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Seattle, l’avvolgente anima pop della città del grunge

Seattle è molto più della capitale del grunge: da Jimi Hendrix a Nirvana, Pearl Jam e Chris Cornell, un viaggio nella sua straordinaria anima musicale.

Ci sono città che hanno una colonna sonora e poi ci sono città che sembrano essere nate direttamente dentro una canzone. Seattle appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Basta passeggiare per le sue strade, avvicinarsi al waterfront o fermarsi davanti a uno dei tanti luoghi legati alla musica per rendersi conto di quanto il suono faccia parte della vita quotidiana. Seattle è conosciuta in tutto il mondo come la capitale del grunge, ma fermarsi a Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains sarebbe riduttivo.

La storia musicale della città comincia molto prima e continua ancora oggi.

Qui è nato Jimi Hendrix. Qui, qualche decennio più tardi, è esplosa una scena underground destinata a cambiare il rock. Qui hanno vissuto e lavorato artisti che hanno trasformato le proprie inquietudini in canzoni diventate patrimonio di milioni di persone.

E poi ci sono i luoghi. Il Museum of Pop Culture, la memoria di Kurt Cobain, la statua dedicata a Chris Cornell, l’arte di Mark di Suvero e, naturalmente, lo Space Needle. Tutti elementi diversi che raccontano, a modo loro, la stessa città.

Downtown Seattle and Space Needle view from Queen Anne

Foto su licenza Depositphotos

Jimi Hendrix, prima che arrivasse il grunge

Per capire il rapporto tra Seattle e la musica bisogna partire da Jimi Hendrix.

Prima ancora che qualcuno parlasse di grunge, Hendrix aveva già dimostrato che da questa parte degli Stati Uniti poteva nascere qualcosa di completamente nuovo. Nato a Seattle nel 1942, il chitarrista mosse qui i primi passi prima di trasferirsi e conquistare il mondo con il suo modo rivoluzionario di suonare.

La sua figura rimane profondamente legata alla città. Hendrix non è soltanto uno dei musicisti più importanti nati a Seattle: rappresenta quasi il primo capitolo di una storia che avrebbe avuto un altro momento fondamentale trent’anni dopo.

In un certo senso, la strada era già stata aperta.

Quando Seattle inventò il grunge

Alla fine degli anni Ottanta Seattle era lontana dalle grandi capitali americane dello spettacolo. Non era Los Angeles e non era New York. Proprio questa distanza, però, contribuì a creare un ambiente musicale particolare.

Nei locali della città si incontravano punk, metal, rock alternativo e musica underground. Da questa miscela nacque il grunge: un suono sporco, potente, malinconico, spesso volutamente lontano dalle regole dell’industria musicale.

La pioggia, il cielo spesso coperto, la dimensione periferica della città e una forte comunità di musicisti contribuirono a creare un immaginario che sarebbe diventato immediatamente riconoscibile.

Un ruolo decisivo lo ebbe la Sub Pop, etichetta indipendente diventata il punto di riferimento della scena locale. Fu anche grazie alla sua attività che gruppi fino a quel momento conosciuti soprattutto nell’underground iniziarono a farsi notare ben oltre i confini dello Stato di Washington.

Il resto è storia.

Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains

Quando si pronuncia la parola Seattle, il primo nome che probabilmente viene in mente è quello dei Nirvana.

Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl portarono il grunge al centro della cultura pop internazionale. Nel 1991 arrivò Nevermind e, con Smells Like Teen Spirit, un’intera generazione sembrò trovare improvvisamente la propria voce.

Ma il grunge di Seattle non era soltanto Nirvana.

C’erano i Pearl Jam di Eddie Vedder, nati dalle ceneri dei Mother Love Bone e capaci di costruire una carriera lunghissima, ben oltre la stagione del grunge.

C’erano i Soundgarden di Chris Cornell, con il loro rock più pesante e oscuro, e gli Alice in Chains, sospesi tra metal, hard rock e atmosfere profondamente malinconiche.

E c’erano i Mudhoney, fondamentali per la scena underground e per la definizione stessa del suono di Seattle.

Questi gruppi non erano semplicemente accomunati dal fatto di vivere nella stessa città. Condividevano locali, musicisti, amicizie, influenze e, soprattutto, una scena. È anche per questo che il grunge riuscì a diventare qualcosa di più di un genere musicale: fu un movimento culturale.

Kurt Cobain, una presenza ancora forte

La storia di Seattle è anche inevitabilmente legata a Kurt Cobain.

Il leader dei Nirvana morì nel 1994, a soli 27 anni, lasciando dietro di sé una delle eredità più complesse della storia del rock. La sua morte contribuì a trasformare ulteriormente la sua figura in un’icona, ma a Seattle il ricordo di Cobain assume anche una dimensione più concreta e quotidiana.

Tra i luoghi frequentati dai fan c’è Viretta Park, nei pressi della casa che Cobain aveva condiviso con Courtney Love. È diventato negli anni un punto di riferimento spontaneo per chi arriva in città e vuole avvicinarsi alla storia del musicista.

Non aspettatevi necessariamente un grande monumento o un museo celebrativo a ogni angolo. La memoria di Cobain è spesso più discreta: una scritta, un riferimento, un graffito, una persona che racconta un episodio.

Forse è proprio questo a renderla ancora più autentica.

Chris Cornell, la voce di Seattle

Se Cobain è una delle figure più rappresentative dell’anima tormentata del grunge, Chris Cornell ne è certamente una delle voci più importanti.

Nato a Seattle, Cornell è stato il frontman dei Soundgarden e ha attraversato alcune delle esperienze più significative del rock degli ultimi decenni, dai Temple of the Dog agli Audioslave, passando per una brillante carriera solista.

La sua morte, nel 2017, ha colpito profondamente il mondo della musica.

A Seattle il suo ricordo è affidato anche a una statua che lo raffigura con la chitarra. Si trova nei pressi del Museum of Pop Culture e rappresenta uno dei luoghi più significativi per chi vuole ripercorrere la storia musicale della città.

Guardarla significa, in qualche modo, ritrovare una generazione di musicisti che ha portato Seattle dall’underground ai palcoscenici più importanti del mondo.

Masohpotato, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Il Museum of Pop Culture

Se c’è un luogo in cui la storia musicale di Seattle viene raccontata in maniera organica, quello è il Museum of Pop Culture.

Già l’edificio merita una visita: forme spettacolari, superfici colorate e un’architettura che sembra quasi uscita da un film di fantascienza.

All’interno, però, è la cultura pop a essere protagonista. Musica, cinema, videogiochi e fantascienza convivono in un percorso che permette di comprendere quanto sia stata importante Seattle nella cultura americana contemporanea.

Il grunge naturalmente ha un ruolo centrale, ma non è l’unico protagonista. Ci sono strumenti, costumi, oggetti e memorabilia che permettono di attraversare epoche e generi diversi.

È una tappa particolarmente interessante proprio perché aiuta a guardare Seattle oltre l’etichetta di “città del grunge”.

Seattle Schuber Sonata 1992, quando l’arte entra nella città

La creatività di Seattle non si ferma alla musica.

Passeggiando per la città si incontrano anche numerose opere d’arte contemporanea inserite nello spazio pubblico. Tra queste c’è Seattle Schuber Sonata 1992 di Mark di Suvero, un’installazione monumentale che cattura immediatamente lo sguardo.

È un’opera che ben si inserisce nel carattere della città: grande, originale, impossibile da ignorare.

E in fondo anche questo racconta qualcosa di Seattle. Qui musica, arte, architettura e cultura sembrano convivere senza troppi confini. Non serve necessariamente entrare in un museo per incontrare qualcosa di creativo.

La Space Needle e la città vista dall’alto

Poi, naturalmente, c’è la Space Needle.

È probabilmente il simbolo più riconoscibile di Seattle e uno dei primi elementi che si cercano con gli occhi arrivando in città. Costruita in occasione dell’Esposizione Universale del 1962, rappresenta ancora oggi l’immagine più futuristica dello skyline.

Salire sulla Space Needle significa cambiare prospettiva. Dal punto panoramico la città si apre completamente: il Puget Sound, le montagne, i quartieri, il centro e, nelle giornate più limpide, un panorama davvero spettacolare.

E c’è un curioso gioco di contrasti.

Da una parte la Space Needle, simbolo dell’ottimismo tecnologico e futuristico dell’America degli anni Sessanta. Dall’altra il grunge, nato decenni dopo nei piccoli locali della città e apparentemente lontanissimo da quell’immagine brillante e visionaria.

Eppure convivono perfettamente.

Perché Seattle è proprio questo: una città capace di mettere insieme mondi apparentemente lontani.

Foto su licenza Depositphotos

La vera anima di Seattle

Alla fine del viaggio si capisce che definire Seattle semplicemente “la città del grunge” è troppo facile.

Il grunge è una parte fondamentale della sua identità, certo. Senza Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains e Mudhoney non esisterebbe l’immagine che il mondo ha costruito della città.

Ma Seattle era già musicale prima di loro e ha continuato a esserlo dopo.

C’è Jimi Hendrix, che rappresenta l’inizio di questa storia. Ci sono Cobain e Cornell, le cui vicende hanno lasciato ferite ancora visibili. Ci sono i musicisti che continuano a suonare nei locali e una scena indipendente che non ha mai smesso di cercare nuove strade.

E ci sono i luoghi: il Museum of Pop Culture, le strade legate alla storia del rock, le opere d’arte contemporanea e la Space Needle che domina tutto dall’alto.

Forse la cosa più bella di Seattle è proprio questa. Non sembra una città che ha bisogno di ricordarti continuamente quanto sia importante musicalmente.

Lo dà per scontato.

La musica è nei negozi di dischi, nei concerti, nei musei, nelle storie raccontate dagli abitanti e nei nomi degli artisti che hanno attraversato le sue strade.

E allora sì, Seattle resta la capitale del grunge. Ma è anche qualcosa di più.

È una città che ha fatto della creatività una parte della propria identità e che, ancora oggi, sembra avere voglia di trovare un nuovo suono.

Foto di copertina su licenza Depositphotos

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