Intervista ai Blue che, alla vigilia del ritorno in tour in Italia, raccontano il nuovo album “Reflections”, 25 anni di carriera e il legame con il nostro paese.
A venticinque anni dal debutto, i Blue continuano a guardare avanti senza rinnegare il passato. Simon Webbe, Duncan James, Antony Costa e Lee Ryan sono tornati nel 2026 con “Reflections”, un album di 13 brani che raccoglie esperienze personali, ricordi, perdite e nuove consapevolezze. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Il disco nasce infatti da una band profondamente diversa rispetto a quella dei primi anni Duemila. Se allora i Blue raccontavano soprattutto la giovinezza e le emozioni di una generazione, oggi nei loro testi entrano la vita vissuta, la famiglia, le amicizie e le esperienze che hanno segnato il loro percorso.
“Reflections” conserva però il DNA della band, intrecciando pop, rock, soul, R&B e blues, senza cercare una trasformazione radicale. È una scelta consapevole: costruire un nuovo capitolo mantenendo quel legame con il pubblico che ha accompagnato i Blue per un quarto di secolo.
E l’Italia occupa un posto speciale in questa storia. Dai primi passaggi televisivi fino alla partecipazione al Festival di Sanremo nel 2003, passando per concerti e incontri con un pubblico particolarmente appassionato, il nostro Paese è diventato una delle tappe fondamentali della carriera della band.
Ora i Blue si preparano a tornare in Italia con il “The 25th Anniversary Tour”, quattro appuntamenti nei palazzetti di Padova, Milano e Roma nel novembre 2026. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.
Abbiamo incontrato Simon Webbe e Duncan James per parlare del nuovo album, del processo di scrittura, del rapporto con il pubblico italiano, dei ricordi degli esordi e di come è cambiato il modo di vivere e raccontare la musica dopo 25 anni.
Intervista ai Blue
L’Italia occupa da sempre un posto speciale nella storia dei Blue. Cosa continua a riportarvi nel nostro Paese, anche quando gli impegni sono molto ravvicinati?
Simon Webbe: L’aspetto principale sono sicuramente i fan. Se non ci fossero loro, non avremmo la possibilità di tornare così spesso in questo bellissimo Paese. Dopo 25 anni poter ancora andare in tour e avere una fanbase così forte in tutto il mondo è qualcosa di straordinario, ma l’Italia ha sempre avuto un posto speciale nel nostro cuore.
E cosa rende così particolare il pubblico italiano?
Duncan James: Penso che sia soprattutto la passione. Gli italiani amano profondamente la musica e quando vengono ai nostri concerti lo fanno con un coinvolgimento incredibile. Cantano tutte le parole delle canzoni, vivono ogni momento e a volte vediamo persone piangere per l’emozione. Questa passione italiana è qualcosa di bellissimo e molto distintivo.
A novembre tornerete in Italia con il “The 25th Anniversary Tour”. Che cosa deve aspettarsi il pubblico?
Simon Webbe: Questa volta arriveremo con una band dal vivo e penso che questo farà una grande differenza. Mischieremo molti dei brani più conosciuti con quelli nuovi. Non vogliamo anticipare troppo, ma abbiamo avuto una risposta molto positiva a quello che abbiamo fatto finora e vogliamo cambiare un po’ le cose, rendere lo spettacolo diverso da quello che abbiamo proposto normalmente. Ci saranno anche alcuni ospiti speciali, quindi bisognerà venire a scoprirlo.
Come avete costruito l’equilibrio tra i brani di “Reflections” e le grandi canzoni del passato?
Simon Webbe: Abbiamo un direttore musicale davvero molto bravo. Noi gli affidiamo le canzoni che vogliamo suonare e poi è tutto un lavoro di ordine, ritmo e combinazione tra i vari brani. La cosa interessante di “Reflections” è che, soprattutto ascoltando quello che ci stanno dicendo i fan, sembra che possa essere considerato uno dei nostri migliori lavori. Non appare così distante da quello che abbiamo fatto 25 anni fa. È quasi una celebrazione dei primi tre o quattro album, ma con quello che siamo diventati oggi.
Duncan James: I nuovi brani funzionano molto bene accanto alle vecchie canzoni e questo rende lo spettacolo particolarmente naturale.
Se pensate ai vostri primi concerti e alle prime apparizioni in Italia, qual è il ricordo che vi viene immediatamente in mente?
Simon Webbe: Per me sicuramente Top of the Pops. Era un programma enorme e faceva parte della televisione con cui sono cresciuto. Non avevo MTV a casa all’epoca, mentre Top of the Pops era sulla televisione generalista. Ricordo che arrivammo in Italia e salimmo su quel palco che sembrava piccolissimo rispetto alla quantità di persone che erano venute a vederci. È una delle immagini che mi è rimasta più impressa.
Duncan James: Per me invece MTV. Ricordo il balcone in Piazza Duomo a Milano. La prima volta che uscimmo c’erano solo alcuni fan. Poi, circa un anno dopo, tornammo e trovammo una folla enorme. Credo ci fossero circa 30 mila persone. Ci dissero che erano lì per noi e noi eravamo increduli. Sembrava quasi di essere membri della famiglia reale, affacciati dal balcone a salutare tutti. È stato pazzesco.
Oggi quel tipo di televisione musicale non esiste più nella stessa forma. Vi manca quell’epoca?
Simon Webbe: È un peccato che non ci siano più così tanti programmi televisivi e riviste musicali che permettano agli artisti di incontrare il pubblico in quel modo. Però siamo molto felici di essere arrivati da quell’epoca. Era tutto molto più emozionante perché dovevi aspettare. Oggi con il telefono hai accesso immediato a tutto: appena succede qualcosa, i fan vogliono saperlo. Allora, invece, dovevi aspettare la settimana successiva. Se una rivista o un programma annunciava che la settimana dopo ci sarebbero stati i Blue, avevi sette giorni per aspettare quel momento. C’era una costruzione dell’attesa molto diversa.
È un po’ come una serie televisiva. Oggi molte persone aspettano che escano tutti gli episodi per guardarli insieme. Allora dovevi aspettare una settimana per vedere il successivo. Non significa necessariamente che fosse meglio: era semplicemente diverso. Ma quell’attesa creava un’eccitazione particolare.
Uno dei momenti più importanti del vostro rapporto con l’Italia è stato sicuramente il Festival di Sanremo del 2003. Cosa ricordate di quell’esperienza?
Duncan James: Ricordo che ci dissero che avevamo ottenuto Sanremo e noi non sapevamo nemmeno esattamente cosa significasse. La casa discografica era felicissima e ci spiegò che era uno degli show televisivi più importanti d’Italia. Quando siamo saliti su quel palco abbiamo capito davvero quanto fosse grande. Sanremo è stato un momento decisivo per la nostra carriera in Italia. Dopo quella partecipazione le cose sono cambiate. È stato un vero punto di svolta per i Blue nel vostro Paese.
“Reflections” celebra i vostri 25 anni. Quando avete capito che questo era il titolo giusto per l’album?
Simon Webbe: Perché siamo cambiati come persone. Non siamo più quelli di 25 anni fa e oggi abbiamo molte più esperienze da raccontare. Ci sono stati momenti difficili, traumi, momenti bellissimi, persone che abbiamo perso e situazioni sulle quali allora non avevamo nemmeno gli strumenti per riflettere. Crescendo, abbiamo accumulato esperienze che possono essere raccontate attraverso la musica.
E penso che molte persone possano riconoscersi in questo. Crescendo tutti attraversano esperienze simili, hanno ricordi, momenti belli e difficili. Volevamo riflettere su questi 25 anni e allo stesso tempo dare ai fan qualcosa di familiare.
Molte band, quando tornano dopo tanti anni, cercano di reinventarsi completamente. È una scelta artistica assolutamente legittima, ma noi volevamo che “Reflections” fosse qualcosa con cui i fan dei Blue potessero ancora identificarsi. Sono cresciuti con noi e volevamo mantenere quel legame.
Tutti e quattro avete contribuito alla scrittura dell’album. Quanto delle vostre esperienze personali è finito nei nuovi brani?
Duncan James: Scrivere è sempre stato parte della nostra storia. Fin dall’inizio abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare. Il presidente della nostra casa discografica ci incoraggiava a scrivere e ci dava la libertà artistica di mettere il nostro carattere nelle canzoni. Per molte band della nostra generazione questa possibilità non era così scontata.
Per noi, invece, è sempre stato naturale. Con “Reflections” volevamo che ognuno potesse raccontare qualcosa di personale. Abbiamo preso la musica che amiamo, l’abbiamo fatta nostra e abbiamo messo dentro le nostre storie. Sono molto felice che tutti abbiano contribuito all’album e che, nonostante le esperienze individuali, il risultato sia ancora riconoscibilmente Blue.
Quanto è cambiato il vostro modo di scrivere rispetto ai primi anni Duemila?
Duncan James: È cambiato tantissimo. All’epoca scrivevamo canzoni su situazioni molto legate alla nostra età. Scherzando possiamo dire che raccontavamo di guidare con il tettuccio abbassato quando in realtà non avevamo nemmeno una macchina!
Simon Webbe: Esatto. Avevamo pass per i treni e gli autobus, nessuno di noi sapeva davvero guidare! Oggi invece abbiamo una storia alle spalle. Abbiamo vissuto relazioni, abbiamo avuto figli, siamo diventati mariti, abbiamo perso amici e persone care. Tutto questo inevitabilmente entra nella nostra scrittura.
Duncan James: Oggi quello che raccontiamo è più reale e più vicino alla nostra vita. E proprio per questo può essere anche più facilmente condivisibile con chi ci ascolta.
Se poteste tornare indietro e parlare ai Blue dei primi anni Duemila, quale consiglio dareste loro?
Simon Webbe: Di vivere il momento. Assolutamente, vivere il momento. E documentarlo di più. All’epoca non avevamo telefoni con fotocamere e non avevamo la possibilità di fotografare tutto. Oggi molte delle cose che ricordo sono nella mia testa e con il tempo alcuni ricordi diventano meno nitidi. A volte basta vedere una fotografia per riaccenderli completamente.
Alcuni dei nostri ballerini avevano degli album fotografici e quando li abbiamo rivisti è stato incredibile: guardavamo una fotografia e improvvisamente ricordavamo tutto. Quindi direi di vivere pienamente quei momenti e di conservarli. Se ti svegli ogni mattina e stai facendo qualcosa che ami, non sembra nemmeno un lavoro. Devi viverlo fino in fondo.
Dopo 25 anni, cosa sperate che una canzone dei Blue faccia provare a chi la ascolta?
Duncan James: Speriamo che possa riportare alla mente un ricordo. Qualcosa con cui quella persona possa identificarsi e che possa farle rivivere un momento felice o positivo della propria vita. Ogni nostra canzone ha un significato particolare per qualcuno. Ci capita continuamente che le persone vengano da noi e dicano: “Adoro quella canzone, mi ricorda mia madre”, oppure “mi ricorda la mia famiglia”, gli amici, l’università o la scuola.
Simon Webbe: È proprio questo che amiamo della musica. La musica è legata alla memoria. Una canzone può diventare la colonna sonora di un momento della tua vita e rimanere lì per sempre. Credo che questo sia uno dei motivi per cui, dopo tutti questi anni, amiamo ancora così tanto quello che facciamo.
La musica è la sua grande passione, segue come inviata l’Eurovision Song Contest e il Festival di Sanremo. Negli anni ha collaborato con diverse emittenti radiofoniche. Ama i gatti, il Giappone e la cultura manga!
