Intervista a Cordio, che ha pubblicato lo scorso 12 settembre il terzo album Chicco. Otto canzoni che si allontanano dalla direzione del mercato, e che rimandano all’immaginario di una Sicilia oltre le cartoline, scenografia di storie intime, in una costante ricerca di essenzialità narrativa. Un album coeso, musicalmente coerente, con arrangiamenti eterei impreziositi da un trio d’archi a caricarli di emotività.
Scritto e prodotto insieme a Lorenzo Vizzini, autore di rilievo della musica italiana, con cui aveva già lavorato al suo album precedente Cose che si dicono. “La delicatezza in questo disco è una scelta politica, di fronte alla prevaricazione e alla forza come strumento di potere, penso che mostrare la vulnerabilità sia l’unico modo per costruire una società più empatica e meno violenta“, dice Cordio.
Indicativa in questo senso è la scelta del titolo, Chicco, soprannome che gli veniva dato da bambino e di cui lui si è vergognato a lungo, prima di accettare che “l’unico modo per esorcizzare la vergogna è metterla in mostra con autoironia“. Un album domestico, mattutino – come suggerisce la copertina con quattro tazzine di caffè – registrato tra lo studio e la camera da letto.
Un percorso che è iniziato a giugno 2024 con il primo singolo – Gelsomini – fino ad arrivare ad Agata uscita poche settimane fa, lettera chitarra e voce per la sorella maggiore, ultima traccia del disco. Tra i singoli anche Ritratto di lei, che Cordio ha già proposto dal vivo in varie occasioni: su Rai1 come vincitore del CIAO Contest – La musica di domani (rassegna in memoria di Lucio Dalla), su Rai3 in piazza San Giovanni, in occasione del Concertone del Primo Maggio e su Rai Radio 2 ospite del programma Sogni di gloria.
Il 1 ottobre Cordio presenterà il disco in concerto al Biko di Milano, con una formazione di sei elementi. I biglietti sono acquistabili in prevendita su DICE.
La tracklist
- Gelsomini
- Latte e biscotti
- Ritratto di lei
- Profumo
- Le barche
- Cucciolone
- Maggio
- Agata
Intervista a Cordio
Cordio, che significato ha l’album “Chicco” nel tuo percorso artistico?
Chicco rappresenta la mia ricerca di canzoni oneste, che riflettano quello che sono davvero. Quando ho iniziato, tendevo a parlare di temi molto ampi, quasi esistenziali — basti pensare al mio primo singolo La nostra vita o a Il Paradiso. Col tempo, e con questo disco in particolare, ho ristretto il campo, raccontando dinamiche più piccole, quotidiane, familiari, relazionali. Forse perché ciò che accade nel mondo è così complesso da lasciare confusi, credo che ripartire dalle cose che ho intorno sia la chiave.
Hai definito l’album come una “scelta politica di delicatezza”. In che modo la vulnerabilità diventa un atto di resistenza oggi?
Oggi viviamo in un contesto, soprattutto sui social, dominato da aggressività e violenza verbale. Io rimango spesso paralizzato davanti a certi commenti su Instagram. Nella vita reale, invece, se si affrontano i temi con umanità e onestà, raramente si incontra violenza: spesso, al contrario, si genera empatia. Nel disco racconto situazioni in cui sono vulnerabile, anche sconfitto nelle relazioni sentimentali. Dichiararlo apertamente è controcorrente, soprattutto in un’epoca in cui si ostenta sempre forza e felicità. Credo che mostrare fragilità possa generare legami più autentici.
Il titolo Chicco ha una forte valenza personale, legata alla tua infanzia. Quando hai capito che era arrivato il momento giusto per farne il titolo del disco?
È stato qualche anno fa, durante una passeggiata sul lago di Lecco. Ho realizzato che nascondere i propri punti deboli è inutile: prima o poi emergono. Anzi, è più saggio essere noi stessi a metterli in mostra, così che non vengano usati contro di noi. Trasformare quel soprannome da fonte di vergogna a simbolo di autoironia e libertà è stato un passaggio importante. A trent’anni ho trovato la serenità di vivere così.
In questo lavoro torna la collaborazione con Lorenzo Vizzini. Che ruolo ha avuto nel disco?
Con Lorenzo c’è un legame fortissimo: siamo entrambi siciliani, quasi coetanei, e condividiamo un gusto comune. Mi sento un suo discepolo, perché ha un’autorevolezza e una consapevolezza che per me sono state una guida. In Chicco come nel precedente Cose che si dicono abbiamo scritto insieme i pezzi viaggiando, vivendo, confrontandoci. Lui ha curato gli arrangiamenti e dato coesione al progetto. Io amo i dischi omogenei, con un sound coerente dall’inizio alla fine, e grazie a lui credo che questa unità sia evidente.
La Sicilia è molto presente nelle tue canzoni, ma non come cartolina turistica. Che immagine volevi restituire?
Volevo raccontare un luogo vivo, fatto di storie. In questo disco parlo di Palermo, Monreale, Catania. Nel brano Le barche, scritto da Lorenzo, si parla di Nicola, un ragazzo siciliano che da adolescente sogna di scappare dall’immobilità del porticciolo. Ma a trent’anni, tornato in estate, riscopre quell’immobilità come fonte di conforto e serenità. È un tema molto caro a noi siciliani: il rapporto tra fuga e ritorno, tra inquietudine e bisogno di radici.
Una scelta insolita è stata registrare parte delle voci in una camera da letto. Che cosa ha aggiunto questa dimensione domestica?
Molta intimità. In camera cantavo più piano per non disturbare, e questo ha cambiato il mio modo di usare la voce. Il risultato è un canto spontaneo, poco costruito, che rispecchia bene l’anima del disco: intimo, fragile, sincero.
C’è un brano particolarmente delicato, Agata, che sembra quasi un punto centrale dell’album. Che cosa rappresenta per te?
Agata è l’unico brano in cui compare la parola “Chicco”. Parla di mia sorella e del non detto tra fratelli. Non è facile dirsi certe cose — “ti voglio bene”, “sei importante per me” — e c’è sempre un pudore. Mettere questa fragilità in musica è stato difficile ma necessario. Il disco è un mettersi a nudo, mostrare vergogne e debolezze senza paura.
Dopo tre album, qual è l’aspetto della tua musica che ti rende più orgoglioso?
Il fatto di farla liberamente, senza compromessi. Ho sempre seguito il mio gusto, soprattutto nei testi, di cui sono ossessionato. Con Lorenzo questa attenzione è ancora maggiore. Sono fiero di non aver mai ceduto a pressioni esterne: anche quando ero con l’etichetta, i miei dischi sono rimasti liberi. I miei riferimenti sono cantautori come Bersani, Silvestri, Sinigallia: artisti che hanno fatto la musica che volevano, senza piegarsi a logiche di mercato.
Il 1° ottobre suonerai al Biko di Milano. Cosa dobbiamo aspettarci dal live?
Sarà un concerto basato sulla musica, con una band di sei musicisti. Porto con me una violinista, perché nel disco ci sono tanti archi. Per me il live deve essere una festa sonora, non spettacolarizzazione. Il Biko è un luogo sacro per chi ama la musica a Milano, e sono orgoglioso di esibirmi lì: era un sogno da tempo.
In chiusura, cosa ti auguri che arrivi al pubblico da Chicco?
Spero arrivi la delicatezza come forma di forza. La fragilità non è debolezza, ma un modo per creare empatia. Vorrei che chi ascolta si riconoscesse in queste piccole storie personali e scoprisse che mostrarsi vulnerabili è, in fondo, un atto di resistenza.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
