Drake finisce al centro di una class action negli Stati Uniti: accuse di streaming gonfiati su Spotify e promozione del gioco d’azzardo online.
Negli Stati Uniti il nome di Drake torna al centro di una nuova e complessa vicenda giudiziaria. Due residenti dello Stato della Virginia hanno presentato una class action contro il rapper canadese, accusandolo di aver promosso gioco d’azzardo illegale e di aver gonfiato artificialmente i propri ascolti sulle piattaforme di streaming, in particolare su Spotify.
L’accusa: streaming falsi e bot listening
Secondo quanto riportato nei documenti legali, Drake – all’anagrafe Aubrey Drake Graham – avrebbe finanziato servizi di bot listening, ovvero sistemi automatizzati in grado di simulare milioni di ascolti per rendere i brani più popolari di quanto non siano realmente.
L’operazione sarebbe stata mascherata attraverso la funzione di “tipping” del sito Stake.us, un casinò online che consente agli utenti di trasferire denaro tra account. Questo meccanismo, secondo l’accusa, sarebbe stato usato per occultare i pagamenti destinati ai servizi di streaming fraudolento.
Nella class action compaiono anche altri nomi: l’influencer statunitense Adin Ross, il cittadino australiano George Nguyen, oltre alle società Stake.us e Sweepstakes Limited, che controlla la piattaforma.
Va precisato che aumentare artificialmente gli ascolti non è un reato penale, ma rappresenta una violazione diretta dei regolamenti di Spotify, che vietano qualsiasi forma di manipolazione delle metriche.
Il legame tra Drake e Stake.us
Il rapporto tra Drake e Stake.us non è nuovo. Nel 2022, il rapper ha firmato un accordo promozionale da circa 100 milioni di dollari l’anno con la piattaforma.
Stake.us è attualmente legale in 33 Stati americani, grazie a un tecnicismo che lo fa rientrare nella categoria dei “sweepstakes” e non dei casinò online tradizionali. Proprio questo meccanismo è ora al centro della causa: secondo i querelanti, si tratterebbe di un sistema di fatto illecito, che dovrebbe portare al bando del sito sull’intero territorio statunitense.
Un’altra causa: Spotify sotto attacco
Parallelamente, Drake è coinvolto indirettamente in un’altra class action contro Spotify, presentata presso la Corte Distrettuale della California da RBX, rapper ed ex Death Row Records, nonché cugino di Snoop Dogg.
In questo caso, il bersaglio principale è la piattaforma di streaming, accusata di aver chiuso un occhio su miliardi di stream fraudolenti. Nei documenti si legge che una parte significativa dei 37 miliardi di ascolti totalizzati da Drake tra il 2022 e il 2025 sarebbe stata generata da account bot.
Secondo l’analisi citata nella causa, alcuni dati risulterebbero incompatibili con un utilizzo reale: per esempio, utenti che avrebbero dovuto ascoltare solo musica di Drake per oltre 20 ore al giorno, o flussi di stream provenienti da aree geografiche considerate anomale, spesso mascherate tramite VPN.
È importante sottolineare che Drake non è imputato in questa causa: l’unico convenuto è Spotify, accusata di aver tratto vantaggio economico dal mantenere nascosta l’origine degli ascolti falsi.
La risposta di Spotify
Spotify ha respinto le accuse, ribadendo la propria posizione ufficiale:
“Non possiamo commentare procedimenti legali in corso. Tuttavia, Spotify non trae alcun beneficio dallo streaming artificiale, che rappresenta una sfida per l’intero settore”.
La piattaforma ha inoltre dichiarato di investire ingenti risorse in sistemi di rilevamento avanzati, che includono la rimozione degli stream falsi, la sospensione delle royalties e l’applicazione di sanzioni. A sostegno della propria tesi, Spotify ha citato un caso recente in cui un truffatore ha sottratto 10 milioni di dollari ai servizi di streaming, di cui solo 60.000 provenienti da Spotify, a dimostrazione – secondo l’azienda – dell’efficacia dei controlli.
Il silenzio di Drake
Al momento, Drake non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali né sulla class action legata a Stake.us né sulla causa contro Spotify. I suoi rappresentanti non hanno risposto alle richieste di commento della stampa americana.
Nel frattempo, il rapper continua a macinare record sul piano artistico, ma le vicende giudiziarie rischiano di sollevare un tema sempre più centrale nell’industria musicale contemporanea: quanto sono davvero affidabili i numeri dello streaming?

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