A Palazzo Mazzetti di Asti prende vita Paolo Conte. Original, una mostra curata da Manuela Furnari che raccoglie 143 opere realizzate tra il 1957 e il 2023. Danzatori swing, mannequin, pugili, cavalli, piscine, trombonisti e automobili popolano un immaginario visivo che dialoga apertamente con la musica del cantautore.
Una pittura che non è un’attività parallela, ma una parte essenziale della sua identità artistica. Conte lo chiarisce senza esitazioni:
«Musica e pittura per me pari sono. Non solo importanti allo stesso modo, ma preziose. Indispensabili».
La pittura, spiega in un’intervista a D di Repubblica, è rimasta un piacere intatto nel tempo, mentre la musica è diventata mestiere. Ma l’affetto è identico: «Nutro un identico affetto per entrambe».
Disegnare, dipingere, inventare: la noia come scintilla creativa
I primi ricordi grafici risalgono all’infanzia: «Trattori, di cui mi affascinavano meccanica, forma e rumori». E alla domanda se dipingesse per fuggire dalla noia, Conte risponde con una delle sue immagini più efficaci:
«Può darsi che la noia, zitta zitta, quatta quatta, abbia innescato una ribellione inconsapevole persuadendomi a inventare».
Una spinta creativa che non nasce dall’autobiografia diretta. «Nei miei quadri non ho mai parlato di me», dice, sottolineando come anche nelle canzoni abbia sempre cercato di togliersi di mezzo per lasciare spazio ai personaggi.
La musica, il jazz e un percorso non programmato
Nato ad Asti nel 1937, Paolo Conte racconta un’infanzia segnata dalla guerra, «un odore cattivo, malefico», fatto di immagini che il tempo non cancella. Dettagli, volti, mani: tutto confluirà, anni dopo, in una poetica fatta di visioni e atmosfere.
La musica arriva quasi per deviazione. Laureato in legge, avvocato per tradizione familiare, Conte confessa:
«Non sapevo cosa volevo fare nella vita. La mia mania era il jazz». Suonava vibrafono, trombone e pianoforte, fondando un quartetto con il fratello Giorgio.
La voce, inizialmente considerata “difficile”, diventa invece uno dei suoi tratti distintivi. «Mi sono sempre trincerato dietro la musica, il mio scudo, la mia armatura», racconta, negando di sentirsi poeta senza il sostegno delle note.
Scrittura, notte e ispirazione
Conte è un uomo della notte: «Vivevo di notte, che è un’altra cosa». Ed è proprio lì che spesso nasceva l’ispirazione, quando un’immagine improvvisa diventava verso. Come per Una giornata al mare:
«Scorsi un punto all’orizzonte e mi venne l’ispirazione».
La scrittura, però, non è mai forzata. «Quando ti chiedi cosa scrivere sei già nei guai», dice, raccontando con ironia l’episodio del rimario che lo citava già in quarta di copertina.
Successo, Francia e libertà
Il successo internazionale arriva quasi per caso, soprattutto in Francia, dove Conte viene accolto come un autore unico. «È caduto dal cielo e mi ha sorpreso», ammette. Ai francesi che gli chiedevano di definire la sua musica rispose con una formula diventata leggendaria:
«Confusione mentale di fine secolo».
Non ha mai inseguito il successo, né le mode. Ha sempre vissuto “alla periferia dell’impero”, mantenendo una distanza lucida dal presente.
Oggi: pittura, silenzio e attesa
Negli ultimi anni la musica si è fatta più distante. «La musica mi ha abbandonato», confessa con onestà, spiegando di non voler produrre per obbligo o pressione. La pittura, invece, resta un’ancora:
«Mi dà gioia, mi fa sentire ancora in pista, in battaglia. La mostra mi ha reso felice».
E forse è proprio questo il senso di Paolo Conte. Original: non una celebrazione nostalgica, ma la fotografia viva di un artista che continua a interrogarsi, a osservare, a creare. Senza fretta. Senza compromessi.
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