Elisa racconta l’abuso subito a otto anni, la separazione dopo 17 anni e la rinascita con Kintsugi, il nuovo album e mediometraggio.
Elisa si racconta senza filtri e affronta alcune delle ferite più profonde della sua vita. In una toccante intervista al Corriere della Sera, pubblicata il 3 novembre 2026 e firmata da Walter Veltroni, la cantautrice parla dell’abuso sessuale subito quando aveva otto anni, del lungo percorso che l’ha portata a chiedere aiuto soltanto a 48 anni e della separazione dal marito, arrivata dopo diciassette anni trascorsi insieme. Un racconto intimo e coraggioso che trova la sua espressione artistica in Kintsugi, il progetto che comprende un nuovo album, in uscita il 27 novembre, e un mediometraggio presentato nei giorni scorsi.
Musica, danza, immagini e parole diventano strumenti per attraversare il dolore, riconoscere le proprie fragilità e ritrovare una nuova libertà. Un percorso personale che Elisa sceglie di condividere anche per offrire sostegno a chi ha vissuto esperienze simili, ricordando un principio fondamentale: chi subisce una violenza non ha alcuna colpa.
Elisa e Kintsugi: il dolore diventa un viaggio verso la rinascita
Il nuovo progetto nasce da una profonda crisi personale, un momento di rottura che ha costretto l’artista a guardarsi dentro e a mettere in discussione molte delle proprie certezze. Elisa racconta di essersi trovata, per la prima volta, senza la protezione del suo ruolo pubblico, faccia a faccia con un dolore che non poteva essere trasformato immediatamente in musica.
«Ho vissuto un dolore profondo, come persona. Non come artista, non avevo infatti la protezione del ruolo, ero io, nuda di fronte a un terremoto», spiega al Corriere della Sera.
La separazione dal marito, avvenuta nel settembre 2025 dopo diciassette anni di vita insieme, ha rappresentato uno spartiacque inatteso. Un legame importante, dal quale sono nati due figli, che Elisa non aveva mai immaginato di interrompere. Un cambiamento radicale, capace di modificare il suo modo di guardare alla vita e alla propria identità.
«Ci sono dei figli, era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai», racconta.
Da questa frattura è nato Kintsugi, un progetto che non cerca di nascondere le ferite, ma prova a comprenderle e a restituire loro un significato. Il titolo richiama l’antica tecnica giapponese che ripara gli oggetti rotti valorizzandone le crepe attraverso l’oro, trasformando le imperfezioni in una nuova forma di bellezza.
È proprio questa l’immagine che accompagna la rinascita di Elisa: non cancellare ciò che è accaduto, ma imparare a convivere con la propria storia senza lasciare che il dolore continui a definire ogni aspetto dell’esistenza.
L’abuso subito a otto anni e il lungo percorso per chiedere aiuto
Tra le confessioni più dolorose dell’intervista c’è quella relativa all’abuso sessuale subito durante l’infanzia. Una ferita rimasta a lungo nel silenzio, difficile da nominare e da affrontare, che ha condizionato profondamente il rapporto della cantante con se stessa e con gli altri.
«Avevo otto anni. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile», racconta Elisa, spiegando quanto quell’esperienza l’abbia segnata.
La cantautrice descrive le conseguenze di una violenza che può compromettere la fiducia nel prossimo, alimentare la paura e lasciare un senso di colpa ingiustificato in chi l’ha subita. Nel suo caso, il percorso per trovare le parole e riconoscere la necessità di un sostegno è stato lungo.
«Sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta», confida.
Oggi Elisa sta affrontando un percorso di terapia psicologica che le sta permettendo di rileggere il proprio passato, riconoscere le ferite e, soprattutto, smettere di attribuirsi responsabilità che non le appartengono.
«Sto imparando a non colpevolizzarmi», afferma.
La condivisione pubblica di questa esperienza non è una semplice confessione personale. Per l’artista è diventata una possibilità concreta di aiutare altre persone, donne e uomini, che hanno vissuto abusi e che potrebbero riconoscersi nelle sue parole.
«Il senso di colpa del quale lei parla è proprio il motivo per cui oggi ho deciso di parlarne. Voglio cercare di essere utile alle tante ragazze e donne, e ai tanti ragazzi, che hanno subito abusi».
Elisa collega questo impegno anche al proprio sostegno al movimento Una, nessuna centomila, contribuendo a una battaglia collettiva contro la violenza e le sue conseguenze. Il suo messaggio è netto: il silenzio non deve diventare una condanna e la vergogna non deve ricadere su chi ha subito una violazione.
«Una persona abusata non ha mai nessuna colpa», sottolinea.
La scrittura, la danza e la terapia per ricomporre i pezzi della propria vita
Per Elisa, la necessità di scrivere accompagna da sempre il rapporto con se stessa. I diari sono diventati nel tempo un archivio personale di emozioni, ricordi e momenti difficili, custoditi in numerosi quaderni che l’artista ha iniziato a rileggere durante questa fase di cambiamento.
«Ho iniziato in quinta elementare e non ho mai smesso. Ho dei grandi bauli che li contengono. Un giorno ho provato ad aprirli e ho riempito tutta casa con quei quaderni scritti fitti fitti. C’è tutta la mia vita lì dentro. Anche le ferite più profonde», racconta.
Quelle pagine hanno contribuito a costruire il percorso che ha portato alla nascita di Kintsugi. Il mediometraggio offre spazio a monologhi intensi, pensieri personali e momenti nei quali la cantante si mette a nudo, scegliendo di non nascondere le proprie fragilità dietro l’immagine pubblica.
Accanto alla scrittura, anche la danza ha assunto un significato particolare. Il corpo, che conserva la memoria delle esperienze vissute, può diventare uno strumento per ritrovare una relazione più libera con se stessi.
«I pezzi del mosaico si stanno ricomponendo: i fogli del diario, la voglia di raccontare, la decisione di non nascondere più l’amore che ho sempre avuto per la danza, che per me è stata come una cura», spiega.
Il lavoro artistico si intreccia così con quello psicologico, senza sostituirlo: raccontare significa dare un nome alle emozioni, mentre chiedere aiuto permette di affrontarle con strumenti adeguati. Un processo che Elisa descrive come una liberazione interiore ed esteriore.
L’autostima, il successo e la pressione di una società sempre in vetrina
Nell’intervista al Corriere della Sera, Elisa affronta anche il rapporto tra successo professionale e benessere personale. Milioni di dischi venduti, riconoscimenti e una carriera di primo piano non bastano necessariamente a proteggere dalle fragilità emotive.
«I successi nella vita artistica non necessariamente corrispondono ai successi dell’anima», osserva.
Le ferite dell’infanzia, spiega, hanno influito sulla sua autostima e sulla capacità di attribuirsi valore. Una difficoltà che non riguarda soltanto la sua esperienza, ma che l’artista riconosce come un problema sempre più diffuso, alimentato dalla pressione sociale, dal giudizio continuo e dall’obbligo di mostrarsi costantemente all’altezza delle aspettative.
Elisa critica in particolare una società che impone ritmi accelerati e trasforma la visibilità in una misura del valore individuale. I social network, anziché garantire relazioni autentiche, possono alimentare il bisogno di essere visti e approvati.
«L’interconnessione ci ha sconnessi», afferma.
La cultura e la consapevolezza diventano, in questa prospettiva, strumenti fondamentali per comprendere la realtà e difendersi dalle dinamiche che alimentano insicurezza e dipendenza dal giudizio altrui.
«La cultura sveglia, impedisce di farsi addormentare», sostiene la cantautrice, riconoscendo anche nei giovani una maggiore attenzione alla qualità del tempo e alla necessità di non confondere il successo con la felicità.
«È da tutte quelle crepe che esce la tua luce»: il messaggio di Elisa
Con Kintsugi, Elisa prova a trasformare le esperienze più dolorose in un’occasione di consapevolezza. La separazione, il confronto con i traumi dell’infanzia e la decisione di chiedere aiuto hanno aperto una fase nuova, nella quale la vulnerabilità non viene più considerata una debolezza da nascondere.
«Quando la vita ti sbatte la porta in faccia, devi cercare dentro di te le virtù rivoluzionarie del tuo carattere», afferma.
Il percorso non significa cancellare il passato né fingere che le ferite non esistano. Significa, piuttosto, imparare a riconoscerle, collocarle nella propria storia e impedire che continuino a occupare ogni spazio del presente.
L’album, in uscita il 27 novembre, e il mediometraggio rappresentano così due forme complementari di un racconto intimo, nel quale la musica e le immagini diventano strumenti per affrontare ciò che per troppo tempo è rimasto nascosto.
La pace, per Elisa, non coincide con una vita priva di dolore, ma con la possibilità di accettare la propria storia senza autocensure, ritrovando un rapporto più autentico con se stessa.
Il messaggio che consegna al pubblico racchiude il senso dell’intero progetto: «Non nascondi le rotture, ma le rispetti perché ti hanno insegnato tante cose, appunto “kintsugi”».
E nella consapevolezza che anche le esperienze più difficili possono essere affrontate e rielaborate, arriva la frase che sintetizza il suo nuovo inizio: «È da tutte quelle crepe che esce la tua luce».
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