La nostra intervista a Eugenio Finardi in occasione del Premio Tenco, rassegna dedicata alla canzone d’autore giunta alla sua 46esima edizione. A poche ore dal ritiro dell’ambito riconoscimento alla carriera, abbiamo incontrato il cantautore milanese con cui abbiamo scambiato quattro piacevoli chiacchiere.
Intervista Eugenio Finardi | Premio Tenco
Che valore assume per te questo Premio Tenco alla carriera?
«Assume un valore, non dico di una conclusione, ma quantomeno di un traguardo. È la conferma di aver fatto un percorso interessante, perché in tutti questi anni ho battuto strade anomali, ma che mi hanno dato grandi soddisfazioni, senza risparmiarmi anche qualche delusione».
Leggendo la motivazione che fa da corredo a questo premio, tra le righe emerge un riassunto della tua carriera, in primis la tua voglia di sperimentare generi e linguaggi differenti. È per questo che ti sei sempre autodefinito un outsider?
«Sì, il tema della mia vita è sempre stato quello dell’alienità, non nel senso di “Extraterrestre”, che da il titolo ad una delle mie canzoni. Diciamo che non sono mai riuscito a sfuggire dal fatto di essere stato educato in due culture, quella italiana e quella americana, e di essere stato a volte deluso da entrambe queste culture. Ho sempre avuto qualche caratteristica che mi faceva sentire diverso. Per certi punti di vista, questo è stato anche un grandissimo dono, seppur doloroso a livello personale, perché mi ha trasmesso molta solitudine. È bello avere una patria, un popolo di appartenenza, mentre con due ti senti più un cittadino del mondo. L’aspetto positivo di tutta questa faccenda è che ho maturato una grande apertura nei confronti di ogni nuovo linguaggio. Sono cresciuto in un mondo dove potevi dire una cosa in un modo, ma anche in un altro e potevi suonare la cosa in un modo o anche in un altro. Questo mi ha permesso di coltivare il mio spirito cosmopolita».
Una prerogativa di questa rassegna è proprio quella di dare una seconda chance all’ascolto, un tema molto importante, specie in questa società così frenetica e veloce. Al giorno d’oggi, credi ci sia più rigidità o flessibilità nella forma canzone?
«Adesso la forma canzone può essere interpretata in tantissimi modi, tutto si è frattalizzato. Una volta c’era il rock, c’era il pop, c’era il jazz e il blues, poi è cominciato ad esserci l’heavy metal, il dark rock e tanti altri sottogeneri. Oggi come oggi è veramente difficile incasellarsi, ed è incredibile come musicisti che tu senti apparentemente simili, in realtà abbiamo sfumature completamente diverse tra loro».
C’è una canzone che io amo profondamente nel tuo repertorio, si intitola “Un Uomo” ed è, a dispetto del titolo, una profonda riflessione sul mondo femminile. Ci racconti com’è nata quella canzone?
«Credo sia il miglior testo che io abbia scritto, ma è come se mi fosse arrivato sotto dettatura. L’immagine della musa che ti sfiora con il mantello, che ti fa venire le idee e che per un po’ ti tiene sotto il suo mantello, è forse l’immagine più adatta. Ho scritto il testo “Un Uomo” in un’ora, mentre la musica era pronta da mesi. Le parole sono nate dopo una telefonata intensa con una donna estremamente intelligente, mentre stavo leggendo “Donne dagli occhi grandi” di Angeles Mastretta. Il testo mi è stato dettato dalla musa e me lo sono trovato lì, in più si tratta di una canzone particolarissima, difficilissima da cantare perché tocca tutte e dodici le tonalità. Non so come sia arrivata a me, credo per merito della fortuna».
Sei uno degli artisti che hanno sempre utilizzato la voce come uno strumento e che riesce a far convivere sia l’aspetto tecnico che l’aspetto emotivo. Convieni sul fatto che sia uno dei compromessi più difficili da raggiungere per un artista?
«In realtà, è quello che dovrebbe essere questo mestiere. Per quanto mi riguarda, devo tutto a mia madre che era una cantante lirica e un’insegnante di canto. Lei era ipovedente e non poteva cantare sul palco di un teatro, a causa dei fari che la abbagliavano. Così si è data all’insegnamento e da lei ho imparato che la voce è uno strumento molto raffinato, che può avere tantissimi registri. Quello che purtroppo sta succedendo in questo secolo è che le voci stanno riducendosi a un solo suono, a un solo registro. C’è quello che ha la voce che è un’ocarina, quello che ha la voce che è un sassofono, però le voci per me potrebbero essere come un organo, malleabile come un pianoforte per tirare fuori tante cose».
Al momento sei in tour con due spettacoli diversi, con “Euphonia” e con “Anima Blues”, sempre per sottolineare queste mille sfaccettature. Di la verità, questo è anche un ulteriore modo per continuare a divertirti giocando con la musica?
«Assolutamente sì, se ci pensi sono due format completamente di improvvisazione. L’importante è non fare la stessa cosa, perché “Anima Blues” e “Eufonia” mi danno cose diverse. Questo è un periodo in cui per esempio i generi sono diventati fluidi, ecco… anche i miei generi musicali sono diventati fluidi, ciò mi permette di suonare quello che voglio, quando e come voglio».
La città di Sanremo e il palco dell’Ariston sono luoghi che hai frequentato non solo per il Tenco, ma in occasioni anche legate al Festival, quello nazionale popolare, quello che si tira addosso tutto il suo bel carrozzone. Una manifestazione se vogliamo che possiamo considerare diametralmente opposta a quella che ci ospita in questi giorni…
«Quando osservo questi posti, mi vengono in mente tanti ricordi. Per esempio lì c’è il camerino del conduttore, oggi è di Amadeus, ma per me è ancora quello di Pippo Baudo. Mi ricordo quando ho fatto il Sanremo con Fazio, quelle per me rimaneva il camerino di Pippo Baudo. Conosco ogni anfratto e ne ho viste di tutti i colori qua dentro. La grande differenza è che qui al Tenco scendi fra il pubblico, hai tempo e modo di stringere mani, fare selfie e scambiare qualche chiacchiera. Durante il Festival non te lo puoi permettere, tutto è molto più frenetico e viene a mancare l’aspetto umano che tanto amo».
Per concludere, a chi ti senti di dedicare questo premio alla carriera?
«Ai musicisti con cui ho suonato nella mia vita, sono qui anche come rappresentante di tanti professioni che hanno costruito con me questo percorso. La cosa di cui vado più fiero è quella di aver inventato il ruolo di musicista, perché sono stato il primo a mettere i nomi dei musicisti sui dischi, a valorizzare gente come Walter Calloni e Stefano Cerri, a farli diventare essi stessi dei i protagonisti. Ringrazio coloro i quali mi hanno accompagnato in tutti questo anni, la mia carriera la devo a loro».
Videointervista Eugenio Finardi | Premio Tenco
Nato a Milano nel 1986, è un giornalista attivo in ambito musicale. Attraverso il suo impegno professionale, tra interviste e recensioni, pone sempre al centro della sua narrazione la passione per la buona musica, per la scrittura e per l’arte di raccontare. È autore del libro “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (edito D’idee), impreziosito dalla prefazione di Amadeus. Insieme a Marco Rettani ha scritto “Canzoni nel cassetto”, pubblicato da Volo Libero e vincitore del Premio letterario Gianni Ravera 2023.
