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Intervista a Leon Faun: “Quando ti racconti attraverso la musica devi essere onesto con te stesso”

Leon Faun 2026

Intervista a Leon Faun che da il via a una nuova parentesi creativa con il progetto FASE REM, un album che si muove tra spontaneità, introspezione e ricerca artistica.

L’artista racconta un disco nato senza sovrastrutture, costruito sul flusso creativo e sulla volontà di riscoprire il divertimento originario del fare musica. Al centro del progetto c’è il tema del sogno, inteso come dimensione emotiva e percettiva in cui realtà e immaginazione si confondono continuamente.

“FASE REM” diventa così un viaggio interiore che attraversa fragilità, trasformazioni e dualità, tra luce e oscurità, identità e mutamento. La scrittura si conferma uno spazio di verità assoluta, dove Leon Faun riesce a esprimere emozioni che nella vita quotidiana restano spesso implicite. Il disco non segue una struttura rigida, ma si sviluppa come esperienza sensoriale e narrativa aperta, coerente con la sua estetica visionaria.

Accanto alla dimensione personale emerge anche una riflessione critica sul sistema musicale contemporaneo, in particolare sulla pressione e la mancanza di consapevolezza verso i giovani artisti. Ne nasce un progetto che non vuole dare risposte definitive, ma suggerire percorsi, immagini e stati emotivi. “FASE REM” si configura quindi come un ritorno maturo, libero e profondamente umano.

Intervista a Leon Faun, il nuovo album “Fase Rem”

Questo nuovo album cosa rappresenta nel tuo percorso artistico?
Rappresenta una fase di serenità creativa. È un disco nato dalla spensieratezza e dalla volontà di fare musica in modo totalmente spontaneo, senza pressioni o sovrastrutture.

Dopo un periodo di silenzio discografico importante, oggi si pubblica musica senza pause. Perché hai scelto di fermarti e lavorare su te stesso?
Perché penso sia doveroso farlo in questo lavoro. Quando ti racconti attraverso la musica devi essere onesto con te stesso. Il tempo serve a capire cosa hai davvero da dire.

Quanto hai sentito il bisogno di tornare alla tua essenza artistica rispetto ai lavori precedenti?
Tantissimo. Questo disco nasce proprio dalla spontaneità. Non c’era un’idea preimpostata: ho iniziato a fare musica e, arrivati a “Polvere da sparo”, il primo singolo, ho capito che quello era il percorso giusto.

Il disco vive tra luci e ombre. Quanto è importante per te raccontare le fragilità?
È molto importante. Io uso la scrittura come una forma di terapia. Non sono sempre esplicito, ma chi deve capire capisce. Scrivere mi permette di essere sincero con me stesso.

Rispetto ai lavori precedenti, cosa hai scoperto nella scrittura?
Non direi che ho scoperto qualcosa di nuovo, piuttosto ho riscoperto il divertimento. Fare musica deve essere anche gioco. Negli ultimi anni avevo perso un po’ questa cosa.

Nella tua musica convivono immagini molto diverse. Come riesci a unirle?
Sempre attraverso la spontaneità. I sogni non hanno una struttura logica, e questo disco parla proprio di sogni, non solo notturni ma anche come desideri e visioni. Non ho voluto dare un solo significato.

In “Polvere da sparo” dici “non sono cambiato, sono mutato”. È un punto centrale del disco?
Sì. Dal dolore si impara. Non cambio nella sostanza, ma nel modo in cui affronto emozioni e lavoro. È una trasformazione interna, non identitaria.

Quanto è difficile trasformare le emozioni in musica?
In realtà è uno dei pochi momenti in cui riesco a essere completamente sincero. Davanti al foglio non riesco a mentire, quindi è un processo naturale.

Nei tuoi brani torna spesso la dualità. È qualcosa che vivi anche tu?
Sì, credo che tutti abbiano una parte “oscura” dentro. Io la racconto in chiave personale, spesso anche simbolica o fantasy.

Hai detto che non parli del male ma lo vivi. Cosa significa?
Non mi interessa trattare certi temi in modo diretto. Li vivo, ma preferisco raccontare altro nella musica, concentrandomi su ciò che voglio esprimere davvero.

Alcuni brani sembrano parlare di amore o dipendenza emotiva. È così?
Non sempre. Anche la musica può essere una relazione tossica o intensa. Non parlo solo di persone, ma anche del rapporto con il mio lavoro e con ciò che vivo.

In “Network” sembri criticare il sistema musicale. Ti senti fuori posto nella scena?
In parte sì, in parte no. Non sono un rapper puro, ma arrivo da lì. Mi piace sperimentare e non restare incasellato.

Cosa ti infastidisce della scena musicale attuale?
La mancanza di “pedagogia”. C’è troppa pressione sui giovani artisti e poca attenzione a spiegare davvero come funziona questo mondo, sia a livello umano che contrattuale.

Come avete costruito il sound dell’album?
Non c’è un vero e proprio sound unico. È un flusso: parte più trap e rap, poi evolve verso atmosfere più vicine ai miei lavori precedenti. È tutto nato in modo spontaneo.

Come costruirete il live del tour?
Sarà la parte più divertente. Dobbiamo ancora lavorarci, ma l’obiettivo è trovare un equilibrio tra passato e presente. I live sono la parte più bella del nostro lavoro.

Qui il calendario del tour e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

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