di volare dopo il tragico incidente aereo del 2008, nel quale morirono quattro persone, tra cui due amici di Barker.

Per anni il musicista non è riuscito a salire su un aereo. “Il mio vero obiettivo era tornare a volare”, ha rivelato. “Volevo a tutti i costi superare questo ostacolo enorme che esercitava un tale potere su di me”.

Per 10-15 anni Barker ha evitato gli aerei, arrivando a compiere viaggi transatlantici in nave: “Ho fatto sei traversate transatlantiche per andare in Europa, che poi significava farsi 10 giorni di nave da New York a Londra”.

La relazione con Kourtney Kardashian ha contribuito a cambiare le cose. “Se c’è un viaggio che desideri fare e che non possiamo raggiungere in auto o in nave, dimmelo. Dammi solo almeno 24 ore di preavviso e io salgo su quell’aereo”, le disse.

L’incidente e la fine delle droghe

Barker ha parlato anche del rapporto con le droghe e di come l’incidente abbia rappresentato una drammatica cesura nella sua vita.

“La mia vera ‘disintossicazione’ e la mia riabilitazione sono state l’incidente aereo e i sei mesi passati al centro ustionati”, ha raccontato.

Il musicista ha ricordato le difficoltà vissute durante il ricovero: “Ero sveglio a ogni operazione”. E ancora: “Mi sono svegliato tirando pugni ai dottori che mi stavano salvando la vita. Non avevo alcun controllo su questo”.

Dopo quell’esperienza, però, la decisione è stata netta: “Quando sono uscito, non ho mai più voluto fare uso di droghe”.

Barker ha spiegato di aver scelto di affrontare il trauma soprattutto attraverso la terapia, l’allenamento e la musica: “Ho fermato tutto e ho fatto solo terapia post-traumatica, mi sono allenato molto e ho suonato la batteria”.

La conclusione è lapidaria: “Da quel momento in poi è stato tipo: ho chiuso”.

Il trauma e la terapia post-traumatica

La strada della guarigione non è stata semplice. Barker ha dovuto affrontare non soltanto le conseguenze fisiche dell’incidente, ma anche il senso di colpa del sopravvissuto e la perdita delle persone che erano con lui.

“C’erano diversi aspetti da affrontare”, ha spiegato. “Da un lato c’era l’accettare le perdite, le persone che avevo perso nell’incidente e tutto quello che era successo”.

Il batterista ha raccontato anche quanto sia stato difficile passare improvvisamente da una vita frenetica, fatta di tour e concerti, a una situazione nella quale persino la sopravvivenza era incerta.

“Ero completamente sopraffatto”, ha ammesso.

La terapia è diventata quindi fondamentale. “Ho avuto un ottimo medico specializzato in traumi, ed è stato un aiuto fondamentale”, ha ricordato Barker, raccontando anche di aver attraversato momenti psicologicamente drammatici.

A dare un nuovo senso alla sua vita sono stati soprattutto i figli: “Non appena ho potuto rivedere i miei figli, quella è stata in assoluto la migliore terapia post-traumatica che potessi ricevere, perché mi ha dato semplicemente qualcosa per cui vivere”.

Un percorso che, però, non si è concluso rapidamente: “Ho comunque continuato ad andare in terapia per anni dopo l’incidente”.

Travis Barker: Louder Than Fear diventa così molto più di un documentario sulla carriera di uno dei batteristi più influenti del rock contemporaneo. È il racconto di un uomo che ha attraversato il successo, la dipendenza, la paura, il dolore e un trauma devastante, riuscendo a trasformare quelle esperienze in una nuova consapevolezza.

“La batteria è la mia casa”, dice Barker. E proprio attraverso quella casa, la famiglia e la terapia, il musicista ha trovato la strada per tornare a vivere senza lasciarsi definire dalle proprie paure.

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