Intervista a Malika Ayane che racconta“cicale”, il nuovo album tra ricerca sonora, libertà, scrittura, emotività e collaborazione con Giovanni Pallotti.
Un disco che arriva dopo un’attesa più lunga del previsto, ma che oggi l’artista presenta con una soddisfazione evidente e con la consapevolezza di aver dato forma a un progetto profondamente personale. Dentro cicale convivono mondi sonori differenti, ma non casuali. Malika e Giovanni Pallotti, co-direttore artistico del progetto, hanno lavorato perché ogni brano potesse dialogare con gli altri, costruendo un’identità complessiva capace di tenere insieme sperimentazione e coerenza.
Il punto di partenza è stato rappresentato da animali notturni e una possibilità, due singoli già pubblicati che dovevano trovare una collocazione naturale all’interno dell’album. Da lì è iniziato un viaggio fatto di chitarre, batterie, arrangiamenti e soprattutto di “mondi infiniti” nascosti dietro ogni suono.
L’apertura affidata a finalmente assume così il valore di una dichiarazione d’intenti, mentre brani come probabile mettono in dialogo entusiasmo e prudenza, desiderio e autotutela.
La scrittura, ancora una volta, rappresenta il centro del percorso di Malika, che racconta l’emotività senza la necessità di razionalizzarla in ogni sua parte. E proprio l’equilibrio tra parola ed emozione sembra essere una delle chiavi dell’album.
Nel disco trovano spazio inoltre collaborazioni nate non da strategie, ma dalla condivisione di una stessa necessità espressiva. Per Malika, infatti, la cosa più preziosa è incontrare persone capaci di aprire ciò che hanno dentro e trasformarlo in musica senza paura. Ne nasce un album che non cerca scorciatoie e che, soprattutto, non vuole essere una semplice raccolta di canzoni. cicale ha un percorso, un’identità, una direzione.
In questa intervista Malika Ayane ci racconta proprio quel viaggio: dalla costruzione del suono al rapporto con le emozioni, dalla scrittura alle collaborazioni, fino alla libertà che continua a essere una delle parole chiave del suo percorso.
Intervista a Malika Ayane, il nuovo album “cicale”
Malika, partiamo da cicale. Il disco arriva dopo cinque anni dal tuo ultimo progetto discografico e anche dopo un’attesa più lunga del previsto. Oggi che finalmente è uscito, che sensazione hai?
Sono molto contenta. È vero, ha richiesto un tempo più lungo del previsto per uscire, però adesso che è arrivato sono davvero felice. Il fatto che stia ricevendo commenti molto positivi mi “scava dal cuore”, perché quando lavori così tanto a un progetto hai inevitabilmente bisogno di capire se quello che hai costruito riesce ad arrivare anche agli altri. È un disco al quale tengo moltissimo, soprattutto perché sento che rappresenta una continuazione del mio percorso ma, allo stesso tempo, apre anche delle porte nuove.
Una delle caratteristiche che colpisce immediatamente è proprio la varietà sonora. Ci sono mondi molto differenti tra loro, ma l’album riesce comunque a mantenere una sua identità. Come avete lavorato per trovare questo equilibrio?
La cosa curiosa è che siamo dovuti partire da animali notturni e una possibilità, perché non mi era mai capitato di dover integrare dentro un album due singoli già usciti. Io e Giovanni Pallotti, che è il co-direttore artistico, non volevamo assolutamente che questi due brani diventassero due anomalie rispetto al resto del disco. Per noi un album non può essere una cozzaglia di canzoni messe una accanto all’altra. Deve avere un percorso. Quindi siamo partiti dagli elementi che caratterizzavano quei due pezzi e abbiamo cercato di capire come poterli declinare negli altri brani.
Il risultato è che le canzoni sono molto diverse tra loro, hanno proprio dei mondi distinti, però esistono degli elementi che permettono loro di convivere. Ed è stato divertente andare a fondo delle sonorità. Perché dici “c’è una chitarra”, “c’è una batteria”, ma dentro una chitarra o dentro una batteria possono esserci davvero mondi infiniti.
Quindi la ricerca sonora non è stata soltanto una questione di strumenti, ma soprattutto di linguaggio?
Assolutamente. Fare un elenco di strumenti sarebbe quasi riduttivo. Puoi dire chitarra, batteria, basso, elettronica e fermarti lì, ma poi bisogna capire come vengono utilizzati, che atmosfera costruiscono, che funzione hanno all’interno di una canzone. La ricerca è stata proprio quella di trovare una forma diversa per ogni brano, senza però perdere il senso dell’album nella sua interezza. Per me era importante che ogni canzone avesse il proprio spazio e la propria personalità, ma che alla fine l’ascolto restituisse comunque un racconto unico.
L’album si apre con finalmente, che sembra quasi una dichiarazione d’intenti. Quanto era importante cominciare proprio da quella canzone?
Era importante, anche perché finalmente è stata la prima canzone in assoluto a essere scritta per questo album. Per un certo periodo ho persino pensato di modificare il testo, perché mi sembrava troppo esplicito, quasi troppo ingenuo. Poi ho capito che forse era proprio quello il punto. A volte sentiamo la necessità di complicare le cose, di cercare una forma più sofisticata, quando invece è importante semplicemente dire qualcosa. Credo che anche la poesia possa passare dall’essenziale. E quindi quella canzone è rimasta esattamente così, con la sua semplicità e con la sua immediatezza.
Nel disco emerge molto anche il tema dell’emotività. Sembra che tu abbia imparato a lasciarla fluire senza cercare necessariamente di controllarla. È davvero così?
Sì, anche se me ne sono resa conto soprattutto a posteriori. Non è stato un processo volontario nel senso più razionale del termine. Solo dopo aver ascoltato il disco ho capito quanto avessi cercato di bilanciare i momenti nei quali doveva emergere molto di più l’emozione e quelli nei quali invece doveva avere più spazio la parola. In alcuni casi ho cercato quasi di separarle, per poi riunirle quando poteva essere più efficace. Forse semplicemente con il tempo ho imparato a misurare meglio le cose che devo gestire. Non sento più il bisogno di spiegare tutto o di razionalizzare ogni emozione. A volte è molto più interessante raccontare quello che succede mentre lo si sta vivendo, senza necessariamente trovare una definizione.
Questo equilibrio tra impulso e consapevolezza si ritrova molto bene in probabile, una canzone d’amore che però mette insieme entusiasmo e prudenza. Quanto è importante, oggi, l’autotutela?
probabile è una canzone che amo molto proprio per questo. A un certo punto bisogna ricordarsi che è bellissimo gettarsi nelle cose, ma che non è necessario farlo sempre. Bisogna sapere che possiamo farlo, che possiamo rischiare, che possiamo lasciarci coinvolgere, ma anche capire che l’autotutela non è necessariamente una rinuncia o un sacrificio. A volte è semplicemente il tempo giusto che ci prendiamo per valutare una situazione prima di viverla completamente. Mi affascina molto questa idea perché non credo che la prudenza debba essere per forza nemica dell’entusiasmo. Anzi, forse imparare a dosarli è una forma di consapevolezza.
Nel disco ci sono autori e collaboratori con cui hai già lavorato e altri incontri nuovi. Oggi cosa cerchi realmente in una persona con cui condividere una canzone?
La somma di tutte le persone con cui ho lavorato, vecchi amici e nuovi incontri, per me ha valore quando c’è una volontà comune. Cerco qualcuno che senta, come sento io, il desiderio di aprire quello che ha dentro e trasformarlo in musica senza paura che quella cosa possa non funzionare o non arrivare nella forma di una canzone. Questo è l’aspetto che mi interessa maggiormente. La cosa più straordinaria che è successa con questo disco è che nessuna di queste canzoni è nata dicendo: “Dai, scriviamo una canzone con una finalità precisa”. Non c’era una costruzione strategica. Lo considero un valore prezioso e che mi terrò stretta anche per i prossimi lavori.
Quindi quanto conta, oggi, la libertà nel tuo modo di fare musica?
Tantissimo. La libertà è sempre stata una componente fondamentale del mio percorso. E credo che significhi soprattutto poter seguire ciò che senti senza cercare continuamente una giustificazione esterna. Anche in cicale ho cercato questo: lasciare che le canzoni trovassero la propria strada, senza imporre loro una direzione soltanto perché poteva sembrare più conveniente. Quando una canzone nasce davvero da una necessità, secondo me si sente. E questo, per me, vale più di qualsiasi altra cosa.
Cosa speri che rimanga di cicale nell’ascoltatore?
Spero che rimanga un percorso. Non vorrei che fosse percepito semplicemente come una raccolta di dieci canzoni, ma come qualcosa che ha una sua evoluzione interna. Mi piacerebbe che ogni ascolto facesse emergere qualcosa di diverso, perché è esattamente quello che è successo a me durante la lavorazione. E soprattutto vorrei che si sentisse che dietro ogni brano c’è stata una ricerca vera. Un disco, per me, deve essere questo: un insieme di canzoni che hanno una ragione per stare insieme. E credo che cicale abbia trovato la sua.
Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
