Daniele Silvestri pubblica “Canzoni a sdraio (Live in studio)”: un album registrato in trio tra essenzialità, impegno civile e critica al mercato musicale. Genesi, dichiarazioni e significato del progetto.

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“Non so neanche dirti se sia nata come un’idea. In un certo senso è quasi capitato”. È una frase che, da sola, racconta meglio di qualsiasi piano marketing la natura di Canzoni a sdraio (Live in studio), il nuovo album di Daniele Silvestri in uscita per Epic Records / Sony Music Italy. Un progetto che non nasce come operazione celebrativa né come semplice rilettura del repertorio, ma come conseguenza naturale di un modo di fare musica che si è imposto quasi per necessità e poi trasformato in scelta estetica e politica insieme.

Tutto parte da un trio: Silvestri, Marco Santoro al fagotto e Davide Savarese alla batteria, percussioni e voce. Una formazione anomala, lontana dalle architetture tradizionali della canzone italiana, nata inizialmente per esigenze pratiche durante alcuni live estivi. “Ci siamo dati un appuntamento io e i due musicisti con cui ormai da un paio d’anni facciamo dei live acustici in trio”, racconta Silvestri. “È una condizione che ho imparato ad apprezzare molto. È nata anche quella un po’ per caso, quando devi inventarti un sistema per essere più agile”.

Quella che poteva restare una soluzione funzionale diventa invece un laboratorio creativo. Il suono del fagotto, strumento normalmente associato al mondo classico, entra in dialogo con la scrittura cantautorale, mentre la batteria e le percussioni di Savarese, musicista descritto da Silvestri come “giovanissimo ma con un’esperienza enorme”, completano un assetto che obbliga a ripensare tutto. “Il suo vero mestiere è il fagotto”, spiega Silvestri parlando di Santoro, “non è uno strumento che associ alla canzone leggera, eppure ho scoperto che quel suono mi appartiene”.

Da questo equilibrio fragile e sorprendente nasce l’idea di registrare tutto. Non per pubblicare subito, ma per “salvare” un momento. “A un certo punto qualcuno ha detto: già che state lì a provare, perché non registrate?”, racconta. “Non era lo scopo iniziale. Era fermare un momento delle nostre vite”. Ed è proprio questa la chiave del disco: la volontà di sottrarre la musica alla logica della produzione continua per cristallizzarla in una forma viva, imperfetta, irripetibile.

Le registrazioni avvengono in soli tre giorni, descritti dall’artista come “vulcanici”, spesso prolungati fino alle quattro del mattino. Nessuna sovraincisione, nessuna post-produzione correttiva. “È esattamente quello che è stato registrato”, sottolinea Silvestri. Il disco diventa così un documento più che un prodotto, una fotografia sonora di un tempo specifico in cui le canzoni vengono spogliate e ricostruite in tempo reale.

Il concetto che guida tutto il progetto è quello di sottrazione. La formazione ridotta elimina elementi fondamentali dell’arrangiamento tradizionale, primo fra tutti il basso, e costringe i brani a rivelare ciò che normalmente resta nascosto. “Il criterio era: quali canzoni hanno un’anima abbastanza pura da reggere nude?”, spiega Silvestri. “Quando hai meno strumenti, le poche armi che hai diventano enormemente più importanti”.

È un processo che attraversa circa quarant’anni di scrittura, riportando alla luce brani meno frequentati del repertorio dell’artista, ma anche canzoni che assumono nuove forme e nuovi significati. Non si tratta di un “greatest hits”, ma di un lavoro di archeologia emotiva. Le canzoni non vengono semplicemente riproposte: vengono riascoltate, reinterpretate, quasi ricomposte.

In questo contesto nasce anche il titolo Canzoni a sdraio, uno dei passaggi più rivelatori dell’intero progetto. “Stavamo finendo le registrazioni e pensavamo al nome del disco”, racconta Silvestri. “C’era questa sedia a sdraio nello studio. Uno di noi ci si sedeva e sembrava che lì si dicesse qualcosa di più sensato”. La sdraio diventa così simbolo di una sospensione temporale, di un rallentamento rispetto alla velocità del mercato musicale contemporaneo. “Non è una sdraio da vacanza, non è l’idea dell’abbronzatura”, precisa. “È uscire dal flusso in cui tutto corre sempre”.

In questa sospensione si inserisce anche uno degli elementi più inattesi del disco: Sana e robusta Costituzione, unico brano inedito. Nato durante il primo giorno di registrazioni, il pezzo irrompe nel processo creativo e ne modifica la direzione. “Ho sentito l’urgenza di scrivere una canzone sulla Costituzione italiana”, racconta Silvestri. Il contesto è quello di un periodo politicamente caldo, vicino a un referendum, e il brano assume immediatamente una funzione civile e simbolica. Non è un’aggiunta marginale, ma una dichiarazione di intenti che ribadisce la centralità dell’impegno nella scrittura dell’artista.

Il disco, infatti, si muove costantemente tra dimensione musicale e riflessione pubblica. Silvestri non separa mai le due cose. Interrogato sul ruolo dell’artista, risponde con chiarezza: “Non riesco a descrivere il mondo senza darne un’interpretazione sociopolitica. Non lo riesco a fare, perché è l’unico modo in cui sento che quello che scrivo sia vero”. Una posizione netta che si contrappone a chi, nel panorama musicale contemporaneo, invita a evitare lo schieramento. “Sono totalmente contrario a quelle posizioni”, afferma, riferendosi anche alle recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori. “Per me è inevitabile”.

Allo stesso tempo, Silvestri riconosce la complessità del rapporto tra musica e successo nell’era digitale. Riprendendo idealmente il suo brano La classifica, sottolinea come la centralità delle metriche sia oggi ancora più invasiva. “Oggi è peggiorato”, dice. “Le visualizzazioni e i like sono diventati criteri centrali, ma sono fuorvianti. Non possono essere l’unico modo per giudicare la musica”. È una critica che non nasce da rifiuto del presente, ma da una riflessione sulla riduzione del valore artistico a numeri misurabili.

Dentro questo scenario, Canzoni a sdraio appare come un atto di resistenza lenta. Anche la struttura del disco riflette questa visione: l’album è costruito in modo circolare, con apertura e chiusura speculari. “Le stesse parole possono avere significati diversi a seconda della musica”, spiega Silvestri. “Mi piace l’idea che l’inizio coincida con la fine”. È una concezione della musica come organismo vivo, che cambia a seconda del contesto emotivo e sonoro.

Tra i momenti più emblematici del progetto c’è anche la riscoperta di brani come Il secondo da sinistra, registrato quasi per caso. “Il fonico ha premuto rec mentre iniziavo a suonare”, racconta. “Abbiamo tenuto tutto, anche un errore armonico. È diventata la cosa giusta”. Un episodio che sintetizza perfettamente lo spirito del disco: accettare l’imprevisto come parte del significato.

Anche il passato entra nel progetto in modo sorprendente, come nel caso di un brano scritto a 17 anni che Silvestri rilegge oggi con stupore: “Sembrano pensieri da settantenne”. Temi come illusione e disillusione emergono con una maturità precoce che l’artista stesso riconsidera alla luce del presente. “Credere e dare fiducia è la cosa più bella per restare vivi”, osserva.

Il disco include anche esperimenti di fusione come l’unione tra Bio Boogy e Blitz Gerontoiatrico, soluzione nata per risolvere un problema pratico di esecuzione dal vivo. Ancora una volta, la necessità diventa creatività.

Daniele Silvestri

Guardando al futuro, Silvestri conferma che continuerà a scrivere: “È un’esigenza terapeutica”. E anche il tour seguirà la stessa filosofia del disco, con una messa in scena più definita, in cui elementi scenici come la stessa sdraio diventeranno parte del racconto.

Canzoni a sdraio (Live in studio) non è dunque solo un album, ma una dichiarazione di poetica: rallentare, sottrarre, ascoltare. In un’industria che corre, Silvestri sceglie di fermarsi. E nel farlo, restituisce alle canzoni il loro tempo naturale.

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