Dal belcanto appreso quasi per osmosi nella sua Roseto degli Abruzzi fino ai palchi più importanti del mondo, Gianluca Ginoble è oggi una delle voci italiane più riconoscibili a livello internazionale. Baritono de Il Volo, trio lirico pop che ha conquistato platee globali, Ginoble racconta il suo percorso come un intreccio continuo tra radici, disciplina, identità nazionale e un’idea molto chiara di cosa significhi essere artisti italiani nel mondo.
«Noi siamo tre interpreti eclettici, cantiamo qualsiasi genere purché sia bella musica», spiega a Il Centro. «Ma c’è una sola melodia che ti consente di parlare a tutti, ovunque: il belcanto». Non una scelta nostalgica, ma una presa di posizione culturale. Per Ginoble, il belcanto non è un genere, bensì una lingua universale che continua a parlare a milioni di persone, indipendentemente dalla provenienza o dalla lingua madre.
Il belcanto come ponte tra culture
Secondo Gianluca Ginoble, il segreto della forza del belcanto risiede nella sua capacità di attraversare il tempo. «È una musica che compie un secolo di vita, ma che in realtà è senza età». Nei concerti de Il Volo, arie come Nessun dorma non vengono percepite come reperti museali, ma come viaggi emotivi. «Quando canto quell’aria vedo i volti del pubblico incantati. Capisco che non stiamo insegnando qualcosa, ma restituendo alle persone qualcosa che è già dentro di loro».
Il belcanto, dunque, non come elitismo, ma come esperienza collettiva. Una musica che non chiede competenze, ma disponibilità al sogno. «Tutti abbiamo una storia incantata dentro di noi», dice Ginoble, «ma nessuno può raggiungerla se non attraverso il sogno».
Dall’Abruzzo al mondo, senza mai recidere le radici
Nonostante una carriera internazionale, Gianluca Ginoble non ha mai smesso di rivendicare con orgoglio le sue origini abruzzesi. «È una questione di principio», racconta. «Ovunque vada, cerco sempre di spiegare da dove vengo». Anche quando non è facile. Celebre l’aneddoto con Woody Allen, che non riusciva a collocare l’Abruzzo sulla mappa: la soluzione? «The land of Montepulciano d’Abruzzo». E il sorriso è arrivato subito.
Per Ginoble, promuovere l’Abruzzo non è folklore, ma identità. È la consapevolezza che la cultura passa anche dal racconto delle proprie radici. «L’enologia sta sostituendo la geografia», scherza, ma il concetto è chiaro: il territorio vive attraverso ciò che sa raccontare al mondo.
Il nonno Ernesto e la musica come eredità
Alla base di tutto c’è una figura chiave: il nonno Ernesto. «Era l’anima artistica della famiglia», racconta Gianluca. Suonava nella banda di paese, girava per i borghi abruzzesi, portando musica dove c’era poco. «Mi ha insegnato che la musica è prima di tutto condivisione».
Un’eredità che non è solo artistica, ma umana. Il nonno che racconta la fatica del lavoro in fabbrica, i sacrifici fatti per tornare a Roseto, la dignità di chi costruisce il futuro pezzo dopo pezzo. «Quella voce mi accompagna sempre, soprattutto nei momenti difficili. Mi ricorda che il meglio deve ancora venire».
L’infanzia spezzata e l’inizio di una vita straordinaria
Gianluca Ginoble nasce nel 1995 e cresce a Montepagano, frazione di Roseto degli Abruzzi. Un’infanzia semplice, segnata dai giochi nella pineta e da una precoce passione per il canto. Poi, nel 2009, la svolta: Ti lascio una canzone. «Avevo 14 anni. Ero in televisione mentre i miei coetanei mi guardavano da casa».
Da quel momento, la vita accelera. L’incontro con Ignazio Boschetto e Piero Barone, la nascita de Il Volo, il contratto con una major americana, i primi tour internazionali. «È stato come stare su un ottovolante», racconta. «Un giorno a Los Angeles, il giorno dopo a Roseto per dare gli esami di terza media da privatista».
Crescere troppo in fretta
Il successo arriva presto, forse troppo. «Quando sei un bambino normale e improvvisamente tutti ti applaudono, il rischio c’è». Ginoble ammette che quella fase poteva essere pericolosa. «Ero ingenuo, fragile. Ma il fatto di essere in tre ci ha salvati. Condividere tutto rendeva quell’esperienza meno folle».
Il trio diventa una sorta di famiglia alternativa. «Ognuno di noi era il 33% di quello che il mondo amava». Un equilibrio complesso, fatto di ruoli distinti: Piero l’organizzatore, Ignazio l’architetto musicale, Gianluca l’anima creativa. «Siamo tutti leader, ed è stato necessario imparare a non collidere».
Il successo globale e il senso di gratitudine
Negli anni Il Volo conquista palchi ovunque: dal Vaticano al Sudamerica, dai talk show americani alle collaborazioni con Andrea Bocelli. «Abbiamo cantato davanti a milioni di persone», racconta Ginoble, citando anche il concerto con Bocelli trasmesso su Disney+, con oltre 100 milioni di visualizzazioni.
Eppure, ammette, la gratitudine non è sempre automatica. «Ci sono momenti in cui ti concentri su ciò che non hai ancora fatto». Sanremo, l’Asia, nuovi traguardi. «Poi ti rendi conto che stai vivendo un viaggio straordinario e impari a essere più sereno».
Il rapporto con Papa Francesco
Tra gli incontri più significativi della sua carriera, Gianluca Ginoble cita Papa Francesco. Non solo un rapporto istituzionale, ma umano. «Quando l’ho visto fragile fisicamente, ma potentissimo nel carisma, ho capito cosa significa energia spirituale». Un’immagine che lo accompagna ancora oggi, come simbolo di forza interiore.
Il futuro: tra fedeltà al gruppo e ricerca personale
Nonostante i dubbi, Ginoble è categorico: Il Volo non si scioglierà mai. «Siamo troppo complici, troppo uniti». Tuttavia, ammette il bisogno di una ricerca personale. «Non voglio essere solo un interprete. Sento che do solo una parte di me».
Non una rottura, ma un ampliamento. «Arriva un momento in cui devi chiederti chi sei, quando togli tutte le maschere». Una riflessione che non mette in discussione il gruppo, ma ne rafforza il senso.
Il belcanto come missione
Alla fine, tutto torna al punto di partenza: il belcanto. «Eseguire questo repertorio significa non tradire ciò che siamo come italiani». Per Gianluca Ginoble, cantare non è solo performance, ma responsabilità culturale. Un dono ricevuto dai maestri del passato e da tramandare a chi verrà dopo.
Dal nonno Ernesto ai teatri del mondo, la sua voce continua a portare con sé un’idea precisa di musica: quella che unisce, emoziona e supera i confini. Una musica che, ancora oggi, parla a tutti.

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