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Intervista a Cuta: “Con ADHD non voglio togliere legittimità al dolore di nessuno, anzi…”

Cuta ADHD

Intervista a Cuta che, dopo aver vinto Nuova Scena 2 e aver pubblicato l’album Paraculo, riparte dal nuovo singolo “ADHD”, tra provocazione, consapevolezza.

Dopo la vittoria a Nuova Scena, il successo del primo album Paraculo e un percorso che lo ha consacrato tra le voci più interessanti della nuova scena rap italiana, Cuta torna con “ADHD”, un singolo che segna l’inizio di una nuova fase artistica. Il brano, pubblicato per Gold Leaves Academy, rappresenta il primo tassello di un percorso che punta a elevare ulteriormente il livello della sua proposta musicale, sia dal punto di vista della scrittura sia da quello produttivo.

Con un beat che richiama le sonorità classiche della West Coast americana e un testo che affronta il tema della salute mentale attraverso sarcasmo e provocazione, ADHD non cerca risposte semplici ma apre interrogativi. Cuta riflette sul confine sottile tra la comprensione del disagio e il rischio di trasformarlo in un alibi, senza mai mettere in discussione la legittimità della sofferenza reale.

Nell’intervista l’artista racconta il lavoro di ricerca sonora nato anche grazie ai consigli di Nitro, il rapporto con il successo arrivato dopo il talent Netflix, il peso delle aspettative e la volontà di continuare a mettersi in discussione. Un dialogo che fotografa un artista in evoluzione, più consapevole rispetto al passato ma ancora animato dalla stessa urgenza espressiva che aveva dato vita a Paraculo.

Intervista a Cuta, il nuovo singolo “ADHD”

Dopo Paraculo arriva “ADHD”. Che cosa rappresenta questo singolo nel tuo percorso artistico?

Rappresenta l’inizio della ripartenza dopo il primo disco. È il primo singolo di una serie di brani che usciranno in questo periodo e con cui cerchiamo di alzare il livello, sia dal punto di vista artistico che produttivo. È un nuovo inizio e un passaggio importante dopo Paraculo.

Dal punto di vista sonoro “ADHD” sembra già diverso rispetto al tuo album d’esordio. È una scelta voluta?

Sì. Durante la lavorazione di Paraculo una grande fonte d’ispirazione è stata Nitro, che mi ha dato un consiglio molto semplice: trovare un genere di riferimento da fare mio e da cui partire per evolvermi. Insieme a Yazee, produttore di questo brano e dei prossimi, abbiamo fatto un lavoro di ricerca per costruire una direzione precisa. Spero che venga percepita come uno step successivo rispetto al passato.

Il brano affronta il tema della salute mentale con ironia e provocazione. Come nasce questa scelta?

Sono partito raccontando me stesso, come faccio spesso. Scrivendo, si è aperto uno spiraglio verso una riflessione che mi accompagna da tempo: l’attenzione crescente verso la salute mentale può talvolta diventare un modo per evitare alcune responsabilità? È una domanda che mi sono posto osservando situazioni vissute da me e da altre persone. Il brano affronta questo tema attraverso una provocazione.

Qual è il confine tra comprendere un disagio e usarlo come alibi?

Credo che ognuno possa rispondere solo per sé stesso. È proprio questo che rende il brano provocatorio. Non voglio togliere legittimità al dolore di nessuno, anzi. Voglio raccontare quelle situazioni in cui qualcuno utilizza un’etichetta che per altri rappresenta una sofferenza reale. In quel caso si rischia di delegittimare il dolore vero di chi quella condizione la vive davvero.

Hai avuto timore che il messaggio potesse essere frainteso?

Sì, ne abbiamo parlato con le persone che lavorano con me e con gli amici a cui faccio ascoltare la musica. Però penso che la forza di certi brani stia proprio lì. Se qualcuno si sente chiamato in causa, anche involontariamente, significa che il tema è arrivato. E se si discute del tema, anche partendo da una critica, allora qualcosa è stato smosso.

Musicalmente il beat richiama sonorità molto legate alla tradizione rap americana. Quanto hanno influenzato la tua formazione?

In realtà sono cresciuto soprattutto con il rap italiano. Negli anni, però, sia come ascoltatore che come artista, ho iniziato a interessarmi a sonorità diverse. L’incontro con Yazee ha rappresentato la sintesi perfetta di questa curiosità verso il rap americano, soprattutto a livello di sound. La musica è ciclica: riprendere certe sonorità oggi può risultare sorprendentemente fresco.

Paraculo era un disco che parlava del bisogno di essere compresi ma anche dell’accettazione di non piacere a tutti. A che punto sei oggi di quel percorso?

Le tematiche di Paraculo e quelle di ADHD sono ancora molto presenti nella mia vita. Però oggi sono sicuramente più tranquillo. Dopo Nuova Scena e tutto quello che è successo grazie a Netflix ho avuto bisogno di assimilare molti cambiamenti. Nel nuovo progetto c’è una consapevolezza maggiore. Paraculo è stato un disco nato da un bisogno personale; quello che verrà dopo nasce anche dalla ricerca e dalla professionalità.

Sei passato in pochi anni dalle battle di freestyle alla vittoria di Nuova Scena. Come gestisci la pressione?

Le battle sono state una palestra incredibile. Nel freestyle impari a convivere con vittorie e sconfitte, con il giudizio immediato del pubblico e della giuria. Questo mi ha aiutato molto a gestire ansia e aspettative. Con le canzoni è diverso, perché il responso arriva dopo e non sai mai come verrà accolta una novità. Per questo cerco semplicemente di continuare a fare ciò che mi rappresenta davvero.

Qual è stato il pregiudizio più difficile da affrontare?

Forse il fatto che molte persone mi vedano ancora soprattutto come un freestyler. Nel freestyle ero già conosciuto e apprezzato, ma il mio obiettivo è esprimermi anche attraverso le canzoni. È un passaggio che può richiedere tempo nella percezione collettiva. Però cerco di non soffermarmi troppo sui pregiudizi, perché rischiano di diventare un ostacolo.

Oggi ti senti più parte della scena o più un outsider?

Sicuramente un outsider.

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