Levante racconta a Vanity Fair “Dell’Amore il Fallimento e Altri Passi di Danza”, il nuovo album tra amore, rapporto con il padre, maternità e salute mentale.
Levante si racconta a Vanity Fair Italia alla vigilia dell’uscita di “Dell’Amore il Fallimento e Altri Passi di Danza”, il nuovo album disponibile dal 9 ottobre. Un progetto che nasce da una domanda diversa rispetto ai dischi precedenti: non più cosa sia l’amore, ma perché, nella sua esperienza, finisca spesso nello stesso punto.

«Mi interessava capire perché io lo facessi fallire, sempre allo stesso punto», racconta l’artista, spiegando come la scrittura l’abbia portata a confrontarsi con il proprio passato e con le ferite ereditate dalla figura del padre, morto quando lei aveva nove anni. «Oggi mi rendo conto che quell’uomo che avevo santificato perché era morto aveva delle colpe», afferma, parlando di una «durezza» e di un’assenza che hanno segnato il suo percorso.
Al centro del disco c’è anche “Abissale”, il brano che lo chiude e che affronta il tema dell’abbandono e delle strategie utilizzate per proteggersi dal dolore: «Creo una distanza per cui andarmene non sia poi così traumatico».
Oggi, però, Levante racconta un modo diverso di affrontare le difficoltà. Con il compagno Pietro Palumbo, padre della figlia Alma, ha scelto anche la terapia di coppia: «Perché ne vale la pena. E perché tu non muori. Tu non devi morire».
La maternità ha inoltre aperto una fase di grande fragilità, con la depressione post partum e il riemergere di una sofferenza legata alla perdita del padre. Levante parla apertamente anche del ricorso ai farmaci e dello stigma sulla salute mentale: «Sì, e ci tengo a dirlo, perché c’è uno stigma: se vai dallo psichiatra sei pazzo. No, ci vai perché servono delle medicine».
La musica diventa così uno strumento per comprendere il passato, ma anche per superare l’idea di essere vittima degli eventi. «La vita è questo, la vita ti accade», sottolinea Levante, immaginando persino un possibile confronto su questi temi nelle scuole.
Nel nuovo album, infine, l’autorialità resta centrale: «Io mi chiudo da sola in una stanza a scegliere le parole da quando avevo nove anni». Un’affermazione che racchiude il senso di un percorso artistico nel quale scrivere significa ancora una volta interrogarsi, esporsi e provare a lasciare andare ciò che non serve più.
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