Ultimo

Recensione de “Il giorno che aspettavo“, nuovo album di Ultimo disponibile da venerdì 19 giugno.

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Recensione – Guardare avanti con coerenza: Ultimo e “Il giorno che aspettavo”

No, gli artisti non sono obbligati a sperimentare. Sfatiamo questo luogo comune figlio dell’oggi, per cui sembra che ogni cantante debba mostrare una nuova versione di sé in ogni progetto per non essere accusato di pubblicare sempre la stessa canzone, di essere troppo simile a sé stesso e ancorato al passato, non guardando a cosa accade nella contemporaneità. Tutte accuse di cui si serve spesso chi vuole colpire Ultimo e a cui lui risponde andando sempre avanti per la sua strada, fregandosene di tutto ciò che gli gira attorno: “Il giorno che aspettavo“, il suo nuovo album disponibile da venerdì 19 giugno, emerge come una nuova conferma.

Ultimo torna, infatti, con un progetto perfettamente fedele a sé stesso e al proprio racconto perché è giusto così, perché nessuno in passato ha mai chiesto ai cantautori che hanno segnato la storia della nostra musica di cambiare e di rinnegare il proprio stile, ma semmai di guardare avanti con coerenza, cioè di proporre sì nuove soluzioni, ma risultando sempre fortemente identitari e riconoscibili. Ed è innegabile che questo anche Ultimo lo stia facendo. Se agli inizi le sue canzoni davano l’idea di nascere come confessioni tra sé e sè che si aprivano poi al pubblico, oggi la sensazione è che nascano da subito per trovare nella coralità del concerto la loro isola felice. Un passaggio fondamentale simboleggiato anche da una maggior cura e ricerca nei confronti dei suoni, dagli arrangiamenti piano e voce e scarni delle origini a quelli di oggi, con produzioni più piene e ricche di strumenti, perfette per la dimensione live.

Cerco il futuro nel mio passato“, canta Ultimo nella title-track del progetto con un verso che si fa emblema di questo discorso: il futuro è quello da trovare nell’attitudine pop-rock del brano, con una batteria che spinge molto tra ritornello e seconda strofa e l’assolo di chitarra elettrica nello special, mentre il passato è quello delle tematiche che gli sono sempre state care e che hanno sempre contraddistinto la sua poetica, in questo caso l’importanza di guardare avanti e di non smettere mai di sognare in grande (“Io vedo il mare in un bicchiere“) anche quando le cose sembrano andare male perché ogni giorno può essere, appunto, “il giorno che aspettavo“.

Anche “Qualcosa di bello” conferma questo maggior focus sui suoni, con una veste che si conferma pop-rock stavolta per raccontare l’incontro inaspettato con una persona da diverso tempo lontana e la stranezza nel tornare a parlarle come se non fosse passato così tanto tempo (“Sembra strano dirlo ormai, ma come stai?“), e la stessa cosa la fanno i singoli scelti per anticipare il progetto: se “Questa insensata voglia di te” voleva essere un ritorno alle origini piano e voce pensato come un regalo ai fan della prima ora e senza nemmeno un lancio radiofonico, “Acquario” e “Romantica” si servono entrambe di una dimensione up-tempo perfetta anch’essa per la dimensione live e per far esplodere, il prossimo 4 luglio, la platea di Tor Vergata.

La seconda parte del progetto si sposta, invece, su tinte più cupe per raccontare i lati più intimi e delicati dell’animo umano. In “Quando la città dorme” – ballatona che non ha nulla da invidiare a tanti classici del repertorio di Ultimo – c’è la difficoltà nell’amare una persona non ancora del tutto convinta di condividere tutta la propria vita con l’altro (“Fermiamolo ‘sto tempo prima che il tempo conplica ogni inizio con l’età, ti va di amarmi adesso ed oltre gli anni?“), mentre “Io non so” ha come argomento l’incomunicabilità nei rapporti (“Non so capire cosa cerchi da me“). È il brano in cui torna un altro concetto particolarmente caro al cantautore, cioè quella di musica scritta per urgenza e per fuggire alla solitudine (“E scrivo così un giorno solo non lo sarò mai“).

Si torna su una veste più up con “Cuore di plastica” che propone un contrasto tra la freschezza delle sonorità e la durezza di un testo che indaga sulla difficoltà di oggi nel riuscire a costruire rapporti sinceri, con il cuore di plastica che è, appunto, una metafora di qualcosa che non riesce a provare emozioni reali. La chitarra acustica è al centro di “Avevamo cent’anni“, il pezzo più ispirato dell’intero progetto in cui torna un’altra tematica cara all’artista sin dai tempi di “Peter Pan“, ovvero la volontà di recuperare quella genuinità e spensieratezza tipiche di quando si era bambini (“Guardo questa vita mia con gli occhi di un bambino, così non potrò fallire, così lei non può ferirmi mai“). A chiudere il progetto è, invece, il mood sussurrato di “Ci siamo detti tutto“, già al centro di altri brani dell’artista come “La stazione dei ricordi” e “Le solite paure” e qui utilizzato per un dialogo con sé stesso – non è un caso che nel finale Ultimo pronunci tre volte il suo vero nome, Niccolò – che è anche occasione per ripercorrere il percorso fatto finora e le persone che l’hanno accompagnato, fino a riconoscere che “artisti ci si nasce, lo senti da bambino“.

Il giorno che aspettavo” è, così, un progetto con cui Ultimo ci conferma di avere come unico obiettivo l’arrivare al suo pubblico, perché non ha neanche bisogno di attrarre nuovi fan ma, soprattutto, perché vuole essere circondato solo da chi lo capisce veramente e non da chi si avvicina a lui solo per aver sfornato una hit che lascia il tempo che trova. Forse i testi possono apparire più semplici e meno lavorati che in passato, ma perché agli inizi la musica era al servizio delle parole che rappresentavano il vero focus della sua proposta, mentre oggi si è inserito in una dimensione pop con cui ha trovato un maggior compromesso tra suoni e testi, che sono figli anche di un momento diverso dell’artista. 10 anni fa era un ragazzo che aveva fame di arrivare, mentre oggi è un uomo realizzato la cui musica deve essere al servizio dei grandi eventi di cui è protagonista, e il tutto si riassume in un percorso di crescita sia personale sia artistica che sta permettendo a Ultimo di guardare avanti pur mantenendo sempre una grande coerenza nell’attitudine, nel linguaggio e nelle tematiche.

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