Intervista a Francesca Michielin, che racconta Magia Bianca, Magia Nera: le nuove sonorità, le streghe, la libertà artistica e il Tour nei Teatri.
Francesca Michielin torna a esplorare il proprio universo artistico con Magia Bianca, Magia Nera, il nuovo progetto discografico in uscita il 30 ottobre per Columbia Records / Sony Music Italy. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Un lavoro che unisce musica, spiritualità, immaginario medievale e figure femminili, trasformando l’oscurità in uno spazio di conoscenza e consapevolezza.

Dopo Magia Bianca, l’artista sceglie sonorità più estreme, aprendosi al metal, alla darkwave e alle atmosfere gotiche.
Un percorso nato come concept dedicato alle streghe e sviluppato seguendo il ciclo delle stagioni e la ruota dell’anno.
Al centro ci sono la libertà di essere sé stessi, il recupero di figure femminili dimenticate e la necessità di superare i ruoli imposti dalla società.
Accanto alla ricerca sonora, prende forma un progetto visivo e narrativo che accompagnerà anche il nuovo Tour nei Teatri 2026.
Lo spettacolo sarà costruito in otto atti, tra costumi, scenografie, performer e nuove versioni dei brani del repertorio. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.
In questa intervista a iMusicFun, Francesca Michielin racconta la genesi del progetto, le sue ispirazioni e il desiderio di mettere al centro autenticità e fragilità.
Intervista a Francesca Michielin, il nuovo progetto “Magia Bianca, Magia Nera”
Francesca, Magia Bianca, Magia Nera rappresenta il secondo capitolo di un percorso dedicato alla magia e alle sue molteplici sfaccettature. Come è nata l’idea di sviluppare questo progetto in due momenti distinti?
In realtà, il progetto è nato circa un anno fa, quando avevo appena concluso il capitolo dell’Arena di Verona e mi stavo chiedendo se fosse arrivato il momento di prendermi una pausa e magari scrivere un disco più avanti. Il periodo di Halloween mi ha sicuramente aiutata a entrare in questo immaginario e ho iniziato a pensare a un concept album sulle streghe.
Mentre lo sviluppavo, mi sono resa conto che mi sarebbe piaciuto sperimentare l’idea di un progetto episodico, in continua evoluzione, anziché pubblicare tutto in una volta. Volevo che il pubblico potesse entrare gradualmente in questo universo, seguendo il ciclo dei sabba e la ruota dell’anno. Il percorso è iniziato il primo maggio con Una donna non può, è proseguito il 25 settembre con La mia ragazza, in occasione dell’equinozio d’autunno, e arriva ora a Magia Bianca, Magia Nera, in prossimità di Samhain, la ricorrenza legata al passaggio verso la parte più buia dell’anno.
Le due anime si ricongiungono: Magia Nera è un’evoluzione di Magia Bianca, un percorso ancora più introspettivo e viscerale, tanto nelle sonorità quanto nei testi. I due capitoli sono sempre stati concepiti insieme: uno è più luminoso e festoso, l’altro più oscuro e cimiteriale. Era importante abbracciare l’intero ciclo della ruota dell’anno.
Hai raccontato che i due capitoli sono nati da una stessa concezione artistica. Quanto è stato impegnativo sviluppare un progetto così articolato e quanto spazio hai lasciato alla selezione dei brani?
Ho iniziato a lavorare in studio il primo a dicembre e la sessione si è conclusa più o meno tra marzo e aprile, anche se ho continuato a occuparmi delle produzioni durante l’estate. Ho scritto tutto in pochissimo tempo: credo di aver composto una ventina di brani nell’arco di un paio di mesi. Naturalmente ho dovuto fare una selezione e alcuni pezzi sono rimasti allo stadio di bozza.
La parte più scura, in realtà, è stata tra le prime a essere concepita. Alcune idee sono state sviluppate successivamente, ma a livello concettuale tutto è nato insieme. Era un progetto molto impegnativo, perché richiedeva una visione complessiva e una grande attenzione a ogni dettaglio.
Dal punto di vista musicale, Magia Nera si spinge verso territori più estremi, tra metal, darkwave e sonorità gotiche. Che cosa ti ha spinta a esplorare questa dimensione e quanto è stato naturale oltrepassare i confini del pop?
Era un passaggio quasi inevitabile. La prima parte del progetto si ispirava molto alla dungeon synth, un genere legato all’immaginario dei videogiochi, del fantasy e di determinate atmosfere ambient. A un certo punto, però, ho sentito la necessità di tornare alle radici di quel mondo, quindi al metal, all’hardcore e alla darkwave.
Sono universi che mi hanno sempre affascinata. Sono cresciuta ascoltando gruppi come i Blind Guardian e gli Evanescence, artisti che hanno saputo intrecciare musica alternativa, immaginario gotico e dimensione fantasy. Anche il metal degli anni Novanta ha spesso dialogato con atmosfere che oggi ritroviamo nella dungeon synth.
Mi sembrava naturale che, nel momento più oscuro dell’anno, anche la ricerca sonora diventasse più cupa e introspettiva. Non volevo semplicemente rendere più scuro ciò che avevo già fatto, ma approfondire un linguaggio che sento molto vicino e che avevo voglia di esplorare senza limitazioni.
Nel corso della tua carriera hai pubblicato dischi molto diversi, costruendo aspettative precise nel pubblico. Con questo progetto sembra emergere una maggiore libertà nel seguire la tua identità musicale. Hai dovuto liberarti anche dal timore di deludere chi ti ascolta?
Penso che a volte un artista, per paura di deludere le aspettative, finisca per deludere ancora di più, perché cerca di fare ciò che gli altri si aspettano da lui.
Nel mio percorso ho realizzato dischi molto identificativi fin da quando ero giovane. Quando hai ventun anni e pubblichi un album che contiene canzoni come L’amore esiste e Nessuna separazione, è inevitabile che il pubblico costruisca determinate aspettative. Con 2640 se ne aggiungono altre e, a un certo punto, puoi ritrovarti a sperimentare anche per il timore di disattendere ciò che gli altri si aspettano.
A volte si finisce per diventare dei bravi soldatini: si entra in studio, si realizza il pezzo radiofonico, si cerca di accontentare la discografia. Magari la canzone è bellissima e funziona anche molto bene, ma questo non significa necessariamente che si crei un legame forte tra l’artista e il pubblico.
Con Magia Bianca, Magia Nera sento di aver trovato una coerenza che forse in alcuni progetti precedenti stavo ancora cercando. Anche il riscontro del tour mi sta dimostrando che c’è molto affetto e che si sta avvicinando un pubblico nuovo. È una cosa che mi rende felice.
Hai raccontato anche di aver incontrato, tra i tuoi ascoltatori, persone provenienti dal mondo metal e appassionati di universi fantasy e videogiochi. Ti aspettavi che un progetto così particolare potesse creare un punto d’incontro tra pubblici diversi?
È una delle cose che mi fanno più sorridere. Durante i firmacopie di Magia Bianca arrivavano persone che mi dicevano: «Mi vergogno, non ti ho mai ascoltata, però questo disco ha qualcosa». Spesso erano metallari che si avvicinavano al mio lavoro proprio grazie a quelle sonorità.
In realtà, anche se Magia Bianca non è un disco metal, ci sono elementi che richiamano quel mondo, perché dungeon synth e metal sono strettamente collegati.
Sto incontrando anche persone che hanno sempre amato l’universo delle streghe, la magia e la ritualità stagionale, ma che magari non trovavano facilmente queste passioni raccontate nella musica pop italiana. Penso anche alle colonne sonore di Skyrim o Zelda: sono riferimenti che spesso condividiamo in privato, tra appassionati, ma che raramente entrano in un disco pop.
Scoprire che queste persone si riconoscono nel mio progetto mi fa capire quanto sia importante dare spazio anche a immaginari meno convenzionali.
La prima traccia, “Viriditas”, è particolarmente simbolica: racconta una ragazza rinchiusa in una torre che decide di aprire il ponte levatoio e tornare alla vita. A cosa ti sei ispirata per costruire questa immagine di liberazione?
Il brano si ispira a Ildegarda di Bingen, una figura che ha riflettuto molto sui conflitti interiori e sulle contraddizioni che ci mettono in discussione nel corso della vita. Ma c’è anche un altro riferimento, un testo di Leonard Cohen intitolato God Is Alive, Magic Is Afoot, utilizzato anche da Florence + The Machine in apertura dei suoi concerti.
Mi interessava il rapporto tra magia e divinità, tra spiritualità e dimensione personale. Anche quando una persona dice di non credere in nulla, esistono comunque aspetti insondabili dell’esistenza con cui prima o poi deve confrontarsi.
In Viriditas c’è proprio il tentativo di liberarsi da alcune gabbie interiori per abbracciare una visione diversa. La viriditas richiama il rigoglio, il verde e la forza generativa della natura. Nell’immaginario di Ildegarda di Bingen, la luce può essere legata alla fede; poi ciascuno può attribuirle il significato che sente più vicino. Per me è importante che, anche in fondo a una grotta buia, rimanga sempre la possibilità di intravedere uno spiraglio.
La ricerca sonora passa anche attraverso strumenti e collaborazioni particolari. Per “Viriditas”, per esempio, avete coinvolto un produttore proveniente dal mondo metal. Quanto conta, per te, circondarti di persone capaci di portare nel progetto competenze e sensibilità differenti?
Per Viriditas abbiamo lavorato con Gabriele Gramaglia, conosciuto come Cosmic Putrefaction, un musicista e produttore legato al mondo metal e alla scena alternative. È stata una scelta molto precisa, perché volevamo che quel brano avesse una componente sonora davvero coerente con il suo immaginario.
Nel disco ci sono tantissime tastiere, synth e chitarre, ma anche strumenti e soluzioni meno convenzionali. Mi piacciono molto i suoni degli anni Ottanta, dai sintetizzatori alle timbriche che ritroviamo in artisti come Enya. È un universo sonoro che continuo ad amare e che convive con la dimensione medievale e fantasy del progetto.
Per me sperimentare significa anche mettere insieme elementi che, a prima vista, potrebbero sembrare distanti. La ricerca diventa interessante proprio quando riesci a trovare un punto di contatto tra mondi diversi.
Un altro elemento centrale del progetto è il recupero di figure femminili poco conosciute, dalla storia di Katherina Hetzeldorfer alle divinità e alle figure mitologiche come Ecate e Brigid. Quanto è importante riportare alla luce queste storie?
È una constatazione abbastanza semplice: quando andavo alle superiori, non ho studiato molte poetesse e non avevo la percezione che nella storia ci fossero così tante donne importanti. Lo stesso vale per i libri di storia. Ci sono tantissime figure femminili che non vengono raccontate abbastanza.
Mi ha colpita, per esempio, la vicenda di Katherina Hetzeldorfer, una donna vissuta nel Quattrocento, la cui storia ho scoperto quasi per caso in un libro francese per bambini dedicato a figure femminili considerate streghe o comunque alternative. È stata condannata per la sua omosessualità, ma ancora oggi la sua vicenda è poco conosciuta.
Approfondire queste storie, anche attraverso la mitologia, mi ha permesso di comprendere meglio la realtà che mi circonda e di scrivere con una maggiore consapevolezza. Le figure femminili e gli archetipi mi hanno aiutata a dare al progetto una visione più precisa. Magia Bianca era una sorta di grande introduzione, mentre Magia Nera entra più nel cuore del discorso e affronta tematiche più specifiche.
Il concetto di strega contemporanea è ancora attuale, soprattutto se pensiamo alla paura sociale nei confronti delle donne libere, ambiziose e fuori dagli schemi?
Le streghe di oggi sono donne che non rientrano nello schema che la società vorrebbe imporre loro. E, proprio per questo, fanno paura. Ciò che è diverso ci spaventa da sempre, da secoli.
Oggi, però, abbiamo gli strumenti per fare uno sforzo e provare a comprendere che la diversità è una ricchezza. Ognuno dovrebbe essere libero di sentirsi sé stesso e di esprimere la propria essenza.
Per me era importante raccontare donne che non si limitassero a interpretare un ruolo prestabilito, ma che riuscissero a trasformare l’esclusione in uno spazio di libertà. È un tema che attraversa tutto il progetto e che riguarda, naturalmente, non soltanto le donne, ma ogni essere umano.
In “Danza Macabra” la morte diventa un rituale collettivo, mentre il riferimento al memento mori invita a confrontarsi con la caducità dell’esistenza. Perché hai scelto di affrontare un tema così oscuro attraverso una dimensione musicale anche liberatoria?
La danza macabra è un vero e proprio topos letterario e artistico, molto presente nel Medioevo. C’è, per esempio, una grande rappresentazione pittorica a Clusone, in provincia di Bergamo, che racconta proprio questo confronto con la morte.
Il concetto del memento mori ci ricorda che, prima o poi, moriremo tutti. Eppure spesso abbiamo paura di parlarne, come se affrontare l’oscurità significasse necessariamente esserne sopraffatti.
A me interessava esorcizzare questa paura, provare a parlarne serenamente e persino a danzarci sopra. È un immaginario che attraversa anche la cultura popolare: pensiamo a Thriller di Michael Jackson o alle reinterpretazioni più contemporanee della danza macabra. Sono modi diversi di confrontarsi con la morte, trasformandola in una rappresentazione che ci permette di guardarla senza esserne paralizzati.
Nel brano compare anche la voce di Emanuela Pacotto, che interpreta una formula tratta dal Faust di Goethe. Mi interessava mantenere quella dimensione rituale e misteriosa, lasciando spazio a qualcosa che non possiamo spiegare completamente.
Accanto alla musica, Magia Bianca, Magia Nera ha un’identità visiva molto precisa. Come è nato il lavoro sul labirinto, sulle copertine e sull’immaginario che accompagna questo progetto?
Dal maggio 2025 lavoro con il direttore creativo Danilo Bubani. Abbiamo iniziato a collaborare in occasione del videoclip di Francesca, quello con l’alieno e le sei ore di trucco prostetico, e da lì abbiamo deciso di proseguire insieme.
Per questo progetto, soprattutto nel momento in cui Magia Bianca e Magia Nera si ricongiungono, abbiamo scelto il labirinto come immagine centrale. È il luogo in cui si arriva dopo un percorso lungo, iniziato a maggio, e al cui centro sono rappresentate le diverse Francesche di questa fase della mia vita artistica.
Stiamo lavorando molto anche con tecniche pittoriche e artigianali, a partire dal nuovo logo. È un approccio che ritroveremo nel tour teatrale: non vogliamo affidarci soltanto agli effetti speciali, ma valorizzare il lavoro manuale, i materiali e la costruzione di un immaginario coerente con la musica.
Da novembre porterai questo universo nei principali teatri italiani. Hai anticipato che lo spettacolo sarà suddiviso in otto atti, dall’ombra alla luce. Come hai immaginato il rapporto tra musica, spazio scenico e racconto?
Sarà uno spettacolo diviso in otto atti, ognuno dedicato a una fase del percorso: si parte dall’ombra e si arriva alla luce, attraversando momenti di rinascita e consapevolezza. Abbiamo individuato diverse figure archetipiche femminili, come la figlia, la custode, la strega e l’amante. Sono immagini che ci permettono di raccontare un percorso che, in realtà, riguarda l’essere umano nel suo complesso.
Ci saranno tutti i brani di Magia Bianca e Magia Nera, insieme alle canzoni del mio repertorio precedente, che verranno riarrangiate in questa nuova chiave. Sul palco ci saranno anche due performer e una band interamente femminile.
Mi piace pensare che ogni luogo in cui si fa musica abbia una propria identità e debba essere sfruttato in modo diverso. Un concerto in montagna, in un club, in un palazzetto o a teatro non può essere lo stesso spettacolo. Il teatro ci permette di lavorare sullo spazio, sui movimenti e sulla relazione tra gli elementi scenici.
Ci saranno molti costumi, oggetti di scena e soluzioni artigianali. Non sarà uno show costruito soltanto attraverso grandi effetti speciali, ma attraverso tanti piccoli dettagli, luci, materiali e movimenti. Vogliamo che il pubblico entri fisicamente e visivamente in questo universo.
“Una spada nella roccia” è una delle canzoni più significative del progetto, perché racconta il coraggio attraverso la vulnerabilità anziché la forza. Perché senti così vicino questo messaggio e che cosa può insegnarci sulle relazioni di oggi?
È una canzone in cui mi riconosco molto. Quando ho visto per la prima volta il film Disney La spada nella roccia, mi ha colpita la figura di Semola: è gracile, non è il più forte, il più ricco o il più aggressivo, ma riesce comunque a compiere un’impresa straordinaria.
Credo che nelle relazioni di oggi ci sia bisogno di un po’ meno performatività e di un po’ più di autenticità. Sembra che anche quando andiamo a fare un aperitivo dobbiamo dimostrare qualcosa, come se ogni momento fosse una performance.
La fragilità, inoltre, è diventata in qualche modo un tema di cui si parla molto, persino una sorta di linguaggio di marketing. Ma quando non è patinata, quando mostra anche i suoi lati più difficili e persino mostruosi, facciamo fatica ad accettarla. Vorremmo che tutto fosse rassicurante, mentre la vulnerabilità è spesso disordinata e contraddittoria.
Per me mostrarsi senza sovrastrutture è un atto di coraggio. La performance teniamola sul palco, nei teatri, con i nostri costumi e i nostri oggetti di scena. Non trasformiamo anche le relazioni in uno spettacolo, perché altrimenti diventano un inferno.
Dopo un progetto così immersivo, che coinvolge musica, ricerca storica, immaginario visivo e spettacolo dal vivo, senti di aver aperto una nuova fase della tua carriera? E quanto sarà difficile separarti da questo universo una volta concluso il tour?
È un progetto in cui sto mettendo tantissimo di me stessa, su più fronti. L’ho concepito con largo anticipo e arrivare a realizzarlo è già stato un grande lavoro. In questo momento sono completamente immersa in questo mondo e voglio viverlo fino in fondo.
Non so ancora quale sarà il passo successivo, e credo sia giusto non doverlo decidere per forza adesso. Per il momento voglio godermi questo percorso, continuare a esplorarlo sul palco e vedere che cosa succederà quando incontrerà il pubblico nei teatri.
È bello quando un progetto riesce a creare uno spazio in cui posso essere libera di sperimentare, senza dover rispondere continuamente alle aspettative degli altri. Credo che questa libertà sia una delle cose più importanti che ho imparato durante il lavoro su Magia Bianca, Magia Nera.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.