Ghali

Ghali parla a Love del rapporto tra musica, politica e responsabilità degli artisti, criticando il silenzio di alcuni grandi nomi del rap.

Ghali torna a parlare di musica, responsabilità e impegno pubblico, mettendo al centro il ruolo che gli artisti possono avere nel dibattito sulle questioni più importanti del presente. In una lunga intervista al magazine Love, il rapper riflette sul rapporto tra arte e politica, sulla necessità di non ignorare ciò che accade nel mondo e sulla responsabilità di chi dispone di un grande seguito.

Un tema che Ghali sente particolarmente vicino dopo le prese di posizione espresse anche in passato e che oggi rivendica senza esitazioni. Per l’artista, infatti, avere una voce significa anche poter contribuire ad aprire conversazioni che altrimenti rischierebbero di non trovare spazio.

Ghali: «Non posso fare a meno di sentirmi responsabile»

«Non posso fare a meno di sentirmi responsabile», spiega Ghali nell’intervista. Il motivo è legato soprattutto alla possibilità che un artista ha di raggiungere un pubblico molto ampio e di trasformare una dichiarazione in un’occasione di confronto.

«Ogni volta che parlo pubblicamente di qualcosa, creo una conversazione, e penso che sia una cosa sana», racconta il rapper, sottolineando come il confronto non debba necessariamente trasformarsi in uno scontro.

Secondo Ghali, proprio gli artisti possono avere un ruolo particolare in questo processo: «Gli artisti possono farlo meglio di quasi chiunque altro. Possono avviare conversazioni che le persone dotate di vero potere spesso scelgono di evitare».

Una posizione che porta direttamente al tema del silenzio di alcuni colleghi.

La critica ai grandi nomi del rap

Ghali non nasconde infatti la propria sorpresa davanti alla scelta di alcuni importanti esponenti del rap di non intervenire su questioni che considera fondamentali.

«Non credo che arte e politica possano essere divise», afferma, soprattutto in un’epoca in cui il rapporto tra gli artisti e il pubblico è diventato sempre più diretto.

Da qui la sua riflessione sui colleghi: «È strano vedere alcuni dei nomi più importanti del rap rimanere in silenzio di fronte a questioni che contano davvero».

Ma Ghali precisa di non considerare necessariamente indispensabile una presa di posizione precisa o una scelta di campo. Il punto, per lui, è soprattutto riconoscere ciò che sta accadendo.

«Non si tratta nemmeno di schierarsi, ma di dimostrare che non stai facendo finta che non stia succedendo nulla», sottolinea.

Una distinzione importante, perché nella sua visione il compito dell’artista non è quello di sostituirsi alla politica, ma di utilizzare la propria esposizione pubblica per alimentare domande, riflessioni e discussioni.

«Nessuna conseguenza è più grave di ciò che sta accadendo nel mondo»

Ghali racconta anche di voler continuare a vivere normalmente nonostante le conseguenze che possono derivare dall’esprimere pubblicamente le proprie opinioni.

«Voglio continuare a dimostrare che sto vivendo una vita normale, anche dopo aver preso posizione, anche dopo aver espresso certe opinioni», spiega.

Una consapevolezza accompagnata da una frase particolarmente significativa: «Qualunque siano state le conseguenze per me, nessuna di queste è più grave di ciò che sta accadendo nel mondo».

Il rapper riconduce poi tutto alla propria identità artistica. Più che definirsi semplicemente rapper o cantante, Ghali preferisce considerarsi un narratore.

«Mi sento più un narratore che un rapper o un cantante», racconta, spiegando che la sua ambizione è continuare a raccontare il proprio percorso attraverso le storie.

È proprio la narrazione, quindi, a diventare il filo conduttore della sua produzione: la musica come strumento per raccontare esperienze personali, ma anche per osservare ciò che accade intorno.

Ghali e il legame con l’Italia

Nell’intervista c’è spazio anche per parlare del rapporto con l’Italia. Nonostante le proposte e gli incoraggiamenti a incidere in inglese per provare a costruire una dimensione internazionale ancora più ampia, Ghali rivendica la volontà di restare legato al Paese.

«Preferirei essere riconosciuto all’estero come artista italiano», afferma.

L’artista racconta di incontrare spesso creativi internazionali che gli suggeriscono di registrare canzoni in inglese, ma la sua priorità rimane quella di costruire qualcosa di significativo in Italia.

«Questo è il Paese che amo di più. È qui che voglio restare. Sono queste le persone per cui voglio fare musica», spiega.

Una scelta che considera quasi un limite, ma un limite positivo: «Forse, in qualche modo, mi sento limitato, ma è un tipo di limite bellissimo».

E proprio sull’Italia aggiunge una considerazione legata alla necessità di riconoscerne maggiormente il valore: «L’Italia ha così tanta bellezza che raramente celebriamo».

Il rapporto con la Tunisia e il ritorno che continua a rimandare

Un altro passaggio dell’intervista riguarda il rapporto con la Tunisia, Paese legato alle origini di Ghali e a una parte importante della sua identità.

Il rapper racconta di non tornarci da anni e ammette di non avere una spiegazione completamente chiara per questa distanza.

«Probabilmente dovrei scavare più a fondo, ma ho sempre avuto un po’ paura di tornare», confessa.

Una paura che convive con la consapevolezza di essere atteso dal pubblico tunisino. Ghali sa infatti che potrebbe ottenere un’accoglienza importante e arrivare a riempire uno dei luoghi simbolo della musica del Paese.

«So che la gente mi aspetta da anni, so che potrei riempire l’Anfiteatro di Cartagine da un giorno all’altro, ma continuo a rimandare», racconta.

C’è dunque qualcosa che lo spaventa, ma allo stesso tempo qualcosa che continua a richiamarlo verso quelle radici.

Il risultato è il ritratto di un artista che, ancora una volta, sceglie di non separare la musica dalla propria identità e dalle proprie convinzioni. Per Ghali essere un artista significa anche raccontare, interrogarsi e accettare la responsabilità di avere una voce pubblica. E il suo messaggio rivolto al mondo del rap è chiaro: non è necessariamente una questione di schierarsi, ma di non ignorare ciò che accade intorno a noi.

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