È andata in scena ieri sera la prima delle tre date milanesi, tutte esaurite, di TUTTOBRUNORI al Teatro degli Arcimboldi.
Dopo una stagione straordinaria, segnata dal successo nei palasport, dai grandi concerti e da un consenso popolare sempre più ampio, Dario Brunori avrebbe potuto scegliere la strada apparentemente più naturale: tornare nei palazzetti, davanti a migliaia di persone, sull’onda di un successo ormai consolidato. Ha scelto invece di tornare a una delle sue più grandi passioni: il teatro.
Una scelta artistica prima ancora che professionale, che racconta molto della sua identità e della sua idea di spettacolo. Perché se nei grandi concerti l’ironia, l’intelligenza e la straordinaria capacità narrativa di Brunori avevano già trovato spazio tra una canzone e l’altra, con TUTTOBRUNORI, CANZONI E MONOLOGHI tutto questo diventa il cuore stesso della rappresentazione.
Non un concerto interrotto da qualche battuta, non una successione di canzoni e interventi comici, ma uno spettacolo teatrale autentico, scritto e diretto da Dario Brunori e prodotto da Vivo Concerti, nel quale musica, parole e narrazione si intrecciano fino a diventare un unico racconto.
Ed è qui che Brunori rivela una dimensione artistica rara. Quella di un autore e interprete capace di abitare con uguale naturalezza la canzone, il monologo, la comicità e la riflessione, muovendosi in un territorio nel quale il riferimento a Giorgio Gaber diventa inevitabile. Non per una somiglianza da cercare a tutti i costi, né per immaginare un’eredità da raccogliere, ma per la capacità di utilizzare il palcoscenico come luogo di confronto, di contraddizione, di libertà intellettuale. Un teatro che non si accontenta di intrattenere, che non cerca necessariamente il consenso e che, soprattutto, non offre allo spettatore risposte già confezionate.
Dopo Gaber, pochi artisti hanno saputo confrontarsi con questo linguaggio in maniera altrettanto personale. E oggi, nel panorama musicale italiano, non c’è nessuno che faccia esattamente ciò che fa Brunori.

Perché TUTTOBRUNORI appartiene alla tradizione del teatro canzone ma non vive di nostalgia. La attraversa, la rinnova, la porta nel presente con la sensibilità, le nevrosi, le contraddizioni e l’inconfondibile cifra espressiva del suo autore. E soprattutto non va confuso con il cabaret, suo parente più immediato e più semplice nella costruzione. Qui la risata non è il traguardo, ma spesso il punto di partenza. Dietro una battuta arriva un pensiero, dietro una provocazione si nasconde una domanda, dietro un paradosso si apre una crepa nelle nostre convinzioni.
Brunori sa dare schiaffi in faccia con ironia e garbo. Colpisce senza alzare la voce, mette in discussione senza impartire lezioni, riesce a far ridere fragorosamente anche quando parla di cose terribilmente serie.
E alla fine succede qualcosa che non è così frequente: si torna a casa dopo essersi divertiti moltissimo, magari con gli occhi ancora lucidi per una canzone o per una risata, ma anche con qualcosa su cui riflettere. Qualche certezza in meno, qualche domanda in più. E la piacevole sensazione di aver assistito a uno spettacolo che, oltre a emozionare, ha lasciato qualcosa.
TUTTOBRUNORI è esattamente questo: uno spettacolo che fa ridere, commuovere e pensare. E che continua a lavorare dentro di noi anche quando il sipario si è chiuso.
A costruire questo percorso sono 17 brani e 10 monologhi, che scandiscono un continuo sconfinare tra parola detta e parola cantata. Ricordi, riflessioni, racconti personali, incursioni nella stand-up e osservazioni sul presente si richiamano in un gioco di corrispondenze nel quale ogni canzone sembra nascere da un pensiero e ogni parola trovare nella musica il proprio naturale proseguimento.
Nelle canzoni, che attingono all’intero repertorio di Brunori, trovano spazio le emozioni che difficilmente si lasciano spiegare fino in fondo: l’amore, la vulnerabilità, la nostalgia, la paura, la possibilità della commozione. Nei monologhi emergono invece il sarcasmo, il paradosso, la provocazione e quella punta di amarezza che spesso arriva subito dopo una grande risata.
Sono due linguaggi che si alimentano a vicenda e che trovano il loro punto d’incontro in una delle qualità più preziose della poetica brunoriana: la capacità di affrontare questioni enormi senza appesantirle, di usare la leggerezza non per evitare la complessità, ma per entrarci dentro.
Dentro questo racconto finiscono inevitabilmente le persone e le esperienze che ne hanno segnato la vita. Il padre, presenza fondamentale e controcampo di tante sue canzoni; l’amore e la vita di coppia, con tutte le sue inevitabili imperfezioni; la paternità; il trascorrere degli anni e quella crisi di mezza età che, con una certa ironia del destino, ha finito per coincidere con una nuova, straordinaria stagione di popolarità.
Brunori non risparmia nessuno, a cominciare da se stesso. Si osserva, si analizza, mette in scena le proprie incoerenze, le esaspera fino a renderle comiche. Ma dietro questa apparente leggerezza c’è un esercizio di consapevolezza tutt’altro che superficiale. L’autoironia diventa così molto più di un espediente comico: è il modo con cui Brunori si mette sotto esame prima di rivolgere lo sguardo agli altri. Una forma di onestà intellettuale che gli permette di parlare di fragilità, egoismi, paure e contraddizioni senza assumere mai il tono di chi si sente autorizzato a giudicare.
Il dubbio, in TUTTOBRUNORI, non è una debolezza. È una conquista.
E forse è proprio questa una delle qualità più profonde dello spettacolo: la capacità di insinuare domande dove spesso siamo abituati a trovare soltanto affermazioni. Di farci dubitare delle nostre certezze senza metterci sulla difensiva. Di ricordarci, con ironia, saggezza e una buona dose di irriverenza, quanto sia facile riconoscere le contraddizioni degli altri e quanto sia complicato accettare le proprie.
Perché il perimetro di TUTTOBRUNORI non coincide soltanto con quello della biografia. Fuori dalla porta di casa c’è il mondo, e il mondo entra inevitabilmente in teatro. Entrano la politica, il presente, il significato delle scelte, il privilegio e insieme la responsabilità di avere una voce pubblica. Entrano le nostre convinzioni, le appartenenze, il bisogno di sentirci nel giusto e la difficoltà di ammettere che la realtà è quasi sempre più complicata di come vorremmo raccontarla. Sono questioni affrontate senza proclami, senza prediche e soprattutto senza la tentazione di sentirsi dalla parte giusta per definizione.
Brunori non chiede al pubblico di pensarla come lui. Fa qualcosa di più interessante e raro: lo invita a pensare.
E lo fa attraverso la risata, che diventa uno strumento formidabile per abbassare le difese, riconoscersi nei propri limiti e, qualche volta, accettare di cambiare prospettiva.
A sostenere musicalmente questo viaggio c’è la band di sempre, schierata in una formazione di otto elementi: Mirko Onofrio (arpa viggianese, mallet station, flauti, cori); Simona Marrazzo (cori, percussioni e Solina); Massimo Palermo (percussioni); Stefano Amato (violoncello e mandola contralto); Dario Della Rossa (pianoforte e tastiere); Luigi Paese (tromba e flicorno); Gianluca Bennardo (trombone ed eufonio); Lucia Sagretti (violino, theremin e cori).
Sul palco, l’esperienza condivisa negli anni si traduce in una sintonia musicale che accompagna ogni passaggio dello spettacolo, muovendosi con naturalezza fra intimità e potenza, silenzi e aperture, malinconia e improvvise accelerazioni. Dentro questa architettura sonora trovano spazio anche colori meno abituali, come quelli dell’arpa viggianese e del theremin, che allargano il paesaggio musicale e ne accompagnano le continue variazioni emotive.
Ma non si tratta semplicemente di una band che accompagna un cantautore. La musica partecipa alla drammaturgia, ne sostiene i cambi di registro, amplifica le emozioni, crea sospensioni e prepara il terreno alla parola. Ogni elemento nasce da quello precedente e introduce il successivo, in una costruzione che restituisce allo spettacolo una vera e propria coerenza narrativa. Anche le canzoni più lontane nel tempo assumono così un significato nuovo, illuminate da ciò che Brunori è diventato e dalle parole con cui oggi torna a guardarle.
Perché TUTTOBRUNORI è anche, e forse soprattutto, il racconto di un uomo che prova a capire chi è diventato. E nel farlo finisce per rivelare qualcosa di sé anche a chi gli siede davanti.
Dario misura e si misura: con uno specchio, con una bilancia, con il ricordo di chi non c’è più, con una bandiera ricevuta dal pubblico, con le persone che ogni sera ascoltano le sue parole. Sul piatto finiscono gli anni, il successo, le aspettative, le rinunce, ciò che nel frattempo è arrivato e quello che inevitabilmente è rimasto indietro. Un esercizio quasi naturale per un uomo della Bilancia arrivato in quel punto della vita in cui, senza nemmeno accorgersene, la bilancia diventa bilancio.
Fino a quando lo sguardo si posa sull’immagine che dà il titolo al suo ultimo album: L’albero delle noci. Un albero che non conta gli anni, li conserva. Li custodisce uno dentro l’altro, anello dopo anello, trasformando il tempo trascorso in parte della propria struttura. E suggerisce un’altra maniera di pensare alla vita: non soltanto come qualcosa che passa, consumando progressivamente ciò che resta, ma come un’esperienza che si allarga mentre si allunga, capace di contenere quello che siamo stati, quello che siamo e persino ciò che possiamo ancora diventare. È un’immagine semplice e profondissima, perfettamente brunoriana. Come lo è la capacità di arrivarci dopo aver attraversato il comico, il grottesco, il malinconico, il quotidiano.
Forse il talento più raro di Brunori sta proprio qui: nel riuscire a farci ridere di noi stessi e, un istante dopo, a farci guardare dentro con occhi diversi.
Senza retorica, senza compiacimento, senza la pretesa di insegnare nulla. Con quella particolare miscela di intelligenza, ironia, delicatezza e coraggio che rende il suo linguaggio immediatamente riconoscibile e oggi sostanzialmente unico.
TUTTOBRUNORI non è dunque soltanto il ritorno di un grande cantautore al teatro. È la conferma di un artista capace di andare oltre il successo delle proprie canzoni e di costruire una forma espressiva autonoma, nella quale il teatro canzone ritrova una funzione viva e necessaria.
Il viaggio di TUTTOBRUNORI prosegue sera dopo sera, sold out dopo sold out, nei teatri delle principali città italiane. Dopo La Spezia e Brescia, e con le tre serate milanesi dell’8, 9 e 10 ottobre tutte esaurite, la tournée toccherà fino al 25 novembre: Genova, Torino, Firenze, Bologna, Trieste, Padova, Avellino, Napoli, Roma, Assisi, Ancona, Catania, Palermo, Bari, Catanzaro, Reggio Calabria e Cosenza. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.
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