Moreno 2026

Intervista a Moreno che, dopo dieci anni di silenzio discografico, torna con RE/START, un album che non è solo un nuovo capitolo musicale, ma una vera e propria rinascita artistica e personale.

Un progetto intenso, costruito lontano dai riflettori, tra viaggi, incontri e una profonda ricerca interiore. In queste sedici tracce il rapper ligure mette da parte maschere e sovrastrutture per raccontarsi senza filtri, trasformando cadute, silenzi e ripartenze in musica autentica. RE/START è il racconto di un percorso fatto di resilienza, consapevolezza e fame creativa, arricchito da collaborazioni italiane e internazionali che ampliano i confini del suo suono. In questa intervista Moreno si racconta a cuore aperto, ripercorrendo il senso del disco, la scelta dei brani, le contaminazioni musicali e il significato profondo di questo atteso ritorno.

Questa la tracklist di RE/STARTPre/Giudicato (prod. Max Kleinz, scratch Dj Double S, outro Andrea La Greca, Cosa succede feat. Danti (prod. Max Keinz e Maestro), Karma (prod. Max Kleinz e Lorenzo Tanzi), Crazy feat. Janusz Walczuk (prod Max Kleinz e Ldo), RE/START (prod. Max Kleinz), Mistura feat. MC GUIME (prod. Minerin e Max Kleinz), Colpa del destino feat. Tish (prod. Max Kleinz e Marco Zangirolami), BOOM BOOM CLAP CLAP feat. Enzo Bala (prod. Max Kleinz e Victor Reis), Sex love hate out feat. Tormento (prod. Max kleinz e Mazay), Italia-Brasil feat. Pelé Milflows (prod. Max Kleinz e a Victor Reis), Ah però soda feat. Clementino e Ada Reina (prod. Jason Rooney e Max Kleinz), Skit feat. Favij, Videogame (prod. Jason Rooney e Max Kleinz), Blacklist (prod. Max Kleinz). 

Intervista a Moreno, il nuovo album RE/START

Dopo dieci anni di silenzio discografico torni con un album molto personale. Che cosa rappresenta davvero RE/START nel tuo percorso?
RE/START è esattamente quello che dice il titolo: una ripartenza. Non è un disco fatto per i numeri o per inseguire l’hype, ma per rimettere ordine dentro e fuori. Arriva dopo un lungo lavoro su me stesso, sulla scrittura, sull’identità artistica. In questi dieci anni ho fatto tante cose: ho scritto per altri, ho lavorato a sigle, ho fatto live, sono tornato nel freestyle, ho risposto a dissing. Ma sentivo che, in mezzo a tutto questo “circo” del rap, serviva far parlare la musica. Serviva un disco. E soprattutto serviva che fosse il mio.

Nel disco parli di “giorni grigi, storie finte, amicizie e sogni persi”. Quanto è stato difficile trasformare dieci anni di silenzi, cadute e ripartenze in musica così diretta?
È stato difficile, ma necessario. C’è una frase che lega tutto il progetto e che per me è centrale: “Spero che abbiate fatto il backup”. È un modo ironico ma potentissimo per dire che, guardandomi indietro, non ho rimpianti. Posso migliorare, evolvermi, avere ancora fame, ma non rinnego nulla del mio percorso. Quelle cadute, quei silenzi, fanno parte di ciò che sono oggi. Brani come RE/START, Pre/Giudicato e Blacklist racchiudono tutto questo.

“Pre/Giudicato” apre il disco come un freestyle crudo e diretto. Perché hai scelto proprio questo brano come apertura?
Per un periodo avevo persino pensato di intitolare tutto l’album Pre/Giudicato. Era una possibile focus track. Poi ho capito che quel titolo rischiava di racchiudere il progetto in una lettura vittimistica che non mi rappresentava più. Pre/Giudicato doveva aprire il percorso, sì, ma RE/START doveva essere il centro. Anche graficamente c’è un gioco: “re / star / t”, la T come una croce, il giudizio, la messa in croce. Da lì parte il racconto, che poi esplode musicalmente tra boom bap, scratch e una dimensione molto autentica.

Il disco è anche un viaggio geografico: Italia, Europa, Brasile, Giappone. Quanto conta questa dimensione nel racconto dell’album?
Conta tantissimo. È un viaggio umano prima ancora che musicale. Ogni luogo mi ha lasciato qualcosa e nulla è stato lasciato al caso. Mi sento un po’ come uno chef: vai in giro, assaggi, impari e poi porti quei sapori nel tuo menu. Io ho fatto lo stesso con il rap. Non volevo imitare, ma creare dialoghi veri: portare artisti stranieri nel mio mondo e, allo stesso tempo, raccontare all’estero le nostre eccellenze, da Genova a Napoli, passando per Milano e Torino.

Molti dettagli del disco sembrano piccoli “easter egg”. Quanto è importante per te questo livello di cura?
È fondamentale. Ogni collaborazione, ogni numero di traccia, ogni riferimento ha un senso. Italia–Brasil è la traccia 10 come Pelé. Con Danti l’ho messo su una cassa dritta perché è parte della sua storia e anche della mia. Con Tish sono tornato a un mondo più melodico ed emotivo. Con i brasiliani ho abbracciato completamente il funk. Ogni scelta racconta qualcosa di me.

“Cosa succede” con Danti è uno dei brani chiave del disco. Che ruolo ha nel racconto di RE/START?
È un brano che nasce dal mio modo di giocare con citazioni e riferimenti alla storia della musica italiana. Avevo già scritto due strofe molto real, ma sentivo che mancava qualcosa. Danti ha portato una chiave diversa, ironica ma lucidissima. Dentro c’è una riflessione sull’omertà, sul gossip, sul “nessuno vede, nessuno sente”. È un pezzo che fa sorridere ma colpisce forte.

Nel disco torna spesso il linguaggio digitale e quello del gaming. Perché questo immaginario è così centrale?
Perché fa parte di me. Il gaming mi ha accompagnato, soprattutto negli ultimi anni. È una metafora perfetta dello spettacolo e della vita: livelli, sfide, respawn, restart. In Videogame cito i giochi della mia generazione, dalla PlayStation al Game Boy. Con Favij abbiamo unito due mondi: il king del freestyle e il king del gaming. È un pezzo che ha sorpreso anche chi non ascolta rap.

Hai scelto di chiudere l’album con “Blacklist”, un brano che sembra una resa dei conti. Perché proprio questa chiusura?
Perché è circolare. Blacklist potrebbe stare anche all’inizio, ma quel finale con il “shhh”, il silenzio, era perfetto. È come dire: “Ho detto tutto quello che dovevo dire”. Non volevo fare un dissing infinito o un elenco di nomi. Volevo chiudere un capitolo, lasciare l’ascoltatore solo con il disco, a tirare le somme.

Negli ultimi anni è cambiato anche il tuo rapporto con i social. Che ruolo hanno oggi nel tuo percorso artistico?
Ho capito che dovevo riportare il focus sulla musica. Forse in passato ho mostrato troppo altro, creando confusione. Oggi Instagram e TikTok sono canali fondamentali per far passare la musica, le barre, i freestyle. Posso anche essere leggero, ma non voglio più perdere il centro: io sono un cantante, un rapper. Questo disco è come un figlio: quando esce, hai ansia, paura, aspettative. Ma sono felice di come sta venendo accolto.

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