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Intervista a Filippo Graziani: “Con ‘Verso Casa’ racconto a mio figlio la mia vita attraverso la musica”

Filippo Graziani Verso Casa

Intervista a Filippo Graziani, che racconta il nuovo album Verso casa, l’eredità di Ivan Graziani, la paternità, i ricordi e il presente musicale.

A dieci anni dal precedente album, Filippo Graziani torna con Verso casa, un disco che segna il suo rientro discografico e racconta una nuova fase della sua vita, personale e artistica.

Un lavoro nato dal desiderio di ritrovare la voglia di scrivere e di pubblicare musica capace di rappresentarlo davvero, dopo un periodo nel quale il cantautore non ha mai smesso di suonare dal vivo. Al centro del progetto c’è una prospettiva cambiata, anche grazie alla paternità: oggi il concetto di casa assume un significato diverso, legato alla famiglia, alle radici e alla possibilità di lasciare qualcosa alle persone amate.

L’eredità musicale di Ivan Graziani continua a essere una presenza fondamentale, ma non diventa un rifugio nostalgico: il passato è piuttosto un patrimonio da comprendere, rielaborare e trasmettere. Le canzoni di Verso casa si trasformano così in racconti destinati anche al figlio, testimonianze di esperienze, errori, desideri e momenti di crescita. Da Povero me, che affronta i lati meno edificanti dell’animo umano, a Selvaggio, brano che apre il disco e riflette sull’accettazione del cambiamento, l’album attraversa ricordi e nuove consapevolezze. Ne emerge un lavoro profondamente personale, costruito insieme ai musicisti e alimentato dall’energia della sala prove.

In questa intervista a iMusicFun, Filippo Graziani racconta la genesi del disco, il rapporto con la memoria familiare, il significato della scrittura e l’attesa di portare dal vivo le nuove canzoni.

Intervista a Filippo Graziani, il nuovo album “Verso Casa”

Filippo Graziani, bentornato su iMusicFun! L’occasione è importante: arriva Verso casa, un nuovo album che esce a dieci anni dal tuo precedente disco. Che cosa rappresenta questo lavoro nel tuo percorso artistico?

Verso casa segna il mio rientro nel mondo della discografia. Ho semplicemente voluto aspettare il momento giusto per scrivere qualcosa che mi rappresentasse davvero. Per un periodo non ho sentito l’esigenza di realizzare un nuovo disco, mentre negli ultimi anni è tornata questa voglia di esprimermi attraverso le canzoni. L’album nasce direttamente da questa ritrovata necessità.

Nel frattempo non sono rimasto fermo: ho continuato a suonare, perché quello è fondamentalmente il mio lavoro. Anche se non pubblicavo dischi, la musica è sempre stata presente nella mia vita. Questo ritorno discografico è quindi il risultato di un percorso che è andato avanti anche lontano dalle pubblicazioni, fino a quando ho sentito di avere qualcosa di nuovo da raccontare.

Partiamo dal titolo, Verso casa. Suggerisce un movimento, un ritorno, ma anche una ricerca. Che cosa significa oggi per te la parola “casa” e quanto è cambiato il suo significato nel corso degli anni?

La mia visione del mondo è cambiata. Adesso ho una famiglia mia e questo significa inevitabilmente guardare tante cose da un punto di vista diverso. La paternità modifica il modo in cui osservi la realtà, le esperienze che hai vissuto e persino i ricordi che porti con te.

Il movimento evocato dal titolo è proprio questo: non sono mai stato realmente fermo, nemmeno nel periodo in cui non pubblicavo album, perché continuavo a suonare e a vivere la musica. Ma nel frattempo sono cambiato io, è cambiato il mio modo di vedere le cose e, di conseguenza, è cambiato anche il significato che attribuisco alla casa.

Oggi è qualcosa che sento più vicino alla famiglia, alle persone che amo e a ciò che desidero lasciare loro. Verso casa racconta anche questo cambiamento: il percorso di una persona che guarda alla propria storia con occhi nuovi e cerca di capire quale posto occupino il passato e il presente nella propria vita.

Nel disco è evidente l’eredità artistica di tuo padre, Ivan Graziani, ma si percepisce anche il lavoro che hai portato avanti negli ultimi anni per riscoprirne e celebrarne la musica. Quanto sono legati questi due percorsi?

Sono collegati moltissimo. Una parte importante del mondo musicale di papà mi è rimasta addosso e continuerà a farlo. È qualcosa che fa parte di me, della mia formazione e della mia storia personale. Le canzoni di mio padre, per me, sono casa: rappresentano un luogo familiare nel quale riconosco le mie radici.

Allo stesso tempo, questo disco contiene la mia visione e la inserisce all’interno della nostra storia familiare. Non si tratta semplicemente di guardare indietro o di riproporre qualcosa che appartiene al passato. È un modo per riconoscere quanto quella musica abbia contribuito a formarmi e capire come possa continuare a vivere attraverso quello che faccio oggi.

Il legame con papà rimane naturalmente molto forte, ma Verso casa è anche il racconto di ciò che sono diventato. Credo che le due dimensioni possano convivere: da una parte c’è un patrimonio musicale che mi accompagna da sempre, dall’altra c’è la necessità di esprimere la mia personalità e le esperienze che ho maturato nel tempo.

Una delle caratteristiche più interessanti di Verso casa è il modo in cui affronta il passato senza trasformarsi in un disco nostalgico. Le esperienze diventano qualcosa da comprendere e da trasmettere. Quanto è stato importante scrivere pensando a tuo figlio?

È stato fondamentale. Mio figlio mi ha fatto ritrovare la voglia di esprimermi, una cosa che mi mancava da un po’ di tempo. È stato uno dei motori che hanno dato vita a queste canzoni.

In fondo, considero i brani del disco dei racconti che lascio a lui. Sono storie, esperienze e riflessioni che potrà ascoltare quando vorrà, magari in momenti diversi della sua vita. Mi piace l’idea di poter comunicare qualcosa di mio e di lasciare una traccia attraverso la musica.

Non penso necessariamente a un insegnamento da trasmettere in modo diretto. Mi interessa piuttosto raccontargli quello che ho vissuto, anche le cose meno belle, perché fanno parte dell’esperienza umana. Un giorno potrà ascoltare queste canzoni e trovare qualcosa in cui riconoscersi, oppure semplicemente conoscere meglio suo padre.

È questo che rende il disco così personale. Scrivere pensando a lui mi ha permesso di guardare al passato non soltanto come a qualcosa da ricordare, ma come a un insieme di esperienze che possono ancora avere un significato nel presente e nel futuro.

In questo senso, la musica sembra diventare una sorta di messaggio lasciato nel tempo. C’è una canzone del disco che esprime in modo particolare il tuo amore per la musica e quello per tuo figlio?

È una canzone che ho scritto pensando a mio figlio, ma anche a me stesso. In un certo senso, è un brano che avrei voluto sentirmi raccontare e cantare quando ero più giovane.

Questa doppia prospettiva è importante per me. Da una parte c’è il desiderio di lasciare qualcosa a lui, di raccontargli una parte della mia esperienza e di offrirgli una storia nella quale potrà riconoscersi. Dall’altra, mentre la scrivevo, pensavo anche a quello che avrei voluto ricevere io, a ciò che mi sarebbe piaciuto sentirmi dire.

Per questo la canzone ha una doppia valenza: parla a mio figlio, ma in qualche modo parla anche al ragazzo che sono stato. La musica permette di mettere in relazione momenti diversi della vita e di dare una forma a emozioni che magari non è sempre facile esprimere in un altro modo.

Il disco si apre con Selvaggio, un brano che mette a confronto il presente con un passato in cui la quotidianità sembrava meno connessa. Quanto è stato importante accettare il cambiamento per riuscire a scrivere questo album?

La chiave è proprio l’accettazione. Chi fa questo mestiere tende a rimanere, almeno in parte, un eterno adolescente. Si rischia di pensare che le cose non cambieranno mai, anche perché si vive spesso dentro una specie di bolla nella quale il tempo sembra scorrere diversamente.

Per me, invece, è stato fondamentale accettare che una determinata fase della mia vita fosse finita. Oggi guardo a quel periodo con occhi diversi. Ci sono aspetti che ricordo con dolore, ma ho capito che fanno parte della crescita e che non posso semplicemente ignorarli o fingere che non siano mai esistiti.

Credo che il disco sia nato proprio quando sono riuscito ad accettare questa realtà. Se non avessi fatto pace con il fatto di essere cambiato, probabilmente non sarei riuscito a scrivere queste canzoni. Non avrei avuto la stessa libertà di guardarmi indietro e raccontare quello che ho vissuto.

Selvaggio apre quindi il percorso proprio perché mette al centro questa consapevolezza. Non si tratta di rimpiangere un tempo passato o di stabilire che fosse necessariamente migliore, ma di riconoscere che appartiene alla nostra storia e che possiamo continuare a portarne con noi una parte, senza rimanerne prigionieri.

L’accettazione ritorna anche in Lambrate, che riporta alla tua esperienza dei primi anni a Milano. Che cosa rappresenta oggi quel luogo e perché hai sentito il bisogno di raccontare quel periodo?

Lambrate nasce dalla stessa consapevolezza: ho accettato di non essere più quel ragazzo. Quando sono arrivato a Milano vivevo le prime esperienze, le prime storie sentimentali e una fase della vita nella quale certe situazioni potevano sembrarmi già molto stabili, mentre in realtà rappresentavano soltanto l’inizio di qualcosa.

Lambrate è stato il primo posto in cui mi sono trasferito quando sono arrivato in città. Mi piaceva l’idea di tornare con la memoria a quel periodo, di raccontarlo e di osservare quanto sia cambiato il mio modo di vedere le cose.

Anche questa è una delle storie che mi interessa lasciare a mio figlio. Vorrei che attraverso le canzoni potesse conoscere alcune esperienze della mia vita, capire chi ero e scoprire che cosa mi ha portato a diventare la persona che sono oggi.

Credo che il passato acquisti valore proprio quando riusciamo a guardarlo senza idealizzarlo. Non siamo più le persone che eravamo, ma quelle esperienze continuano a far parte di noi. Raccontarle significa riconoscerle e, in qualche modo, fare pace con il tempo che è trascorso.

Il primo brano con cui hai presentato il progetto è stato Povero me, una canzone che affronta alcuni aspetti meno edificanti della natura umana. Da dove nasce l’idea di raccontare anche l’invidia, le tentazioni e i nostri limiti?

Povero me racconta proprio alcuni degli aspetti meno belli dell’essere umano. Anche in questo caso, è una storia che vorrei lasciare a mio figlio, perché possa ritrovarci qualcosa se un giorno dovesse vivere situazioni simili.

Nella canzone c’è, per esempio, l’invidia nei confronti di un avvocato che ha una moglie bellissima. È una cosa che può sembrare una stupidaggine, ma nella vita succede di provare sentimenti di questo tipo. Non sempre siamo capaci di controllare le nostre tentazioni o di comportarci nel modo in cui vorremmo.

Mi interessava raccontare proprio questo: può capitare di essere schiavi dei propri lati negativi, dei propri limiti e di desiderare qualcosa che appartiene a qualcun altro. Non è necessariamente una parte di noi di cui andare fieri, ma è una parte dell’esperienza umana che non possiamo fingere che non esista.

Attraverso questa canzone vorrei far capire a mio figlio che certe debolezze non sono qualcosa di estraneo alla vita. Sono situazioni nelle quali ci si può ritrovare, ed è importante riconoscerle. In questo senso, Povero me è una delle storie più dirette del disco: racconto qualcosa che ho osservato e vissuto, facendo capire che anch’io sono passato attraverso esperienze e contraddizioni di questo tipo.

Dal punto di vista musicale, Verso casa è un disco molto suonato, nato dal lavoro collettivo e dal piacere di ritrovarsi in sala prove. Quanto è stata importante questa dimensione condivisa nella costruzione dell’album?

È una componente fondamentale del disco. La musica nasce anche dal piacere di stare insieme, suonare e trovare un’intesa all’interno della sala prove. È una dimensione nella quale mi riconosco molto, perché permette alle canzoni di svilupparsi attraverso il confronto e l’energia che si crea quando si lavora insieme.

Per me la musica non è soltanto il momento in cui si scrive un brano o si registra una versione definitiva. C’è tutto quello che succede prima: provare, sperimentare, ascoltare gli altri e capire in quale direzione può andare una canzone. È un processo che può portare a risultati interessanti proprio perché non tutto è stabilito in partenza.

Questa energia è una delle cose che vorrei conservare anche dal vivo. Il disco racconta esperienze personali, ma la sua dimensione musicale è anche collettiva e ha bisogno di essere condivisa. Portare queste canzoni sul palco significa farle vivere in un contesto diverso, nel quale possono assumere una nuova forma grazie al rapporto con i musicisti e con il pubblico.

Adesso che Verso casa è pronto a incontrare il pubblico, come immagini il passaggio dal disco ai concerti? Qual è l’aspetto che attendi maggiormente del ritorno sul palco con queste nuove canzoni?

È probabilmente la parte più facile per me, perché sul palco vado a fare quello che mi viene più naturale. Suonare è il mio lavoro e, soprattutto, è il luogo in cui mi sento completamente a mio agio.

Se c’è un aspetto che può risultarmi più complicato, semmai, è raccontare determinate cose a parole. Sono una persona che tende a esprimersi più attraverso quello che fa che attraverso quello che dice. Con la musica, invece, riesco a trovare il mio modo di comunicare.

Non vedo l’ora di portare queste canzoni dal vivo e di inventare qualcosa sul palco. Mi piace l’idea che il disco possa trasformarsi durante i concerti, che ci sia spazio per l’energia del momento e per tutto quello che può nascere suonando insieme.

Sono molto curioso di vedere come il pubblico accoglierà questi brani e come reagirà alle storie che ho scelto di raccontare. Verso casa è un album personale, ma quando una canzone arriva alle persone smette di appartenere soltanto a chi l’ha scritta. È lì che può iniziare un nuovo percorso, diverso da quello che avevo immaginato durante la composizione.

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