La nostra intervista a Niccolò Agliardi in occasione dell’uscita del podcast “A domani – La scomparsa di Giacomo”, disponibile sulle piattaforme a partire da martedì 26 settembre per VOIS.
Durante le otto puntate, si alterneranno voci di familiari, amici, giornalisti, magistrati, professionisti che sono entrati in contatto con la storia di Giacomo Sartori, ventinovenne arrivato a Milano dalla provincia di Belluno, la cui sparizione avvenuta nel settembre del 2021 è diventata ben presto un caso di cronaca mediatica.
Il risultato è un qualcosa in più rispetto ad un semplice podcast, perché per realizzarlo ci sono voluti due intensi anni di studio e di ricerca. Come viene fuori dalle sue parole, Niccolò Agliardi si è immerso completamente nel dolore di una vicenda che è finita inevitabilmente un po’ per appartenergli.
Intervista a Niccolò Agliardi
Ti conosciamo, tu scrivi canzoni e scrivi libri, per questo motivo incuriosisce chiederti: cosa ti ha spinto a scegliere come forma di narrazione il podcast per raccontare questa storia?
«Penso la storia stessa, nel senso che, come dico in una delle puntate, delle volte chi fa il mio lavoro è facile che si senta come un rabdomante, dove invece dell’acqua cerca le storie e succede che poi le storie, quelle che vale la pena raccontare, sulle quali vale la pena soffermarsi, ti scelgano un po’ loro. Quando ho avuto la sensazione che qualcosa mi stesse avvicinando a questa storia, ho pensato che male avrebbe sopportato una, come dire, una costrizione di pochi minuti all’interno di una canzone. Pensa che stavo scrivendo un romanzo e che l’ho sospeso perché avevo la testa talmente concentrata su questa storia. Così ho approfittato di questa nuova dimensione di racconto, nella quale mi ero affacciato lentamente l’anno scorso parlando di musica, e ho pensato che sarebbe stato interessante per me ascoltare questa storia raccontata in maniera un po’ più approfondita».
Questo non è un podcast “etichettabile”, seppur sbrigativamente possa essere riconducibile al genere true crime. Essendoti sempre destreggiato nel toccare corde differenti, ti riconosci in questa forma di espressione che gli esperti del settore identificano come “narrativa bianca” rispetto a quella che viene considerata invece “narrativa di genere”?
«Beh, “narrativa bianca” ha in sé anche in qualche modo un candore. Allora, è una domanda complessa. È vero che voi giornalisti avete bisogno di definire sempre qualcosa ed io, un po’ per vezzo, un po’ per vanità e un po’ perché mi diverte, cerco di sfuggire delle definizioni. In questo podcast, sono partito da un fatto di cronaca, pur riconoscendo di non avere alcun pedigree per poter raccontare in maniera cronachistica questa storia. Così ho deciso di raccontare questa storia con i miei strumenti, quelli che conosco, quelli dell’animo, quelli dell’indagine dei sentimenti. Ho raccontato la vicenda a modo mio, pur cosciente del tema complicatissimo che stavo affrontando e del fatto che non si possa affrontare con candore, bensì con responsabilità».
I fatti si svolgono a Milano, nella tua Milano. Una città tentacolare e sempre più in continua evoluzione. Nell’indagare nella vita di Giacomo e nel rapportarti con la famiglia, con i testimoni e con i vari interlocutori, ti è capitato di relazionarti anche con una Milano diversa da quella che hai sempre conosciuto e frequentato?
«Assolutamente sì. Io sono un milanese proprio di purissimo sangue. Quando sono nato la mia era una città malata, usciva dalle polveri degli anni di piombo, si stava ammalando di eroina, si stava ammalando di sporcizia, Milano si stava ammalando anche di nebbia. Si ammalava di degrado, di tossicodipendenza, di HIV e poi si è ammalata dell’edonismo degli anni ’80. In tempi recenti l’ho vista leggermente rialzarsi, fin tanto che ad un certo punto l’ho vista nel suo splendore migliore, più o meno negli anni degli Expo, ho visto la mia città rifiorire di lucentezza, di educazione, di pulizia, di empatia. Oggi vedo Milano un po’ più feroce, vedo Milano un po’ più imbellettata, vedo Milano un po’ più instagrammabile e vedo Milano che chiede tanto, tanto, soprattutto ai fuori sede, e restituisce pochino, restituisce il minimo sindacabile per la sopravvivenza. Ma chi cerca Milano non cerca la sopravvivenza, cerca un posto dove stare. Ecco, in questo Milano oggi è un po’ feroce e Giacomo ha accusato, secondo me, anche questa cosa. ».
Nel trailer del podcast ripeti spesso, che non ti sei voluto sentire un osservatore distratto o uno spettatore occasionale di questo dramma. Vero è che la cura che hai messo in questo progetto è la stessa che avresti utilizzato per un libro, perché la storia è scritta talmente bene che credo potranno apprezzarlo sia gli appassionati del genere podcast che i neofiti. Era un po’ questo l’obiettivo che ti eri posto all’inizio?
«Grazie intanto per le belle parole. No, non era questo l’obiettivo. L’obiettivo era quello di essere il più fedele possibile alla verità, onorare la fatica di un giovane adulto che, ad un certo punto, ha creduto che fosse troppa la sofferenza per poter continuare a essere dei nostri. L’obiettivo era quello di rispettare totalmente, inesorabilmente, il dolore di una famiglia a brandelli. Il motivo era capire che cosa c’era di universale nella storia di Giacomo, che potesse agire su tanti esattamente come ha agito su di me. Cioè, perché Giacomo si è ucciso? Era un ragazzo per bene, un ragazzo con un sacco di successi, un ragazzo con tanti amici, con tante persone che gli volevano bene, un ragazzo con un futuro apparentemente radioso e un presente solido. Questo è quello che tendenzialmente mostrava, ma era tutto vero? Ecco perché, nel minimo comune denominatore di questa storia, ho cercato di intercettare le zone scure di ognuno di noi, a modo mio. Attenzione a distribuire le nostre fragilità sotto i tappeti, perché non se ne vanno. E attenzione anche a pensare che dal grande dolore si ottiene il grande bene, che la fragilità costruisce chissà quali punti di forza, magari no. ».
Sui social hai scritto che a rimanere nel tempo, sono le storie. Ecco, cosa ti ha insegnato questa storia dal punto di vista personale questa storia?
«Questa storia mi ha lasciato fatica, mi ha lasciato una grande tenerezza, un grande amore per le persone semplici. Mi ha insegnato a non essere sempre così altezzoso, a non pensare che di aver capito le cose un po’ prima degli altri, perché io un po’ ce l’ho quella cosa. Quella di dire vabbè dai l’ho già capita, vai avanti. No, perché magari ognuno ha il suo tempo, magari ognuno impiega il tempo di cui ha bisogno per parlare. Cioè, il fatto che io non sia visibilmente balbuziente, non significa che non abbia delle mie balbuzie interiori. Ecco, amare questo, amare le balbuzie di tutti, quelle più evidenti e quelle meno, e magari riderci anche un po’ sopra, no? Perché se tu la balbuzia la togli dal contesto del disagio, questo può anche essere utile. Bisognerebbe sorridere un po’ delle nostre fragilità, senza prenderle troppo sul serio, ma senza nemmeno derubricarle a qualcosa di inesistente.».
Videointervista a Niccolò Agliardi
© foto di Pietro Baroni
Nato a Milano nel 1986, è un giornalista attivo in ambito musicale. Attraverso il suo impegno professionale, tra interviste e recensioni, pone sempre al centro della sua narrazione la passione per la buona musica, per la scrittura e per l’arte di raccontare. È autore del libro “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (edito D’idee), impreziosito dalla prefazione di Amadeus. Insieme a Marco Rettani ha scritto “Canzoni nel cassetto”, pubblicato da Volo Libero e vincitore del Premio letterario Gianni Ravera 2023.
