Intervista a Chiara Galiazzo che racconta “Nuova Luce”, l’EP che rilegge il suo repertorio con archi ed elettronica, tra passato, presente, musica e futuro.
“Nuova Luce” è molto più di un nuovo progetto discografico per Chiara Galiazzo. È uno sguardo diverso sulle canzoni che hanno accompagnato la sua carriera; è il tentativo di riascoltare il proprio passato con la consapevolezza del presente.
Ma è soprattutto la scelta di rimettere la bellezza al centro del proprio percorso artistico.
L’EP nasce dall’incontro tra un quartetto d’archi e l’elettronica, sotto la direzione musicale di Alessandro Galdieri.
Sei brani che attraversano momenti differenti della storia di Chiara e che, pur rimanendo gli stessi, cambiano inevitabilmente insieme a chi li canta.
Da “Cuore nero” a “Due respiri”, da “Bambola Daruma” a “Nessun posto è casa mia”. E poi “Straordinario”, finalmente condivisa con Ermal Meta, autore di quel brano che ha segnato uno dei capitoli più importanti della sua carriera.
“Nuova Luce” nasce anche dall’esigenza di recuperare una scintilla che, come racconta Chiara, negli anni può affievolirsi; una scintilla ritrovata anche attraverso la dimensione live e il ritorno nei teatri.
Da novembre, infatti, l’artista porterà questo nuovo progetto sui palchi italiani, con una data particolarmente attesa a Milano il 23 novembre. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.
Intervista a Chiara Galiazzo, l’Ep ‘Nuova Luce’
Chiara, partiamo da “Nuova Luce”. Hai presentato il progetto al Museo Bagatti Valsecchi di Milano, vestita di bianco insieme alle persone che erano con te sul palco. È stata una scelta simbolica molto precisa. Che cosa hai provato nel vedere finalmente dal vivo questi nuovi arrangiamenti?
È stata una serata bellissima e, sinceramente, è andata anche oltre le mie aspettative. Il Museo Bagatti Valsecchi è un luogo che mi è sempre piaciuto molto, è prezioso, particolare, ha una sua atmosfera. E mi sembrava perfetto per presentare questo progetto. Ci siamo vestiti di bianco proprio perché rappresentavamo questa idea della “nuova luce” e per la prima volta ho avuto modo di suonare, anche se non tutti i pezzi dell’EP, alcuni dei brani con il quartetto d’archi e l’elettronica. È stato anche il primo momento in cui abbiamo potuto vedere concretamente l’impatto di questi arrangiamenti sul pubblico, dopo mesi di lavoro. Ed è stata una sensazione importante, perché quando lavori per tanto tempo a qualcosa sei immerso nel processo, senti ogni dettaglio, conosci ogni suono. Poi arriva il momento in cui devi lasciare andare quella musica e vedere che cosa succede quando incontra le persone. Quella sera ho avuto la sensazione che il progetto fosse veramente diventato qualcosa di reale.
Nel tuo percorso recente sembra esserci una ricerca sempre più forte della bellezza, ma anche della libertà di fare le cose nel modo che senti tuo. Quanto è diventato importante mettere finalmente te stessa al centro del tuo lavoro?
Negli ultimi anni ho cercato proprio questo: mettere la bellezza e quello che voglio io, quello che mi piace fare, al centro di tutto. È rischioso, sì. Ma non posso fare diversamente. Probabilmente ci sono persone che riescono a fare questo lavoro senza necessariamente mettere al centro quello che sentono, io invece sto male se non lo faccio. E quindi ho deciso di mettere prima di tutto il mio modo di vivere questo mestiere. È anche una questione di recuperare una passione e una scintilla che magari, nei primi anni, a un certo punto avevo perso. È molto facile perderla. Forse è una delle cose peggiori che possano succedere a un artista, perché quando perdi quella scintilla puoi continuare tecnicamente a fare il tuo lavoro, ma cambia qualcosa di profondo. Il problema è che ritrovarla non è affatto semplice. Io sto cercando di farlo proprio attraverso la bellezza, attraverso le cose che mi emozionano ancora e attraverso la possibilità di essere libera di fare quello che sento.
“Nuova Luce” nasce anche da una domanda molto semplice: che effetto fa tornare a cantare canzoni scritte molti anni fa, quando la persona che le canta oggi è inevitabilmente diversa?
È una cosa molto interessante e, per certi versi, anche inquietante. L’idea dell’EP è nata soprattutto perché stiamo preparando un tour nei teatri che parte a novembre e, a un certo punto, abbiamo pensato: qualcuno ci chiederà se queste nuove versioni verranno incise. E così è nato il progetto. Ovviamente non potevo incidere tutto il mio repertorio. Ho scelto alcuni dei brani più famosi, quelli che porto sempre con me nei tour, ma anche alcune canzoni a cui sono molto legata e che sentivo particolarmente adatte a questo tipo di rilettura. La cosa che mi ha colpito di più, però, è stata ascoltare la differenza tra il modo in cui affrontavo determinate canzoni dodici anni fa e come le affronto oggi. Le canzoni sono rimaste uguali. Sono io che sono cambiata. E quindi, inevitabilmente, anche il modo di cantarle cambia.
Partiamo allora da “Cuore nero”, forse uno dei brani nei quali questa trasformazione è più evidente. Cosa significa per te cantarlo oggi?
“Cuore nero” è probabilmente il caso più evidente di questa differenza. Quando l’ho cantata dodici anni fa non sapevo davvero cosa fosse un cuore nero. Mi sembra quasi una versione virginale di quella canzone, nel senso che dovevo ancora vedere tantissime cose della vita.mOggi invece il cuore nero lo conosco. L’ho visto. E soprattutto oggi posso dire con consapevolezza che non lo voglio. È questa la cosa che mi fa più effetto. La canzone è rimasta esattamente quella, però io oggi la attraverso in un modo completamente diverso. Credo che sia anche il bello delle canzoni vere: se sono state scritte in un modo sincero, rimangono nel tempo e possono continuare a raccontarti, anche quando tu sei diventata una persona diversa. E “Cuore nero”, scritta da Neffa, è una canzone bellissima. È una di quelle che riascolto e penso: è davvero forte.
In questo cambiamento personale quanto ha influito anche il percorso che hai fatto negli ultimi anni?
Moltissimo. È inevitabile che un percorso personale modifichi anche il modo in cui interpreti una canzone. Quando cambi tu, cambia anche quello che senti mentre la canti. Io oggi sono una persona diversa, ho visto cose diverse, ho attraversato esperienze diverse e soprattutto ho acquisito una maggiore consapevolezza. Questo emerge anche nel modo in cui uso la voce. Non è soltanto una questione tecnica: è proprio cambiata la persona che c’è dietro la voce. E credo che il pubblico, quando ascolta una canzone, questa differenza la percepisca. Magari non sa esattamente spiegare che cosa sia cambiato, ma avverte che c’è un peso diverso nelle parole, un modo diverso di stare dentro la musica.
“Nessun posto è casa mia” era forse il brano più difficile da reinterpretare, perché la versione originale aveva già una personalità molto precisa. Come siete arrivati alla scelta di utilizzare anche il vocoder?
È stata probabilmente la canzone più difficile da arrangiare proprio perché la versione originale era già una formula perfetta. C’era il lavoro di Mauro Pagani e c’era già un equilibrio molto preciso. Per questo mi sono chiesta per molto tempo cosa potessimo fare con una canzone che era già arrivata esattamente dove doveva arrivare. Alla fine ho pensato che proprio per questo dovevamo trovare un elemento che la spostasse davvero. E io avevo da tempo il desiderio di utilizzare il vocoder. Sapevo che sarebbe stato qualcosa che avrebbe potuto spiazzare, perché quando una persona è molto affezionata a una versione precedente tende naturalmente a difenderla. Ma forse è proprio questo il punto delle nuove versioni: non devono necessariamente rassicurare. Devono provare a mostrare un’altra possibilità. E quindi sì, all’inizio può lasciare un po’ spiazzati, ma poi riascoltandola secondo me il nuovo arrangiamento trova il suo spazio.
Un’altra rilettura particolarmente interessante è “Bambola Daruma”. Perché hai voluto proprio quel brano dentro “Nuova Luce”?
“Bambola Daruma” è una canzone molto importante per me anche perché l’ho scritta io insieme a Danti. Quindi, rispetto ad altri pezzi, sono ancora più dentro quel brano. Ma proprio per questo era anche la canzone più lontana dall’idea che avevamo inizialmente del quartetto d’archi e dell’elettronica. E allora ci siamo detti: proviamoci. Non sapevamo esattamente come sarebbe venuta e forse proprio per questo è diventata quella più sorprendente di tutte.
È una canzone particolare, lo è sempre stata, ma oggi l’ho rimessa anche nei miei tour e la canto spesso. La spiego al pubblico e mi accorgo che, quando entra dentro questa nuova veste, arriva in un modo molto forte. Credo sia uno di quei brani che hanno bisogno di più ascolti per essere completamente compresi, e questa nuova versione secondo me le dà proprio una possibilità in più.
Hai inserito nell’EP anche “L’ultima canzone del Mondo” e “Bambola Daruma”, entrambe tratte da “Bonsai”. Quanto ti fa piacere che quel disco stia lentamente trovando una seconda vita?
Mi fa molto piacere, perché “Bonsai” è stato un disco sfortunato. È uscito in un momento molto complicato e in quel periodo io stessa mi sono intristita parecchio rispetto a tante cose, quindi ho perso anche un po’ di motivazione. Però oggi lo guardo diversamente. In quel disco non avevo pensato minimamente a quali fossero i singoli o quali fossero le canzoni da valorizzare in un certo modo. Ho semplicemente seguito quello che volevo fare. E forse proprio per questo è un disco nel quale mi riconosco tantissimo. Quelle sono canzoni che avevano una necessità vera di esistere. Non erano state pensate per una strategia. Erano lì perché dovevano essere scritte. E secondo me si sente. Adesso, piano piano, “Bonsai” si sta facendo giustizia da solo. “La vita che si voleva”, per esempio, è entrata anche nel progetto di Tiziano Ferro, e questa cosa mi ha fatto molto piacere. Mi sembra quasi che quell’album stia finalmente trovando un suo percorso.
C’è poi “Straordinario”, che qui ritroviamo per la prima volta in duetto con Ermal Meta, che insieme a Gianni Pollex aveva scritto il brano per te. Com’è stato aspettare così tanto per poterlo cantare insieme?
È stata una cosa che aspettavamo da tanti anni. “Straordinario” è sempre stata una canzone che ho sentito molto mia, ma allo stesso tempo avevo il desiderio che prima o poi potessimo cantarla insieme. Anche Ermal la porta nei suoi concerti, ma in una versione completamente diversa. Quindi è stato bellissimo arrivare finalmente a questo incontro. In un certo senso la vivo proprio come un finale di stagione, come una cosa che doveva essere fatta e che finalmente è successa.
C’è una storia dietro quella canzone. Ci sono delle persone che si sono rincontrate dopo tanti anni e che tornano dentro a una canzone che è rimasta lì, viva. E poi mi piace molto come abbiamo scelto di affrontarla: in maniera dolce, senza che una voce cercasse di imporsi sull’altra. È proprio un dialogo. Per me questa è stata una delle cose più belle del progetto.
È una collaborazione nata in modo naturale, non costruita a tavolino.
Assolutamente. E credo che proprio per questo funzioni. Non c’era la necessità di fare “il duetto” perché doveva esserci un duetto. C’era un desiderio che era rimasto lì negli anni e che finalmente ha trovato il momento giusto. Questo per me è importante anche nelle collaborazioni in generale: devono esserci un’affinità, una curiosità, una voglia reciproca di stare dentro una canzone. Altrimenti si rischia di fare qualcosa che tecnicamente funziona, ma che non ha davvero un’anima.
Nel corso della tua carriera hai lavorato con tantissimi autori. Oggi cosa cerchi in una persona che scrive per te?
Negli ultimi tempi sto lavorando con pochi autori. Ho capito che, per me, collaborare con troppe persone può diventare anche molto stancante. L’ho fatto, ci sono stati periodi in cui ho lavorato tantissimo con autori diversi, ma a un certo punto mi rendevo conto che non capivo più niente. Oggi cerco soprattutto la particolarità. È difficile trovare qualcosa che non assomigli a tutto il resto, perché ascolti una canzone e spesso ti sembra di averne già sentita un’altra molto simile. Quindi cerco una cosa che mi sorprenda davvero.nE poi mi piace lavorare insieme, scambiarsi idee, seguire un flusso. Negli anni ho imparato molto meglio a gestire anche le mie melodie, quindi la collaborazione può diventare davvero un incontro tra due sensibilità.nMa per pubblicare una canzone devo essere convinta. Se non lo sono, preferisco non farlo.
Uno dei problemi che percepisci nella musica di oggi riguarda proprio il fatto che “tutto assomiglia a tutto”. Cosa ti manca maggiormente nell’ascolto contemporaneo?
Forse la particolarità. E anche un certo impoverimento dei vocaboli. Non voglio sembrare arcaica, ma per me le parole contano molto. Non significa che ogni canzone debba essere complicata o che qualcuno debba ascoltarla con il righello in mano. Una canzone deve arrivare. Però vorrei ascoltare almeno una canzone che io stessa avrei voglia di riascoltare. È questa, alla fine, la mia misura.
E infatti ti senti ancora molto legata all’idea che una canzone debba essere prima di tutto una canzone che tu ascolteresti?
Assolutamente sì. È una delle cose che per me contano di più. Perché puoi pensare a tutto, puoi cercare il singolo perfetto, puoi ragionare su quello che potrebbe funzionare, ma se poi quella canzone non ti rappresenta davvero, prima o poi lo senti. Io ho bisogno che quella canzone piaccia a me. Poi può piacere agli altri oppure no, ma almeno so di aver fatto una cosa che sentivo autentica.
Guardando il mercato di oggi, ha ancora senso per te pensare a un album di inediti?
Non so se abbia davvero senso nella forma tradizionale. Per esempio, se una persona realizza un vinile, allora per me ha ancora assolutamente senso. È un oggetto, è qualcosa che rimane. Ma quando parliamo solamente di una raccolta digitale, a volte mi chiedo quale sia il senso di costruire un album se poi, dopo una o due settimane, arriva già una canzone nuova e tutto cambia di nuovo. Forse l’unico caso in cui oggi sentirei davvero il bisogno di fare un album è un concept. Un progetto nel quale tutte le canzoni hanno un motivo per stare insieme.
E tu un concept album ce l’hai già in mente.
Sì. Da tantissimo tempo ho il desiderio di fare un disco di ninnananne. Lo dico da anni e prima o poi vorrei davvero farlo. Mi piacerebbe utilizzare la mia voce in quel modo: creare delle canzoni che possano accompagnare i bambini a dormire, in senso buono. Ci sono tantissime mamme che mi raccontano che “Nessun posto è casa mia” addormenta i loro figli. E allora penso: perché non sfruttare questa cosa? Vorrei fare un disco di ninnananne con un tema preciso, pensato proprio per accompagnare tutti i bambini d’Italia verso il sonno. È una cosa che continua a tornarmi in mente.
Hai già in mente anche delle persone con cui realizzarlo?
Sì, ci sono delle persone a cui ho già parlato di questa idea e che secondo me potrebbero aiutarmi a farlo molto bene. Non faccio ancora i nomi, però l’idea esiste da tempo. E secondo me sarebbe anche un bel modo per utilizzare certe note, certe modalità vocali, certi colori della voce che possono diventare particolarmente adatti a quel tipo di ascolto. Ovviamente bisogna scriverle molto bene. Non basta decidere che sono ninnananne: devono essere belle canzoni.
Torniamo a “Nuova Luce” e al tour nei teatri. Hai già avuto occasione di provare questo repertorio con il quartetto d’archi e l’elettronica. Che cosa vorresti che il pubblico porti con sé dopo un concerto?
Vorrei soprattutto che le persone uscissero dal teatro e avessero voglia di tornare. Vorrei che arrivassero in sala, vedessero questo concerto e pensassero: “Voglio rivederlo”. Perché questo progetto mi piace davvero tanto e vorrei avere la libertà di poterlo portare avanti. Vorrei anche essere più tranquilla nel fare le cose che mi piacciono, senza avere sempre la sensazione di dover dimostrare che sono “giuste”. Sono molto contenta di questa formula. E poi dal vivo gli archi sono un’altra cosa. Ascoltarli attraverso un disco è una cosa, averli davanti, sentirli fisicamente in un teatro, con le luci, è completamente diverso.nSecondo me sarà un’esperienza molto bella.
Nel 2019 avevi portato in scena il “Tour più Piccolo del Mondo”, in una dimensione molto intima. Quanto senti che questa nuova esperienza teatrale abbia qualcosa in comune con quella?
Quella tournée me la ricordo con tantissimo piacere. Era una situazione estremamente semplice, ma proprio per questo molto potente. Oggi il progetto è diverso, perché ci sono gli archi e l’elettronica, c’è un lavoro di arrangiamento molto più complesso. Però l’idea di fondo è simile: mettere la musica al centro e creare un rapporto vero con chi ascolta. E anche allora mi ero divertita moltissimo. Mi piace quando un concerto ha una sua identità, quando non sembra semplicemente una replica di qualcosa già fatto.
Ultimamente ti capita anche di sentirti dire che questa musica non è più “pop”. Tu come rispondi?
Mi chiedo: perché non sarebbe pop? Per me è pop. “Pop” significa popular, musica popolare. Non vuol dire necessariamente tormentone estivo. A volte sembra che il termine “pop” sia stato trasformato in sinonimo di musica da classifica o di canzone estiva, ma non è quello. Quello che stiamo facendo è assolutamente pop. È una musica che può arrivare alle persone, che può essere ascoltata, cantata, vissuta. Semplicemente non è costruita per essere necessariamente un tormentone estivo. E poi, guardando come sono andate certe stagioni, forse è anche il momento di smettere di pensare che solo il tormentone estivo rappresenti davvero il concetto di pop.
Se ci rincontrassimo tra un anno, dopo “Nuova Luce” e dopo il tour, cosa vorresti poter dire di aver ritrovato?
Vorrei poter dire di aver ritrovato completamente quella scintilla. E vorrei che anche il pubblico l’avesse sentita. Vorrei essere arrivata alla fine di questo progetto con la sensazione di essere stata libera di fare questa cosa come volevo io. E vorrei che le persone che sono venute ai concerti avessero percepito esattamente questo: che non stavamo cercando di dimostrare qualcosa, ma semplicemente facendo una cosa che amiamo. Questo per me sarebbe il risultato più bello.
Quindi forse “Nuova Luce” non è soltanto un modo nuovo di illuminare le vecchie canzoni. È anche un modo nuovo di guardare te stessa.
Sì, assolutamente. Le canzoni sono le stesse, ma noi cambiamo. E quando torniamo a cantarle, cambiano con noi. Forse non avevo bisogno di nuove luci della ribalta. Avevo bisogno di trovare una luce diversa e di accenderla da sola. E questa, oggi, è la cosa che mi interessa di più. Perché alla fine penso davvero che la bellezza possa salvare il mondo. Noi, nel nostro piccolo, proviamo a fare una piccola azione. Ci proviamo con la musica.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
