FASK

Il significato delle canzoni che compongono Hotel Esistenza, il nuovo album dei Fast Animals and Slow Kids. Qui la videointervista di presentazione del progetto.

Fast Animals and Slow Kids, il significato delle canzoni dell’album “Hotel Esistenza”

  1. UNA VITA NORMALE

‘Una Vita Normale’ ha una connotazione ben chiara nello spazio e nel tempo: siamo a Torino di notte alla fermata di un autobus, fa molto molto freddo ed abbiamo le mani congelate, le teniamo un po’ coperte dalle maniche del maglione e un po’ fuori perché stiamo scrivendo a una persona con la quale c’è una frequentazione ma con cui non riusciamo di fatto ad allacciare un rapporto. 

In questo momento ben cristallizzato fluiscono i pensieri: c’è la voglia di far funzionare le cose al costo di fingere (“Mi fingo felice per farti felice”), il desiderio di una vita che scorre fluidamente, in modo normale (“vuoi solo avere vicino una persona che sogna che piange che ride”) anche se certe volte la normalità sembra banale (“Se sei tropo normale nessuno ti vede”). 

Ma il punto è proprio questo: nessuna vita è banale, tutte le vite sono diretta rappresentanza del singolo, della persona, che non dev’essere quindi paragonata a nient’altro se non a sé stessa.

È spesso proprio il “paragonare” una vita ad un’altra che accentua le differenze, che crea statistiche e conflitti, quando in realtà si potrebbe semplicemente parlare di un’unica grande “esistenza” che racchiude tutte le vite, indipendentemente dalle loro specificità.

Se l’esistenza è il mosaico, le vite sono i tasselli che lo compongono ed è proprio in questo contesto che qualsiasi vita diventa davvero normale. 

Sentiamo il bisogno di normalizzare la normalità, di toglierci i pregiudizi che abbiamo sulle vite degli altri.

‘Una Vita Normale’ è il primo pezzo dell’album, ma è anche l’ultimo che è stato scritto. Sentivamo la necessità di un’apertura forte per il disco e Alessandro aveva nel cassetto questo riff di chitarra su cui stava lavorando da tempo. 

Il rumore di macchina che si sente all’inizio, con l’accensione del motore, è uno di quei casi in cui il significante diventa più importante del significato. Ci sembrava un suono giusto per iniziare il nostro nuovo album, rappresentando simbolicamente un nuovo inizio, una partenza.

  1. QUASI L’UNIVERSO

Nella sua raccolta di poesie “Foglie D’erba” Walt Whitman diceva “Sono vasto, contengo moltitudini” e non possiamo che condividere questo aforisma perché in noi sentiamo scorrere innumerevoli strati di pensiero, sentimenti così profondi da perdercisi dentro e ancora ricordi, emozioni, immagini e suoni che ci sembrano sfiorare il limite dell’infinito, grandi quasi come l’universo stesso.

Ma il punto è proprio questo: la completezza, l’infinito, l’universo nella sua interezza lo raggiungiamo soltanto nella connessione con le altre persone. Da soli non ci riusciamo.

In amore, in una relazione duratura per esempio, si commette spesso l’errore di credere di conoscere a fondo l’altra persona, si pensa di sapere tutto di lei, senza considerare che il mistero in ognuno di noi è anch’esso pressoché infinito (“eri il mistero di una mente aperta”) e dobbiamo accettarlo, imparando a viverlo come una continua scoperta, smettendola di proiettare sulle altre persone un’idea statica, monodimensionale e spesso semplicistica di loro stesse.

Proprio come quando da bambini al mare iniziavamo a scavare una buca, più lontana era la riva e più dovevamo scavare per trovare l’acqua (“scaviamo un buco e ritroviamoci il mare”), allo stesso modo dobbiamo scavare e sforzarci per andare alla ricerca del quasi universo che c’è nelle altre persone.

Da un punto di vista musicale “Quasi l’Universo” riprende e amplia la nostra passione per il driving rock americano (War On Drugs, The Killers). La seconda strofa è stata pensata come una conversazione a voce alta fra un fraseggio di chitarra e la melodia della voce.

  1. FESTA 

Le cose che non ti va di fare superano di gran lunga le libertà che sognavi di concederti da ragazzino. Così, come se nulla fosse, ci ritroviamo ancora una volta stanchi alla stessa identica festa, bloccati in conversazioni noiose, indecisi se portarle avanti per inerzia o se cercare le forze per ballare, nel vano tentativo di assomigliare ad una versione di te stesso più piacevole e cordiale.

“Festa” parla proprio di questo; di battute che smettono di esser divertenti nel momento esatto in cui escono dalla tua bocca, di contesti di facciata, di case a Ventotene in cui non andrai mai, e di come la mente tenda a riempirsi di scorpioni quando capisci che stai subendo tutto questo solo per non tornare a casa da solo.

Musicalmente è un omaggio alle band americane con le quali siamo cresciuti, dagli Weezer ai Pixies, band che scrivono canzoni dirette, basate su pochi accordi perfetti, su cambi di dinamica repentini e su melodie pensate per entrarti in testa e non uscirne più.

  1. È SOLO COLPA TUA

Il senso di colpa è il tema cardine di “È Solo Colpa Tua”: spesso lasciamo che i nostri desideri rimangano tali senza riuscire a trasformarli in azioni concrete e ciò ci fa sentire in qualche modo colpevoli nei confronti di noi stessi e di una libertà che stiamo in qualche modo perdendo (“sapersi liberare non sembra affatto male, essere liberi è tutt’altra cosa da affrontare”). Ci ritroviamo schiacciati dal peso di aspettative troppo grandi per chiunque, fallendo nell’impresa impossibile di soddisfare qualcun altro pur cercando di rimanere fedeli a noi stessi. 

Nel brano torna anche il concetto di normalità declinato sul significato che diamo al diventare adulti: chi decide quando è il momento di smettere di fare le cinque del mattino? (“adesso che mi chiedi di essere un adulto, vorrei fermare il tempo e non provarci affatto”). È davvero colpa di qualcuno se stai cambiando, oppure sei tu che non riesci più a far conciliare ciò che vorresti essere con la tua vera essenza?

Così come il testo affronta temi legati al crescere, il brano musicalmente è un omaggio ai Jimmy Eat World e ai The Get Up Kids, due band che ci hanno formato musicalmente proprio negli anni dell’adolescenza.

  1. BRUCIA

Il senso di colpa viene esplorato anche in “Brucia” spostandosi però in un ambito sociale. Il brano ha una genesi molto lunga iniziata nel 2020, durante la quarantena, nel periodo in cui il movimento Black Lives Matter ha invaso le strade. 

Tutto quello che vedevamo accadere in America ci ha portato ad una riflessione: ci sono cose per le quali in passato, da ragazzini, ci saremmo incazzati, cose per cui avremmo fatto a pezzi il mondo mentre ora, da adulti, ci intristiamo, ci indigniamo e in un certo qual modo ci isoliamo, pensando che la società civile sia destinata ad una fine ignobile. Quando l’accettazione dell’età adulta si trasforma in cinismo? Quando ci siamo convinti che la voglia di reagire che avevamo a diciotto anni era inutile?

Dietro al testo c’è questa riflessione: forse dovremmo ascoltare di più l’adolescente che è dentro di noi e di fronte ai mali del mondo dovremmo agire di più, arrabbiarci di più, fare tutto “un po’ di più” di quello che facciamo da adulti. 

“Quando non sai cosa fare
brucia un centro commerciale
la tua vita adolescente
non potrà che ringraziare
ti fa strano respirare
con un piede sopra il collo
la giustizia non perdona
brucia pure il tribunale”

Musicalmente ‘Brucia’ è ispirata alle atmosfere, al sound e all’urgenza espressiva di band come i Refused o i Nirvana, che fanno parte del nostro background culturale fin dai primi anni.

  1. RIVIERA CREPACUORE

È un immaginario molto chiaro quello di “Riviera Crepacuore”, quello dell’autostrada A14 che ti porta nelle città della Riviera Adriatica, città di mare che noi, da Umbri, abbiamo sempre vissuto come località di vacanza, luoghi in cui ci recavamo da ragazzi insieme alle nostre famiglie e che adesso invece ci ritroviamo ad attraversare, “guardandoli di sfuggita” per tornare a casa, nei vari spostamenti che contraddistinguono la nostra vita adulta. Luoghi che in inverno profumano di nostalgia e solitudine. Luoghi malinconici, la cui vista con le strade vuote e le insegne dei locali deserti in qualche modo ti spezza il cuore.

“Riviera Crepacuore” è uno spazio della nostra mente dove la giovinezza e il sole lasciano spazio all’età adulta e ad un mare che ci raffredda anziché scaldarci (“il sale addosso e fuori è inverno”, “la faccia che brucia dal freddo che c’è”).

In apertura al pezzo abbiamo lasciato il rumore di un sintetizzatore che al momento di registrare stava risuonando per errore: abbiamo pensato che quel rumore simboleggiasse lo scorrere solitario del tempo fra l’infanzia e l’età adulta. L’arrangiamento spoglio e leggero enfatizza la malinconia del testo cercando di ricreare quel senso di vuoto che solo il mare che s’infrange sulle rive di un lido chiuso sa trasmettere.

  1. TORNA

“Torna” è una canzone che insiste su un concetto molto semplice: l’orgoglio in amore è una cosa stupida.

Dobbiamo avere il coraggio di dire apertamente “torna” e manifestare in maniera trasparente il bisogno che si ha delle altre persone (non solo nelle relazioni d’amore) all’interno della nostra vita.

Il ritornello che ripete “torna” più volte diventa quasi una preghiera laica, un mantra, che cerca nella figura retorica dell’anafora la sua intensità emotiva.

“Torna a casa amore
torna anche di notte
torna per tornare
torna senza trucco
torna senza chiavi
torna per dormire
torna alle tue cose
torna alla tua vita
torna per urlare
torna dai miei baci dalle mie carezze
torna per restare”

“Torna” è una ballata malinconica come forse non ne avevamo mai scritte prima. Il testo rimanda a molti degli stilemi della tradizione cantautorale italiana ma musicalmente siamo partiti da un’influenza molto più vicina a sonorità americane come i Vampire Weekend e gli Wilco.

  1. COME NO

Se è vero che cercare di spiegare il senso di una canzone è spesso molto complesso, il contesto attorno a cui si muove la nascita di un brano può aiutare a decifrarne il significato. 

Aimone: In un pomeriggio di primavera mi sono ritrovato in un bar di Perugia all’ombra dell’Arco Etrusco a condividere con un’amica i suoi pensieri attorno alla fine della sua storia d’amore a seguito di un doloroso tradimento. Mi stava raccontando che quello che aveva appena vissuto, per lei, non era evidentemente “vero amore” ma che di fronte all’esternazione di questo stesso pensiero, durante l’ultima accesa discussione, si era sentita dire la frase “non sarà vero amore ma il senso è lo stesso”. Quell’ultima frase mi aveva colpito e ne avevo parlato agli altri Fask in studio, poche ore dopo, mentre stavamo scrivendo il pezzo. 

Ci siamo chiesti se la parola “amore” avesse un significato unico, unitario, un senso condivisibile dal mondo intero. Ci siamo chiesti cosa succede quando la fiducia nell’altro svanisce e cosa rimane quando nemmeno tu credi più alle tue cazzate?”

Quando il senso è lo stesso per tutti tranne che per te, quando cambiare equivale a rimanere fondamentalmente se stessi, cos’altro puoi fare? Noi abbiamo provato a risponderci con una canzone.

Il brano si basa su un riff di chitarra e tastiere che crea un’atmosfera quasi martellante che ci trasporta in un mood che rispecchia il significato del testo: due parole, “come no”, che si prendono gioco di tutte le tue certezze. 

  1. CIELO 

“Cielo” dà voce alle emozioni che si provano quando un amore finisce, quando inizi a sperimentare sulla tua pelle quel doloroso senso di nostalgia per ciò che è stato e che vorresti fosse ancora ma che forse non sarà mai più. È una presa di coscienza sulla caducità dei sentimenti e dei rapporti.

“Siamo fiumi che s’incontrano a metà 

dura poco, ci si divide nel mare”

Come fiumi che convergono per un tratto del loro percorso, le nostre vite si intrecciano a quelle delle altre persone fino a sfociare nel mare, nell’acqua salata della realtà, fra onde sempre più alte e forti: quello che rimane del rapporto è solo una semplice molecola d’ossigeno che in origine fu acqua sorgiva (“vorrei posarmi come ossigeno in ogni attimo”).

Nel pezzo traspare anche una sorta di consapevolezza per un’errata, quanto condivisibile, percezione del tempo (“Il tempo cura tutti tranne chi sta come me”): quando un rapporto finisce l’unica cosa che riesci a fare è patire lo scorrere dei minuti, come se l’istante fosse esperibile solo nel sentimento del dolore.

La canzone si basa su un riff principale molto semplice, costituito da una singola nota di pianoforte che si ripete continuamente. Questo suono rimanda al suono di un telefono occupato, evocando il tema della comunicazione vuota e della mancanza di connessione (“le mie parole che s’infrangono dentro un telefono”) accentuando l’atmosfera malinconica dove la musica e il testo si combinano per dipingere lo stesso paesaggio.

  1. SANTUARIO

Il viaggio nel mondo delle relazioni continua con “Santuario

“Santuario” è forse la canzone più dolorosa del disco, racconta il naufragio di una relazione e la presa di coscienza che ne consegue: è possibile trovare la forza di volontà per chiudere e voltare pagina o siamo condannati a restare in uno stato di perenne insoddisfazione (“Se questa pagina è scritta con gli occhi gonfi di pioggia, stringiamoci forte chiudiamo la porta”)? 

Se da un lato non c’è niente di peggio che passare anni in una situazione dolorosa perché non sappiamo e non vogliamo scegliere, dall’altro, fare qualcosa, agire, è sempre un’opzione complessa e pesante anche solo da immaginare (“Se questo amore ci annoia dobbiamo dargli una svolta, proviamoci ancora, fuggiamo da casa, facciamo qualcosa”).

Musicalmente “Santuario” si ispira al mondo shoegaze degli anni ’90, a band come i My Bloody Valentine e i Ride. 

Il riff principale del brano nasce proprio da quell’atmosfera sonora, e vuole essere un omaggio alle chitarre caratteristiche di quel periodo. C’è un momento particolare nella canzone che sembra essere un risveglio dal torpore: all’inizio del bridge c’è un accordo fuori dalla tonalità principale ed è come se, in quel momento, ci si ponesse una domanda che fino ad allora non avevamo nemmeno avuto la forza di elaborare: cosa si nasconde dietro al male? Cos’è che ci costringe a sopportare tutto questo?

  1. DIMMI SOLO SE VERRAI ALL’INFERNO

“Dimmi Solo Se Verrai all’Inferno” è l’ultimo pezzo dell’album e nasconde in sé un profondo senso di speranza: è la storia di una relazione che muove i primi passi fra le montagne (“all’ombra di un rifugio”), circondata dal profumo dei larici bagnati e dal rumore dei torrenti. Racconta un amore che con la sua giovane luce illumina i contorni di un luogo, la montagna, immutabile nel tempo, nel quale noi stessi spesso troviamo conforto quando il mondo ci si stringe troppo addosso.

La canzone esplode nel ritornello con una domanda molto chiara (“Dimmi solo se verrai all’inferno con me?”) che musicalmente assolve per noi due principali esigenze/funzioni: da una parte si connette in termini semantici a “Una Vita Normale”, il primo pezzo del disco (“dentro di me c’ho l’inferno”), come a creare un movimento circolare perpetuo fra inizio e fine, fra dolore e speranza, insicurezza e voglia di vita; dall’altra, in termini di significato, cerca di individuare i limiti di una promessa d’amore per poterli superare: può infatti il nostro amore riuscire ad esistere anche dove l’amore non è mai potuto entrare?

Abbiamo sempre saputo che questo era il pezzo giusto per chiudere il disco, una canzone che da un’atmosfera molto intima si evolve piano piano fino a toccare uno dei picchi di complessità (sia emotiva che tecnica) dell’album, per poi ancora, definitivamente, accartocciarsi su sé stessa in un mare di rumori e feedback di chitarra che lasciano il tempo al disco di poter ricominciare da capo.

Fast Animals and Slow Kids Hotel Esistenza significato canzoni
Fast Animals and Slow Kids Hotel Esistenza significato canzoni

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