Gianna Nannini 2026

Gianna Nannini presenta Giannagold, l’album dei suoi 50 anni di musica: nuove collaborazioni, libertà, politica, concerti e speranze.

Cinquant’anni di musica, un’identità artistica che non ha mai smesso di evolversi e la voglia di continuare a esplorare territori nuovi senza trasformare il passato in un monumento. Gianna Nannini torna con Giannagold, il nuovo album in uscita il 6 novembre, e sceglie un luogo particolarmente significativo per presentarlo: il Teatro Gerolamo di Milano, lo stesso palcoscenico sul quale, nel 1976, un’esibizione al pianoforte contribuì ad aprirle le porte del suo primo contratto discografico. Mezzo secolo dopo, la rocker senese torna simbolicamente al punto di partenza, ma senza alcuna intenzione di fermarsi a contemplare la strada percorsa.

«Gold significa inossidabile, indistruttibile. Soprattutto, non mi sono arrugginita», afferma Gianna Nannini, sintetizzando con la consueta schiettezza il significato di un progetto che guarda alla propria storia per rilanciarla verso il futuro. Giannagold raccoglie 29 brani, tra cui dieci successi completamente riarrangiati in versione sinfonica e nuove canzoni nate anche dall’incontro con artisti di generazioni e sensibilità differenti, come Gazzelle, Brunori Sas e Dimartino. Alla produzione c’è Dardust, musicista e produttore con una particolare esperienza nel lavoro con gli archi.

Non si tratta, però, soltanto di celebrare una carriera straordinaria. Il disco diventa l’occasione per interrogarsi sul significato della libertà, sulla necessità di non ripetersi, sul rapporto tra musica e impegno civile e sulle trasformazioni del mondo dello spettacolo. Dalla dimensione sempre più imponente dei concerti, che rischiano di diventare «un karaoke», alla partecipazione dei giovani alle manifestazioni, passando per la nuova lettura di America con Marracash, Gianna Nannini rivendica la possibilità di restare fedele a sé stessa senza rinunciare al confronto con il presente.

Il punto fermo è uno: la musica deve conservare la propria autenticità. Anche quando tutto cambia, anche quando si celebrano cinquant’anni di carriera, anche quando sarebbe più semplice riproporre ciò che il pubblico conosce già. Perché, come dichiara l’artista, «io mi sento ancora un’esordiente». E il suo essere gold non ha a che fare con la nostalgia, ma con la voglia di continuare a vivere la musica come una missione.

Gianna Nannini presenta Giannagold: «Non mi sono arrugginita»

Tornare al Teatro Gerolamo, cinquant’anni dopo quell’esibizione al pianoforte che contribuì a segnare l’inizio della sua avventura discografica, significa inevitabilmente fare i conti con la propria storia. Per Gianna Nannini, però, il passato non è una cornice nella quale sistemare definitivamente la propria immagine. È piuttosto un punto di riferimento da cui ripartire, mantenendo intatta la possibilità di cambiare, sperimentare e sorprendere.

Giannagold arriva proprio in questa prospettiva. Il titolo richiama qualcosa che resiste al tempo, che non perde la propria consistenza e che continua a brillare senza bisogno di essere lucidato artificialmente. «Gold significa inossidabile, indistruttibile. Soprattutto, non mi sono arrugginita», spiega la cantautrice, chiarendo immediatamente che il progetto non nasce dalla volontà di consegnare al pubblico un bilancio definitivo.

Quando le viene chiesto se il disco celebri ciò che è stata oppure racconti ciò che desidera diventare, Nannini sceglie una risposta che sposta il discorso dalla memoria alla prospettiva: «Questo disco è il futuro della musica, che mi precede ma allo stesso tempo mi consolida».

Una dichiarazione che racchiude il senso di un lavoro nel quale il repertorio storico incontra nuove possibilità espressive. Le canzoni conosciute vengono rilette attraverso arrangiamenti sinfonici, mentre gli inediti nascono anche dal dialogo con autori che appartengono a un panorama musicale diverso da quello in cui la rocker ha costruito la propria carriera. Non un esercizio celebrativo fine a sé stesso, dunque, ma un modo per mettere in movimento la propria identità.

Dopo mezzo secolo, Nannini non sembra interessata a cristallizzare una formula vincente. Al contrario, la sua esigenza resta quella di cercare nuovi stimoli, lasciando che le esperienze accumulate diventino strumenti per affrontare territori ancora inesplorati. Il repertorio è un patrimonio da valorizzare, non una gabbia nella quale rinchiudersi.

È proprio questa disponibilità al cambiamento a rendere Giannagold qualcosa di più di una semplice ricorrenza discografica. La celebrazione del passato non esclude la curiosità per il presente, e la solidità di una carriera non impedisce di mettersi nuovamente in discussione. Per Nannini, essere gold significa soprattutto non aver perso la voglia di rischiare.

Le collaborazioni con Gazzelle, Brunori Sas e Dimartino: «Non mi è mai piaciuto ripetermi»

Uno degli aspetti centrali del nuovo album è il confronto con artisti appartenenti a generazioni e sensibilità differenti. Gianna Nannini ha lavorato con Gazzelle e Federico Nardelli per Ricominciassimo, mentre Meraviglioso errore è nata anche dall’incontro con Brunori Sas e Dimartino. Il progetto porta inoltre la firma produttiva di Dardust, con il quale la cantautrice ha potuto sviluppare una nuova dimensione sonora.

La scelta di collaborare con musicisti più giovani non risponde soltanto al desiderio di avvicinarsi a un pubblico diverso. Alla base c’è soprattutto la curiosità nei confronti di linguaggi musicali capaci di dialogare con il suo modo di interpretare le canzoni, senza cancellarne le caratteristiche.

«Volevo provare la mia voce con queste nuove realtà musicali, con cantautori che hanno anche del rock dentro», racconta. «Brunori e Gazzelle mi piacevano moltissimo. Li avevo ascoltati e avevo notato soprattutto un modo diverso di porgere la parola».

È proprio il rapporto con le parole a rappresentare uno degli elementi più interessanti di questo incontro. La scrittura, il modo di dare peso alle frasi e la sensibilità interpretativa possono modificare profondamente il risultato di una canzone. Nannini ha cercato nei nuovi collaboratori non una semplice conferma del proprio stile, ma una possibilità di ampliarlo attraverso un confronto autentico.

«Pensavo che, incontrando la mia voce, questo linguaggio potesse fare la differenza nel mio», spiega. Una frase che racconta una concezione della collaborazione lontana dalla logica della semplice somma di nomi: l’obiettivo è trovare un punto di contatto tra personalità diverse, lasciando che l’incontro produca qualcosa che non sarebbe nato nello stesso modo senza entrambe le parti.

La cantautrice non rinnega il proprio repertorio, anzi ne riconosce il valore, ma considera la ripetizione una tentazione da cui tenersi alla larga. «Apprezzo il mio repertorio, ma non mi è mai piaciuto ripetermi. Volevo affrontare nuove avventure».

È una dichiarazione che acquista un significato particolare proprio alla vigilia di un anniversario importante. Cinquant’anni di carriera potrebbero suggerire la necessità di riproporre una formula collaudata, facendo leva sulla memoria collettiva e sull’affetto del pubblico. Nannini, invece, cerca nuove occasioni per mettere alla prova la propria voce e il proprio istinto musicale.

Anche il lavoro con Dardust si inserisce in questo percorso. L’artista ricorda come, quando aveva trent’anni, avesse iniziato a lavorare alla produzione in Inghilterra, mentre oggi molte competenze e possibilità creative sono disponibili anche in Italia. «Così ho incontrato Dardust, che ha una grande esperienza con gli archi. Da lì sono nati gli inediti».

Il cambiamento dell’industria musicale e delle opportunità produttive diventa quindi parte integrante del racconto. Le distanze geografiche e generazionali non sono necessariamente ostacoli: possono trasformarsi in occasioni di crescita, purché alla base ci sia una reale affinità artistica.

Cani sciolti e il valore della libertà

Tra i brani del progetto c’è anche Cani sciolti, una canzone nella quale Nannini si rivolge a una figura giovane, evocando un dialogo che potrebbe sembrare rivolto a una bambina, alla propria figlia o alla Gianna degli inizi. L’artista, però, preferisce non legare il pezzo a un destinatario preciso.

«Non è dedicata a una persona in particolare. È un modo per dare coraggio alle persone, per invitarle a sentirsi sciolte, libere dentro».

La libertà è una delle parole che attraversano il percorso della cantautrice, tanto nella musica quanto nelle sue dichiarazioni pubbliche. Non si tratta soltanto di rivendicare la possibilità di essere diversi o di sottrarsi alle convenzioni. È anche un invito a non lasciare che siano le aspettative esterne a determinare il proprio modo di vivere e di esprimersi.

In Cani sciolti, questa esigenza assume una dimensione incoraggiante. Il messaggio non è rivolto a una singola persona, ma a chiunque abbia bisogno di trovare uno spazio interiore nel quale riconoscersi, al di là delle pressioni e dei condizionamenti.

La stessa idea di libertà torna quando Nannini ripercorre i propri inizi e riflette su ciò che direbbe alla ragazza che, cinquant’anni fa, stava per salire sul palcoscenico del Teatro Gerolamo. La risposta è sorprendentemente semplice: rifarebbe tutto, ma con una consapevolezza diversa.

«Di rifare tutto quello che ho fatto, con la stessa intensità, ma senza prendersi troppo sul serio».

Non c’è il desiderio di cancellare gli errori o di riscrivere il proprio percorso secondo una prospettiva più rassicurante. Nannini riconosce che, in quella fase della vita, era completamente concentrata sul proprio obiettivo. «All’epoca ero molto cupa, perché non vedevo altro che me stessa».

Quella determinazione era necessaria per inseguire un sogno che richiedeva dedizione assoluta. «Dovevo concentrarmi su di me, altrimenti le altre persone mi distraevano, così come la famiglia, qualsiasi cosa», ricorda. «Ero scappata di casa perché volevo raggiungere il mio sogno, quindi dovevo essere focalizzata: raccontare le mie storie, raccontare l’adolescenza di quell’epoca».

La libertà, in questo caso, coincide anche con la possibilità di scegliere la propria strada, accettando le conseguenze delle decisioni prese. La giovane Gianna aveva bisogno di una concentrazione radicale; la donna che guarda oggi a quel periodo può riconoscerne la forza e, allo stesso tempo, sorridere di fronte alla serietà con cui affrontava ogni cosa.

Quando le viene chiesto quale errore di allora consiglierebbe a sé stessa di ripetere, Nannini ribalta ancora una volta la prospettiva: «Ma gli errori li faccio soprattutto adesso! In quel periodo non li facevo».

L’ironia non cancella la consapevolezza del percorso compiuto. Semmai, suggerisce che continuare a vivere significa anche esporsi alla possibilità di sbagliare. La maturità non coincide necessariamente con il controllo assoluto, così come l’esperienza non garantisce di avere sempre tutte le risposte.

Gianna Nannini contro il gigantismo dei concerti: «Il grande concerto diventa molto un karaoke»

Il ritorno di Gianna Nannini a Milano arriva dopo un’esibizione davanti a circa ventimila persone alla Waldbühne di Berlino. Eppure, quando si parla della dimensione sempre più spettacolare dei concerti, l’artista non mostra alcuna intenzione di considerare gli stadi come l’unico orizzonte possibile per chi fa musica.

La sua posizione non è una condanna dei grandi eventi. Nannini riconosce che ogni spazio permette di esprimere una parte differente della propria personalità e che le dimensioni di un concerto possono modificare profondamente il rapporto con il pubblico.

«A me piacciono tutte le dimensioni. Nello stadio esprimi un altro modo di essere, più spettacolare, reagisco in maniera diversa», spiega. La grande arena consente di costruire uno spettacolo di ampio respiro, mentre i luoghi più raccolti offrono un’intimità difficilmente riproducibile altrove.

«Per l’intimità, invece, ci vogliono i posti piccoli. Mi piace ancora moltissimo suonare in quegli spazi, anche soltanto con il pianoforte. È un aspetto di me al quale non voglio rinunciare».

Il punto non è quindi stabilire quale formato sia migliore, ma evitare che la corsa ai numeri e ai record finisca per restringere le possibilità dell’esperienza musicale. Un artista può avere bisogno tanto della dimensione spettacolare quanto di quella più essenziale, nella quale una voce e uno strumento possono bastare a costruire un rapporto diretto con chi ascolta.

Il problema, secondo Nannini, si presenta quando il concerto viene progettato soprattutto per favorire la partecipazione collettiva, fino a rendere secondario lo spettacolo stesso.

«Il grande concerto diventa molto un karaoke, soprattutto se lo fai soltanto per far cantare la gente», osserva. «Diventa meno importante assistere al concerto come spettacolo».

Il pubblico che canta insieme all’artista può essere una delle esperienze più coinvolgenti della musica dal vivo, ma non dovrebbe diventare l’unico obiettivo. Il rischio è che il concerto si trasformi in una successione di momenti pensati per sollecitare una risposta corale, lasciando in secondo piano la ricerca musicale, l’interpretazione e la relazione che si costruisce sul palco.

La dimensione più piccola, almeno in teoria, consente di recuperare un rapporto diverso. «In uno spazio piccolo, invece, tutto è più intimo». Anche i teatri, tuttavia, possono riservare sorprese: «Oggi è difficile pure lì: in un teatro come questo si sente tutto, il pubblico che canta può persino sovrastarti».

Nannini non idealizza dunque neppure i luoghi raccolti. Ogni situazione ha le proprie dinamiche e il rapporto con gli spettatori può diventare complesso indipendentemente dalle dimensioni della sala. Ciò che conta è conservare la possibilità di scegliere, senza sacrificare una parte della propria identità artistica in nome di un modello dominante.

Dopo cinquant’anni, la cantautrice vuole ancora poter alternare spettacoli imponenti e momenti più essenziali. Il palcoscenico non è soltanto una questione di capienza, ma uno spazio nel quale continuare a sperimentare forme differenti di espressione.

Qui il calendario del tour Giannagold – Celebration Tour e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

America e Marracash: «Quell’America non ci appartiene più»

Il tema della libertà conduce inevitabilmente a America, uno dei brani più rappresentativi del repertorio di Gianna Nannini. La canzone, pubblicata nel 1979, è stata spesso associata all’immaginario americano e alle sue promesse di emancipazione. L’artista, però, chiarisce che il significato del pezzo era molto diverso da una celebrazione del sogno statunitense.

«Infatti già allora non cantavo il sogno americano, anzi. Cantavo il sogno della solitudine e usavo la parola America come metafora di libertà».

Nella canzone, il riferimento all’America si intrecciava con la sessualità, il desiderio e la possibilità di esplorare sé stessi senza lasciarsi imprigionare dai tabù. Nannini ricorda apertamente la dimensione provocatoria del brano: «C’era il vibratore a stelle e strisce, c’era la masturbazione, la ricerca della propria sessualità. Era una canzone sulla solitudine e sulla libertà sessuale».

Una lettura che restituisce al pezzo il suo carattere dirompente, inserendolo in un discorso più ampio sull’autonomia individuale. La provocazione, in questa prospettiva, non è fine a sé stessa: diventa uno strumento per affrontare temi che la società può preferire tenere ai margini.

La cantautrice sottolinea inoltre che il sogno americano, almeno nella sua versione legata agli hippie e alla Beat Generation, le appariva già allora compromesso. «Il sogno americano, quello degli hippy e della Beat Generation, lo vedevo già come un sogno soffocato».

La nuova versione realizzata con Marracash, intitolata America Inc., si colloca in un contesto storico e culturale differente. Il confronto tra le due epoche non cancella il significato originario della canzone, ma permette di interrogarlo nuovamente, alla luce di un mondo nel quale quell’immagine dell’America non può più essere considerata immutata.

«Oggi, nella versione con Marracash, la canzone è diventata America Inc. Quell’America non ci appartiene più», afferma Nannini.

La collaborazione con il rapper, dunque, non rappresenta soltanto l’incontro tra due generazioni musicali. È anche l’occasione per riportare al centro un brano che continua a parlare di libertà, identità e trasformazioni sociali. Le parole restano quelle di una canzone nata molti anni fa, ma il loro significato si modifica attraverso il tempo e il dialogo con una nuova sensibilità.

I giovani in piazza, la politica e la necessità di ascoltare le richieste

Dal confronto con Marracash, che ha espresso pubblicamente il proprio sostegno alle manifestazioni giovanili, il discorso si sposta sulle proteste e sulle difficoltà delle nuove generazioni nel trovare uno spazio in cui realizzare le proprie aspirazioni.

Gianna Nannini invita a non ridurre queste mobilitazioni alle polemiche che le accompagnano, né a giudicarle esclusivamente attraverso le immagini televisive o i contenuti che circolano sui social network.

«È molto difficile mettersi dalla parte di chi manifesta senza esserci dentro. Guardando dalla televisione o dai social non riesco a entrare fino in fondo nella questione o nella polemica», osserva. Il rischio, a suo avviso, è che il dibattito pubblico finisca per concentrarsi sulle contrapposizioni, oscurando le ragioni che hanno spinto i ragazzi a scendere in piazza.

«Diventa un dibattito che finisce per oscurare l’essenza delle richieste dei giovani». È proprio su queste richieste che, secondo l’artista, dovrebbe concentrarsi maggiormente l’attenzione.

«Sono ragazzi che non hanno uno sbocco, che hanno delle aspirazioni e una voglia di fare che non riescono a realizzare. Dovremmo parlare soprattutto di questo».

Il ragionamento non si limita a una presa di posizione generazionale. Nannini richiama l’attenzione sulla distanza tra il desiderio di partecipare alla vita sociale e politica e la possibilità concreta di incidere sulla realtà. Il problema, in questa lettura, non è soltanto il modo in cui le proteste vengono raccontate, ma anche la mancanza di opportunità che può alimentare la frustrazione.

Alla domanda se, avendo vent’anni oggi, parteciperebbe alle manifestazioni, la risposta è netta: «Sì. Ci andavo ai tempi del femminismo. A quell’età potrei esserci ancora». Subito dopo, però, aggiunge una precisazione: «Ma bisogna farlo con le persone giuste».

È una frase che richiama la necessità di comprendere il contesto e le dinamiche di ogni mobilitazione, senza rinunciare alla partecipazione ma neppure alla capacità di interrogarsi su ciò che accade.

Nannini cita anche il rischio che le manifestazioni vengano attraversate da persone con obiettivi differenti da quelli dei partecipanti. «Dal G8 di Genova in poi c’è questa tendenza a infiltrare nelle manifestazioni persone che finiscono per fare tutt’altro», afferma. «Non è la prima volta che succedono queste cose. Però bisogna approfondire, cercare di capire davvero quello che accade».

La sua posizione non si esaurisce quindi nell’adesione a uno schieramento. L’artista invita a guardare oltre le contrapposizioni e a distinguere le ragioni delle proteste dagli episodi che possono finire per monopolizzare il racconto pubblico.

Anche il riferimento alla Germania, Paese fondamentale per una parte del suo percorso musicale, si inserisce in questa riflessione sulle trasformazioni politiche e culturali. Nannini ricorda gli anni Ottanta, il fermento della Neue Deutsche Welle e il lavoro con Conny Plank, in un contesto nel quale esistevano importanti sostegni per i giovani musicisti.

«All’epoca era tutto diverso. C’erano molte sovvenzioni per i giovani che volevano fare musica, c’era un fermento che in Italia non esisteva», racconta. Ricorda quel periodo come una stagione di grande movimento creativo, nella quale linguaggi e sonorità differenti contribuivano a costruire un clima culturale particolarmente vivace.

«Era un grande subbuglio europeo e io ho avuto la fortuna di parteciparvi, di collaborare con i musicisti di quell’epoca». Oggi, tuttavia, preferisce non sovrapporre direttamente quel contesto al presente: «Oggi è diverso, ma non si possono paragonare direttamente quei tempi con quelli di adesso».

La stessa cautela emerge quando si parla dei governi e delle trasformazioni politiche contemporanee. «Secondo me bisogna confrontarsi con queste cose da vicino, perché a volte vengono anche pompate. E poi i governi, alla fine, hanno sempre dei limiti. È difficile creare una vera indipendenza. Ogni governo ha i suoi difetti».

Una riflessione che non pretende di offrire risposte definitive, ma ribadisce la necessità di mantenere uno sguardo critico e di non accontentarsi di interpretazioni superficiali.

«Il palco è sacro»: perché Gianna Nannini non vuole fare comizi ai concerti

Se la musica può essere uno strumento di libertà e l’artista non può sottrarsi alle domande del proprio tempo, resta da capire quale debba essere il rapporto tra esibizione e dichiarazione politica. Per Gianna Nannini, la distinzione è fondamentale.

«È il solito discorso, ma per me il palco è sacro. Non riesco a interrompere un concerto per fare una dichiarazione politica».

La frase non deve essere interpretata come una rinuncia all’impegno civile. Al contrario, Nannini ricorda di aver assunto posizioni precise anche attraverso azioni che hanno comportato un coinvolgimento personale, ben oltre la semplice dichiarazione pubblica.

«Ma questo non significa che io non abbia mai preso posizione. Sono andata in Iraq per chiedere di fermare la guerra, e non era una cosa semplice: rischiavi la vita per dire “Not in my name”». Un’esperienza che l’artista cita per spiegare come il proprio impegno non si sia mai limitato alle parole pronunciate davanti a un pubblico.

Nannini ricorda anche le attività legate all’ambientalismo e definisce così questa parte del proprio percorso: «Quella è la Gianna attivista rock».

Il punto, per lei, è non confondere necessariamente i diversi piani. «Ma non mischio tutto questo con quello che faccio sul palco, perché il concerto ha una sua linea temporale, stilistica, un suo messaggio personale».

Il palcoscenico possiede una sua coerenza interna, costruita attraverso le canzoni, le scelte artistiche, il ritmo e il rapporto con gli spettatori. Interromperlo per trasformarlo in uno spazio dedicato a un comizio significherebbe alterare la natura di quel momento.

Quando le viene chiesto se il concerto possa essere considerato una cerimonia laica, Nannini risponde senza esitazioni: «Sì, un rituale. È come andare in chiesa: non puoi interromperlo a metà. Non puoi interrompere un rituale».

La metafora religiosa serve a sottolineare il carattere particolare dell’esperienza dal vivo. Il concerto non è semplicemente un contenitore nel quale inserire messaggi di qualsiasi natura, ma un momento condiviso che segue una propria struttura e richiede un’attenzione specifica.

Questo non significa che la musica debba rinunciare alle idee o che gli artisti siano tenuti a rimanere in silenzio. Nannini riconosce il valore dell’espressione artistica come spazio nel quale manifestare un pensiero libero. Ma distingue l’affermazione di un principio dalla possibilità concreta di cambiare il mondo.

«Cito sempre Fabrizio De André e La guerra di Piero: a che cosa è servita? Nelle canzoni puoi mettere dei pensieri, delle idee. Io sono andata in Iraq, ho scritto contro la guerra, sono sempre stata per il disarmo totale».

Il dubbio riguarda l’efficacia delle parole di fronte alla complessità della realtà. «Ma una cosa è dirlo, un’altra è riuscire a farlo accadere. Non so come si possa cambiare questo meccanismo».

La conclusione, però, non è una dichiarazione di resa. «Penso però che l’arte serva comunque a manifestare un pensiero libero».

La musica non può garantire da sola la trasformazione delle strutture politiche e sociali, ma può contribuire a mantenere aperto uno spazio di riflessione, porre domande e dare forma a idee che altrimenti rischierebbero di non trovare ascolto. Per Nannini, la responsabilità dell’artista non coincide necessariamente con la necessità di interrompere uno spettacolo per spiegare al pubblico che cosa pensare.

Il suo impegno passa anche attraverso le scelte personali, le canzoni e la coerenza con cui affronta i temi che considera importanti. È una distinzione che le permette di difendere contemporaneamente la libertà di espressione e la sacralità del concerto.

I duetti non sono una strategia per conquistare follower

La riflessione sull’autenticità torna quando si parla delle collaborazioni tra artisti. In un panorama nel quale i duetti possono diventare strumenti per raggiungere nuovi pubblici e moltiplicare la visibilità online, Gianna Nannini invita a non perdere di vista il motivo musicale che dovrebbe giustificare un incontro.

L’artista non è contraria alle collaborazioni. Al contrario, si dice disponibile a lavorare con altri musicisti, soprattutto quando l’obiettivo è scrivere canzoni. Tra gli artisti che apprezza cita Lucio Corsi, con il quale sarebbe interessata a condividere un’esperienza di scrittura, e ricorda con soddisfazione il duetto realizzato con Angelina Mango.

La discriminante è però un’altra: una collaborazione deve avere un senso, deve nascere da una necessità espressiva e non soltanto dall’opportunità di mettere insieme nomi riconoscibili.

«Io collaboro volentieri con altri artisti, soprattutto per scrivere canzoni. Ma non mi piacciono tanto i duetti quando non hanno un motivo di esserci, quando non hanno una funzione musicale e si fanno soltanto per avere follower».

La posizione è coerente con lo spirito di Giannagold, un progetto nel quale l’incontro con musicisti più giovani viene presentato come un’occasione di ricerca e non come un semplice esercizio di aggiornamento. La differenza tra una collaborazione autentica e una costruita per ragioni di visibilità sta nella capacità di produrre qualcosa che abbia una propria identità.

«Il duetto è una cosa seria», insiste Nannini. «Con Angelina Mango, per esempio, ne ho fatto uno bellissimo. Ma non è che ogni volta la soluzione sia dire: facciamo un duetto».

In queste parole c’è anche una critica a un certo automatismo dell’industria musicale contemporanea, nel quale la collaborazione rischia di essere considerata una risposta universale alle esigenze di promozione. Per Nannini, invece, la musica richiede motivazioni più profonde: non basta condividere una registrazione, bisogna avere qualcosa da raccontare insieme.

Gianna Nannini si sente ancora un’esordiente: «I’m gold!»

Dopo cinquant’anni di carriera, il bilancio di Gianna Nannini non si traduce in una celebrazione definitiva. La cantautrice continua a sentirsi alla ricerca di qualcosa, ancora pronta a sperimentare e a misurarsi con nuove possibilità. Quando le viene chiesto che cosa vorrebbe davvero ricominciare da zero, la risposta sposta ancora una volta l’attenzione dal passato al futuro.

«Io mi sento ancora un’esordiente! Non perché voglia essere giovane. Ho l’età che ho, sono quello che sono».

Non è il desiderio di cancellare il tempo trascorso né la ricerca di una giovinezza artificiale. È una questione di direzione, di obiettivi e di motivazioni. «Ma dipende da dove vuoi stare e da come vuoi continuare la tua missione. Io sono qui per questo».

La parola missione riassume una concezione della musica che attraversa tutta la conversazione. Per Nannini, fare dischi non significa soltanto alimentare una discografia, così come salire sul palco non equivale semplicemente a riproporre un repertorio di successo. Ogni nuovo progetto deve poter aprire una prospettiva, permettere di esplorare qualcosa che ancora non è stato detto o trovare un modo diverso per esprimere ciò che continua a essere importante.

È in questa disponibilità al cambiamento che il titolo Giannagold trova il suo significato più profondo. L’oro non è soltanto il simbolo di una carriera che ha resistito al tempo, ma anche l’immagine di un’identità che non vuole perdere la propria energia. Le collaborazioni con le nuove generazioni, le riletture sinfoniche, le riflessioni sulla libertà e il rapporto con il pubblico diventano parti di un unico discorso: continuare a essere sé stessi senza smettere di evolversi.

Cinquant’anni dopo quel primo passaggio al Teatro Gerolamo, Gianna Nannini non cerca una frase definitiva con cui chiudere la propria storia. Preferisce lasciare aperta la porta, rivendicando il diritto di sentirsi ancora all’inizio di qualcosa.

E quando arriva il momento di congedarsi, torna al titolo del disco con una battuta che suona come una dichiarazione d’intenti: «I’m gold! O forse è meglio dirlo in italiano?».

La risposta, in fondo, è già contenuta nel percorso di Giannagold: Gianna Nannini non ha bisogno di trasformarsi in un monumento per celebrare i suoi cinquant’anni di musica. Le basta continuare a cercare, a rischiare e a salire sul palco con la stessa urgenza di chi sente di avere ancora qualcosa da dire. Perché il passato può essere una storia straordinaria, ma per una rocker che si considera ancora un’esordiente il futuro resta la parte più interessante da scrivere.

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