Mauro Repetto

Mauro Repetto in un’intervista si racconta tra musica, teatro e libertà creativa; con il nuovo singolo In riva a te e lo spettacolo Ho trovato Spider-Woman, l’artista inaugura un 2026 all’insegna di un racconto ironico, profondo e attualissimo dell’universo “lui e lei”.

Tra riflessioni sull’innamoramento, sul ruolo della donna come vera supereroina contemporanea e sul dialogo continuo tra canzone e narrazione teatrale, Repetto conferma una visione artistica personale, libera e in costante evoluzione. In questa intervista ripercorre il suo presente creativo, il rapporto con il pubblico e il senso più autentico del suo fare arte oggi.

Intervista a Mauro Repetto

Il 2026 si apre in modo molto positivo con il nuovo singolo In riva a te. Che tipo di brano è e cosa rappresenta per te?
In riva a te è un brano pop rock che celebra l’universo “lui e lei”. Nasce dalla voglia di fare qualcosa che mi piace davvero: scrivere, cantare, mettere in scena quello che poi racconto anche a teatro. È un omaggio alle donne, che per me hanno dei veri e propri superpoteri, e alla necessità di “approdare” sempre alla donna, di conquistarla e non smettere mai di giocare la partita fino al novantesimo minuto.

Il brano racconta la fase dell’innamoramento più che l’amore compiuto. Perché ti interessa così tanto questo momento?
Perché è il momento più bello dell’amore: quello dinamico, quando nuoti verso la boa e sei a pochi metri dall’obiettivo. È lì che si gioca tutto. Quando una donna ti dice “io ci sto finché tu vuoi”, sembra una frase rassicurante, ma in realtà ti obbliga a giocare sempre tu, senza mai smettere. È qualcosa di comico, drammatico e tragico allo stesso tempo.

La canzone entrerà anche nello spettacolo Ho trovato Spider-Woman. Nasce prima la musica o il racconto teatrale?
Nasce sempre prima il racconto teatrale. Il contenuto è la spina dorsale di tutto. La musica per me è come un accessorio di lusso: un braccialetto, un vestito che valorizza il testo. Il contenuto viene prima di tutto.

Come dialogano concretamente canzoni e racconto sul palco?
Partono sempre da situazioni quotidiane apparentemente leggere, ma che nascondono un iceberg sotto. Racconto episodi comuni, come il “sequestro” all’IKEA o la responsabilità di un rapporto che si gioca “su un deca”, e da lì nasce l’introduzione a una canzone. Il pubblico ride, ma sotto c’è sempre qualcosa di molto profondo.

Con Ho trovato Spider-Woman c’è un salto narrativo importante: dalla figura dell’eroe maschile alla supereroina femminile. Da dove nasce questa esigenza?
Da una riflessione ispirata anche a una frase di Renato Zero, contenuta nella canzone La Favola Mia. Le donne indossano mille costumi ogni giorno – madre, professionista, amante – per proteggere e reggere il mondo. Noi uomini, invece, a volte indossiamo un costume da codardi per non farci riconoscere perché non ci sentiamo all’altezza. Questa differenza mi ha portato a celebrare la donna come vera supereroina contemporanea.

Quanto è stato importante il contributo di Monica De Bonis nello spettacolo?
Fondamentale. Monica è Spider-Woman sul palco e con lei ho scritto anche la commedia musicale. Avere un contraltare femminile era necessario per raccontare davvero l’equilibrio – e lo squilibrio – dell’universo lui e lei, anche nei suoi aspetti più ironici e drammatici.

Credi che musica e teatro abbiano anche un ruolo nel raccontare il cambiamento culturale in atto?
Assolutamente sì. Il teatro è una forma nobile e antica che secondo me oggi è sottoutilizzata. Dovrebbe essere un luogo di dialogo tra contenuto, musica, risate e commozione. Per me è naturale usarlo come trampolino creativo.

Dopo oltre un anno di spettacoli legati alla storia degli 883, cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Mi ha riportato alla comunione col pubblico, a quella sensazione da villaggio turistico in cui scrivi, reciti e condividi tutto con chi ti ascolta. È la dimensione in cui mi sento più a mio agio: scrivere e stare sul palco.

Il pubblico oggi è composto da più generazioni. Te lo aspettavi?
No, soprattutto non mi aspettavo di vedere bambini a teatro. La serie ha sicuramente aiutato le nuove generazioni a scoprire quella storia. Ma io ho sempre bisogno di rimettermi in gioco: finito uno spettacolo, sento subito l’esigenza di guardare avanti.

Ti senti oggi più libero artisticamente?
In realtà mi sono sempre sentito libero. Oggi però questa libertà è più concentrata, più mirata. C’è anche un grande amore ritrovato per l’Italia, che vivo intensamente girandola città dopo città.

C’è ancora spazio per pensare a un album?
Non ci penso minimamente. Oggi ogni canzone è un focus, un accessorio che accompagna un progetto più grande. Mi piace avere brani miei da portare ovunque, chitarra e voce, per colonizzare completamente il mio presente.

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