Intervista a Francesco Baccini, che parla del ritorno con Nomi e cognomi 2, dell’ironia, degli arrangiamenti orchestrali e del valore delle emozioni nella musica.
A oltre trent’anni da Nomi e cognomi, Francesco Baccini torna con Nomi e cognomi 2, il nuovo album di inediti pubblicato il 30 ottobre 2026 per Azzurra Music. Tredici canzoni che riprendono la formula del disco del 1992, ma con uno sguardo diverso: se allora il cantautore genovese sentiva l’urgenza di provocare e mettere in discussione il mondo che lo circondava, oggi sceglie di raccontare persone e idee che meritano di essere ricordate.
Da Tiziano Terzani a Don Gallo, da Francesco Nuti a Franco Califano, passando per l’amico Carlo Pernat e personaggi immaginari come l’onorevole Gino Piripozzi e il trapper Pino Mirella, ogni brano diventa un ritratto che supera i confini della biografia. Il disco segna anche il ritorno di Baccini a un album solista di inediti dopo quasi vent’anni, trascorsi tra progetti speciali, collaborazioni e riletture del proprio repertorio. Per l’occasione, il cantautore ha scelto di andare controcorrente, affidandosi agli arrangiamenti orchestrali di Mauro Ottolini e a un ampio organico di musicisti, con registrazioni in presa diretta e una ricchezza sonora che attraversa generi e linguaggi.
Nell’intervista, Baccini racconta la genesi del progetto, il senso dell’ironia nella sua scrittura, il rapporto tra strumenti tradizionali e tecnologia e il valore della canzone come forma di racconto. Senza dimenticare l’emozionante storia di “Freak Antoni”, brano scritto dall’artista degli Skiantos e rimasto a lungo in attesa di trovare la propria collocazione discografica.
Intervista a Francesco Baccini, Nomi e cognomi 2
Francesco, l’occasione è speciale: arriva Nomi e cognomi 2, a 34 anni dal primo capitolo. Che cosa rappresenta questo disco nel tuo percorso artistico?
Devo dire che sono passati diciassette o diciotto anni dall’ultimo album di inediti, Dalla parte di Caino, uscito nel 2007. Ma in tutto questo tempo non sono certo rimasto fermo. Ho realizzato Baccini canta Tenco, che mi ha fatto vincere la mia seconda Targa Tenco nel 2012, ho pubblicato un album con Sergio Caputo, tutto swing, per divertimento, e ho lavorato a ArchieFrecce, nel quale ho ripreso le mie canzoni in versione cameristica.
Non avevo, però, neppure la vaga idea di fare un nuovo disco di inediti. Mi ero stufato, anche perché non sono un impiegato della musica: scrivo soltanto quando ho l’ispirazione. E l’ispirazione è difficile da mettere sotto contratto, perché magari arriva oggi e poi torna fra dodici anni. Altrimenti si rischia di realizzare prodotti copiando se stessi, ma non è il mio caso.
Per molto tempo mi sono guardato intorno e mi sono chiesto che cosa c’entrassi con quel mondo. Mi sentivo completamente fuori da certi meccanismi. Poi è arrivata un’idea, come succede sempre quando nasce un disco: raccontare persone di cui vale la pena ricordarsi, perché la musica e le canzoni possono sopravvivere a noi. Il primo Nomi e cognomi era un disco provocatorio: volevo buttare giù tutto. Dopo tanti anni in cui abbiamo buttato giù tutto, però, sono rimaste le macerie. Adesso bisogna ricostruire. E ho pensato che fosse arrivato il momento di dedicare un album a persone che meritano di essere ricordate.
Il primo Nomi e cognomi conteneva già figure controverse e ritratti ironici, da Renato Curcio ad Antonello Venditti, passando per Maradona e Giulio Andreotti. Che cosa è cambiato nel tuo modo di guardare ai personaggi e alla società?
È cambiato soprattutto il mio obiettivo. Nel primo disco c’era una componente di provocazione molto forte, perché sentivo la necessità di mettere in discussione determinati personaggi e situazioni. Oggi mi interessa maggiormente scegliere chi raccontare e perché farlo.
In Nomi e cognomi2 ci sono persone come Tiziano Terzani, Don Gallo, Freak Antoni e Francesco Nuti, figure che per ragioni diverse hanno lasciato qualcosa. Poi ci sono personaggi inventati, che mi permettono di rappresentare un mondo più ampio. È il caso dell’onorevole Gino Piripozzi, che raccoglie in sé caratteristiche e contraddizioni di una certa politica, oppure di Pino Mirella, attraverso il quale mi diverto a giocare con il linguaggio della trap.
Non volevo limitarmi a fare l’elenco dei protagonisti della scena mediatica contemporanea. Avrei potuto scrivere canzoni su persone che occupano oggi le prime pagine, ma avrei finito per regalare loro ulteriore attenzione. Preferisco dedicarmi a chi sento vicino, a persone e idee che mi stanno a cuore. Anche la scelta di chi ricordare e di chi lasciare fuori, in fondo, racconta qualcosa di me e del mio modo di vedere il mondo.
L’ironia è da sempre una cifra distintiva della tua scrittura. Eppure, a volte, il pubblico rischia di prendere alla lettera una parodia. È successo anche con “Pino Mirella”, che riprende il personaggio di Margherita Baldacci. Quanto è importante che l’ascoltatore colga il gioco?
L’ironia, purtroppo, non la capiscono tutti. Se qualcuno considera Pino Mirella una canzone cringe, allora dovrebbe considerare cringe anche Margherita Baldacci e Qua qua quando, perché sono nate tutte dalla stessa voglia di divertirmi e di prendere in giro determinati linguaggi musicali.
All’inizio degli anni Novanta c’erano quelle canzoni da suicidio e mi sono detto: «Va bene, ne faccio una anch’io». È nata così Margherita Baldacci, una parodia di quel mondo musicale. Quando invece è arrivato il revival degli anni Sessanta, non ne potevo più di sentire continuamente quel tipo di sonorità e ho scritto Qua qua quando, costruendo un pezzo finto anni Sessanta. Anche “Passerà”, che portai a Sanremo nel 1997, giocava con gli elementi tipici della canzone sanremese: violini, gabbiani, piccioni, immagini e atmosfere riconoscibili. Era una presa in giro di quel linguaggio, non una sua riproposizione ingenua.
Con Pino Mirella ho ripreso il personaggio di Margherita Baldacci e gli ho dato un’evoluzione coerente con il mondo di oggi. Nella prima canzone era un operaio di fonderia, un poeta di periferia. Oggi, nella mia immaginazione, un poeta di periferia diventa automaticamente un trapper. Così Pino Mirella è diventato un artista trap che mi ha rubato il bisonte insaponato, un’immagine surreale che avevo inventato per la storia di Margherita Baldacci. E io lo inseguo per farmelo restituire.
È uno scherzo, naturalmente, ma non è una parodia fine a se stessa. Mi interessa giocare con i linguaggi contemporanei, esasperarne alcuni aspetti e provare a raccontare qualcosa attraverso il divertimento. Se prendi tutto alla lettera, perdi una parte fondamentale del senso della canzone.
Tra i personaggi del disco ci sono figure che hanno lasciato un segno nella cultura italiana, come Tiziano Terzani, Don Gallo e Francesco Nuti. Che cosa ti spinge a dedicare una canzone a qualcuno? E in che modo il ritratto musicale può diventare uno strumento per conservarne la memoria?
Mi interessa raccontare persone che, secondo me, hanno lasciato qualcosa di significativo. La canzone è uno strumento straordinario per mantenere viva la memoria, perché permette di associare un nome a un’emozione, a una storia, a un modo di essere.
Il senso di Nomi e cognomi2 nasce proprio da questo: scegliere persone che meritano di essere ricordate e dedicare loro una canzone. Non si tratta necessariamente di raccontarne tutta la biografia, né di costruire un ritratto celebrativo. A volte basta un aspetto, un’idea, un tratto della personalità per aprire una finestra su un mondo.
La musica resta oltre noi, così come possono restare le storie che raccontiamo. Per questo mi interessava tornare a un disco costruito intorno ai nomi dei protagonisti. In un momento in cui tutto sembra consumarsi rapidamente, mi piace pensare che una canzone possa contribuire a conservare qualcosa e a far conoscere una persona anche a chi non ha avuto modo di incontrarla o di seguirne il percorso.
Un altro ritratto molto personale è quello dedicato a Carlo Pernat, figura storica del Motomondiale, ma soprattutto tuo amico da trent’anni. Che cosa ti ha colpito di lui al punto da trasformarlo nel protagonista di una canzone?
Prima di tutto, Carlo è un mio amico. Ci conosciamo da circa trent’anni per questioni di fede calcistica. È una persona particolare, che ho visto parlare con personaggi straordinari e con chiunque incontrasse al bar sempre nello stesso modo. Carlo è così: devi prenderlo per quello che è.
Quando, però, comincia a parlare di moto, capisci immediatamente quanto sia competente e quanto ami quel mondo. Nel motociclismo è considerato uno dei grandi protagonisti: è stato un manager, ha scoperto talenti e ha accompagnato il percorso di piloti come Valentino Rossi, Max Biaggi, Marco Simoncelli ed Enea Bastianini. Ha attraversato una parte fondamentale della storia del motociclismo italiano degli ultimi trent’anni.
Ma nella canzone non volevo raccontare soltanto il professionista. Mi interessava anche fotografare la generazione alla quale apparteniamo, quella cresciuta tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Ci sono i ricordi della televisione, dello sport, della famiglia, delle motociclette e delle abitudini quotidiane. È un mondo che oggi può sembrare lontanissimo, ma che ha contribuito a formarci.
Attraverso Carlo ho potuto raccontare anche noi, le nostre radici e le esperienze condivise. Non è un invito a rimpiangere il passato o a sostenere che una volta fosse tutto migliore. È piuttosto un modo per riconoscere da dove veniamo e quanto le esperienze vissute abbiano contribuito a renderci ciò che siamo.
Dal punto di vista musicale, Nomi e cognomi2 colpisce per la ricchezza degli arrangiamenti e per la scelta di registrare in presa diretta con un organico ampio. Perché hai deciso di andare controcorrente rispetto a una produzione sempre più affidata a computer e strumenti virtuali?
Perché oggi si fanno dischi senza musicisti, che vengono quasi considerati inutili: con l’intelligenza artificiale puoi fare moltissime cose. Io, invece, ho voluto andare nella direzione opposta e realizzare un album con più di trenta musicisti, un’orchestra e un lavoro di arrangiamento e direzione artistica affidato a Mauro Ottolini.
Ho conosciuto Mauro in Rai, mentre dirigevo un’orchestra. Siamo diventati amici e, quando mi è venuta l’idea di questo disco, ho pensato di coinvolgerlo. È nato così un lavoro molto ricco, probabilmente il più curato che abbia realizzato dal punto di vista musicale. Ogni canzone cambia genere, ma ciascun brano è stato seguito con grande attenzione sia nell’arrangiamento sia nell’esecuzione.
La registrazione in presa diretta restituisce una dimensione fisica e collettiva alla musica. Ci sono gli strumenti tradizionali, gli archi, i fiati, le percussioni, ma anche timbri meno consueti come il kazoo, il piano Fender e l’organo Hammond. È stato bello lavorare con musicisti che potessero confrontarsi, ascoltarsi e dare ciascuno il proprio contributo.
Non sono contrario alla tecnologia e non ho pregiudizi nei confronti del computer. In questo album c’è anche un brano rap costruito con un loop di batteria e la voce, mentre per la canzone trap ho lavorato con un produttore del genere. Dipende sempre da come si utilizzano gli strumenti: la tecnologia deve essere al servizio di chi crea, non il contrario.
Il rischio è che ci renda pigri, convincendoci che non sia più necessario suonare perché esiste già un suono pronto da utilizzare. Ma ascoltare una chitarra vera è diverso dall’ascoltare un loop di chitarra. Lo strumento suonato porta con sé un’emozione particolare, il gesto di una persona, il suo modo di interpretare la musica.
Nel disco attraversi rock, ballate, ritmi latini, rap e trap. Quanto è importante per te poter cambiare registro senza perdere la tua identità di cantautore?
È fondamentale, perché non mi piace ripetermi. Ogni canzone deve trovare la propria forma, il linguaggio più adatto alla storia che vuole raccontare. Non penso che un cantautore debba necessariamente muoversi sempre all’interno dello stesso genere o utilizzare una formula riconoscibile a tutti i costi.
In Nomi e cognomi2 ogni brano ha una propria identità sonora. Gli arrangiamenti di Mauro Ottolini hanno permesso di valorizzare questa varietà, mettendo insieme strumenti e atmosfere differenti. È un disco che si diverte a cambiare direzione, ma dietro questa libertà c’è un lavoro molto accurato.
Per me, comunque, tutto parte dalla canzone. Fare il cantautore significa far passare delle emozioni attraverso le parole e la musica. La canzone è una cosa strana, un incrocio quasi magico tra poesia e suono. Quando riesce davvero, succede qualcosa che va oltre la somma dei suoi elementi.
In questo senso, cambiare genere non significa rinunciare alla propria identità. Significa cercare ogni volta il modo migliore per raccontare una storia, senza imporle una forma prestabilita. Se una canzone richiede un’orchestra, la si può vestire con un’orchestra; se invece funziona con un loop e una voce, non c’è ragione di aggiungere altro.
Hai raccontato che alcune persone ti stanno scrivendo per dirti di essersi emozionate ascoltando il disco. In un panorama musicale in cui spesso si parla di numeri, classifiche e visualizzazioni, quanto conta ancora riuscire a provocare una reazione autentica nell’ascoltatore?
Per me è proprio questo lo scopo della musica: trasmettere emozioni. In questi giorni mi stanno scrivendo persone che mi raccontano di aver avuto la pelle d’oca ascoltando alcune canzoni, di essersi emozionate oppure di aver riso. È esattamente quello che vorrei ottenere.
Non importa che la reazione sia una risata o un momento di commozione. L’importante è che la canzone arrivi a qualcuno e riesca a provocare qualcosa. La musica non deve necessariamente essere sempre seria o sempre leggera: può far riflettere, divertire, sorprendere, mettere a disagio o commuovere.
Anche per questo ho voluto un disco così vario. Ci sono brani ironici, ritratti personali, storie che fanno sorridere e altre che affrontano temi più delicati. Mi interessa che ogni canzone abbia una ragione di esistere e che non sia soltanto un prodotto da aggiungere a un catalogo.
Quando una persona mi dice che una mia canzone l’ha emozionata, sento che il lavoro ha raggiunto il suo obiettivo. È il motivo per cui continuo a scrivere e a fare musica.
Tra i brani più delicati c’è “Matilde Lorenzi”, mentre “Freak Antoni” ha una storia particolare: è l’unica canzone del disco che non hai scritto tu. Come è nata questa collaborazione e perché hai deciso di inserirla proprio adesso?
Quella di Freak Antoni è una storia a parte. La canzone l’ha scritta lui, e io conoscevo Freak da molto tempo. Ero presente a uno dei primi concerti degli Skiantos, nel 1977, quando seguivo soprattutto la musica classica. Mi trascinarono a vedere questi ragazzi che buttavano acqua sul pubblico e dicevano di tutto. Era un mondo completamente diverso da quello a cui ero abituato.
Un giorno Freak mi telefonò e mi disse che aveva scritto una canzone in un momento molto difficile della sua vita. Mi spiegò che stava davvero male e mi chiese se avessi voluto cantarla. Ci incontrammo a Bologna, andammo in un piccolo studio e, insieme alla sua pianista Alessandra Mostacci, che chiamavamo Mostacciova, realizzammo un provino.
Lui era molto contento del risultato. Io, però, non avevo mai inserito quella canzone in un album, anche perché per anni non ho pubblicato un nuovo disco di inediti. Quando ho cominciato a lavorare a Nomi e cognomi2, mi è sembrato giusto riprenderla e dedicarla a lui.
È una canzone che oggi considero quasi un testamento, l’ultima che ha scritto. Il testo parla della vita e non si riferisce necessariamente a una donna, come potrebbe sembrare a un primo ascolto. È una riflessione che assume un significato particolare conoscendo la storia da cui è nata.
Inserirla nel disco è stato un modo per restituirle finalmente uno spazio e, allo stesso tempo, per rendere omaggio a Freak. Mi sembrava importante che quella canzone non restasse soltanto un ricordo privato di ciò che avevamo condiviso.
Il progetto comprende anche il libro Nomi e cognomi, pubblicato da Baldini e Castoldi, mentre sono in programma diversi concerti. Che cosa cambia quando le storie passano dalla canzone alla scrittura e quanto è importante portare questo repertorio sul palco?
Il libro e il disco nascono da uno stesso sguardo, ma utilizzano strumenti differenti. Con le canzoni racconto persone e storie attraverso la musica, le parole e le emozioni che possono suscitare. La scrittura mi permette invece di soffermarmi maggiormente sui ricordi, sugli incontri e sulle riflessioni che hanno accompagnato il mio percorso.
È un modo per raccontare anche la mia vita attraverso gli altri, ripercorrendo oltre trentacinque anni di musica e di esperienze. I nomi diventano una porta d’accesso a un mondo più ampio, fatto di persone, circostanze e momenti che hanno contribuito a costruire il mio sguardo sulla realtà.
Poi c’è il palco, che per un musicista resta un luogo fondamentale. Un disco può essere molto curato in studio, ma il concerto permette alle canzoni di vivere in una dimensione diversa, attraverso il rapporto diretto con il pubblico e l’energia dell’esecuzione.
Non vedo l’ora di portare dal vivo questi brani e di farli incontrare con le persone che vorranno ascoltarli. In fondo, tutto torna al punto di partenza: raccontare storie, condividere emozioni e lasciare che la musica faccia il suo lavoro.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
