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Recensione – La sana follia di Francesca Michielin in “Magia bianca”

Francesca Michielin

Recensione di “Magia bianca“, il nuovo album di Francesca Michielin disponibile da venerdì 12 giugno.

Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.

Francesca Michielin ha fatto una follia. Sì, perché è già una follia pubblicare un concept-album nell’epoca delle playlist, ma lo è, ancora di più, farlo in piena estate, stagione ormai quasi del tutto incentrata su motivetti, collaborazioni costruite a tavolino, copia-incolla scritti dal solito giro di autori e canzoni che nascono con l’unico obiettivo di prendersi tre mesi di rotazione radiofonica e di stream facili. La cantautrice veneta dice, invece, no a tutto questo e lo fa con un progetto come “Magia bianca“, disponibile da oggi, che è manifesto di una grande libertà artistica e di una volontà di sparigliare le carte.

Se già il primo singolo, “Una donna non può“, aveva anticipato alla perfezione l’anima di un disco spiazzante e molto poco accomodante, il nuovo estratto “Strega comanda” rincara la dose con quelle sperimentazioni elettroniche che strizzano l’occhio al mondo di Franco Battiato – evidenti anche nella successiva “Litha” – per un testo che trasforma, con una certa originalità, uno dei giochi più iconici dell’infanzia italiana in un messaggio di grande forza sociale, in cui non è più la strega ad assegnare le regole del gioco, ma ognuno è libero di scegliere il proprio colore come espressione di identità, pluralità e libertà.

Questo sguardo rivolto verso il passato diventa, così, un’occasione per raccontare il presente cercando di dargli una lettura figlia di quell’immaginazione tipica di quando si è bambini e qui evidente dalle tante immagini prese dal mondo fantasy. Francesca rimbalza continuamente tra realtà e fantasia come nelle tinte folk di “1484“, traccia di apertura del disco che ha nel titolo un riferimento all’anno in cui è iniziata la caccia alle streghe in Europa. “Oddio, che mondo noioso, che tempi di merda, di finto ordine ma no, di vera guerra“, canta l’artista nel brano delineando un presente di sola apparente tranquillità ma, in realtà, di grande caos da cercare di ribaltare servendosi, appunto, della fantasia (“Almeno lasciami l’allegria, quella fantasia che non c’è più“).

Un presente che torna anche in “Feral girl“, dove la donna protagonista del brano si fa manifesto di chi riesce a reagire a un’attualità in cui sono ancora in troppi a voler definire a tutti i costi, e senza vie di mezzo, la figura femminile, cercando di imporle cosa deve o non deve fare (“Sono brave o solo fortunate, troppo buone o troppo incasinate, sono angeli del focolare oppure vipere vipere quando danno le risposte, timide timide, feroci come belve“).

Quella raccontata è una donna che non si vuole uniformare a uno schema prestabilito e sceglie di prendere in mano la propria storia con il coraggio di accogliere il cambiamento e di prendere anche decisioni inusuali. “Dividi in due il mio sentiero, devo capire che cosa davvero, per me conta davvero“, canta Francesca in “Magia bianca magia nera” dandoci conferma di un’artista che sa esattamente dove andare e come farlo, mentre ne “Il canto delle anguane” – dove le anguane sono delle figure mitiche del folklore alpino e prealpino e vengono considerate le magiche custodi di fiumi, laghi, boschi e montagne – è inevitabile sentire in quel “mentre il sole scende e tutti ballano in spiaggia, sulle rive del fiume lei sogna la pioggia, con la faccia angelica e un po’ diabolica, canta e ricanta una cantilena” quasi una rivendicazione orgogliosa alla scelta fatta, con quasi tutto il mainstream appiattito nel cercare la facile formuletta estiva e lei a voler proporre qualcosa di totalmente fuori dagli schemi.

Solstizio d’estate” è l’unico pezzo a discostarsi dal discorso non per le sonorità che mantengono un’atmosfera sospesa e sognante, ma perché è l’unica canzone d’amore presente nel disco e, anche qui, non è difficile trovare richiami al momento che sta vivendo la cantante, stavolta però dal punto di vista della sfera personale (si sposerà nei prossimi mesi). Il testo riporta prima ai pensieri che si facevano durante l’adolescenza sull’amore che si sognava di trovare (“Chissà se ti innamorerai, se te ne pentirai mai, me lo chiedevo quando ero bambina guardando la luna mentre mia madre all’orecchio diceva Buona fortuna“) per poi riconoscere di averlo trovato (“È tutto così a posto da quando ci sei te, dividere il tuo tempo e raddoppiarlo insieme a me, non siamo solo pezzi ma una storia e due universi“).

Magia bianca” emerge, così, come un album figlio di una follia sana perché Francesca sa di aver osato forse anche troppo con un album che difficilmente potrà sfornare qualche hit o balzare ai vertici delle classifiche, ma non è una sperimentazione fine a sé stessa. È tutto perfettamente consapevole, a fuoco e frutto di un grande lavoro di ricerca e di studio che ha portato ad unire mondi musicali anche diversi, come il dungeon synth, il folk e il pop più contemporaneo, in un discorso coerente e profondamente identitario che rende questo progetto un album necessario proprio per la volontà di non inseguire il mercato ma di provare, anzi, a riscriverlo dettando nuovi linguaggi e nuovi universi narrativi senza l’ossessione del risultato a tutti i costi ma mettendo l’arte in primo piano. Cosa, in effetti, decisamente folle di questi tempi.

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